Dove la montagna detta ancora le regole
A pochi chilometri da Sansepolcro, in provincia di Arezzo, la Riserva Naturale dell’Alpe della Luna custodisce un territorio che sembra essersi sottratto alla fretta del tempo moderno. Boschi fitti, sentieri che si arrampicano tra crinali silenziosi, borghi che si contano sulle dita di una mano e che spesso vengono dimenticati dalle cartine turistiche. È qui, in questo angolo di Appennino sospeso tra Toscana e Umbria, che la Fattoria di Germagnano ha scelto di scommettere sulla montagna, in un momento in cui tutto sembrava suggerire il contrario.
A raccontarla è Sara Lusini, presidente della cooperativa che oggi guida il progetto e coordina un gruppo di giovani tra i 22 e i 35 anni. Ma la sua non è la voce di chi ha fondato un’azienda partendo da un foglio bianco. È piuttosto la voce di chi, a un certo punto del cammino, ha scelto di raccoglierne l’eredità e trasformarla in qualcosa di diverso, più condiviso, e forse più solido di come era stata immaginata all’inizio.
Un sogno nato nel 2011, tra difficoltà e ostinazione
Tutto comincia nel 2011. Filippo decide di investire in questo territorio marginale con un progetto insolito per l’epoca: l’allevamento di asini da latte. Un’intuizione coraggiosa, nata dall’amore per gli animali più che da un calcolo economico, dove pochi altri avrebbero scommesso un euro. “Un’esperienza straordinaria”, la definisce oggi Sara, consapevole però che la strada, fin dai primi passi, non fu mai in discesa.
Il mercato degli asini da latte, per quanto affascinante sulla carta, si scontrò presto con la realtà di una nicchia troppo stretta e con la mancanza di sostenibilità che spesso condanna i progetti più originali. “Quando sono arrivata io, ho trovato un sogno già avviato, ma anche una sfida complessa” racconta. Non un’eredità semplice da gestire, quindi, ma un punto di partenza da cui ripensare tutto daccapo.
È in questo passaggio che si intuisce il tratto più interessante della storia di Germagnano. Invece di arrendersi davanti alle difficoltà , chi era rimasto scelse di guardare oltre l’individualismo del progetto originario. Competenze diverse, visioni diverse, percorsi diversi: quello che poteva sembrare un ostacolo divenne una risorsa. Da questa intuizione nacque un modo nuovo di intendere l’impresa agricola in montagna, fondato sulla collaborazione più che sulla proprietà individuale.
Il 2017 e la scelta di ripartire dalle capre
Gli anni successivi furono tutt’altro che semplici. La squadra però non si arrese, e nel 2017 arrivò la decisione che avrebbe ridisegnato il futuro dell’azienda: ripartire da un piccolo gregge di capre. Una scelta che poteva sembrare un ridimensionamento e che invece si rivelò il seme di una rinascita.
Oggi la Fattoria di Germagnano alleva oltre sessanta capre in lattazione e produce formaggi artigianali che uniscono tecnica, ricerca e tradizione casearia. Formaggi stagionati e freschi dal gusto intenso, pensati per essere gustati da soli, accompagnati dal pane di casa o inseriti nei piatti del ristorante interno. A questi si affiancano salumi selezionati, ottenuti da lavorazioni tradizionali, e una piccola cantina di vini locali scelta per esaltare ogni portata. Nulla di proclamato con enfasi: la filosofia del chilometro zero, qui, è semplicemente il modo in cui si lavora ogni giorno, senza bisogno di etichette.
Una squadra, non una proprietÃ
Se c’è un’idea che ritorna più spesso nel racconto di Sara Lusini, è quella di collettività . “La Fattoria di Germagnano oggi non appartiene a una singola persona: è il risultato del lavoro di una squadra, di un gruppo di persone che ogni giorno mette energia, competenze e passione in questo progetto” dice, e lo dice senza retorica, come si descrive un fatto acquisito. È un’immagine che ribalta quella tradizionale dell’imprenditore agricolo solitario, sostituendola con quella di una cooperativa che condivide rischi, decisioni e soddisfazioni.
Dietro questo modo di lavorare c’è la cooperativa Extravaganti, e una missione che va ben oltre l’allevamento e la produzione casearia. Il valore delle aree marginali, la possibilità di costruire un’economia reale fatta di relazioni, lavoro e presidio del territorio: sono questi, secondo Sara, i motivi per cui vale la pena restare in montagna anziché scendere a valle come hanno fatto in tanti negli ultimi decenni.
Ne è testimonianza il lavoro di recupero portato avanti su due strutture simbolo dell’Alpe della Luna. Il Rifugio La Spinella, una grande casa colonica affacciata sulla Valtiberina con una vista che si fatica a descrivere a parole. E il Rifugio Pian della Capanna, tappa del cammino GEA e punto di ristoro per i pellegrini della Via di Francesco, che passa proprio davanti alla struttura. A completare l’offerta, l’Agriturismo La Villa, con i suoi quattro appartamenti pensati per famiglie e gruppi di amici. “Siamo diventati custodi di questi luoghi” racconta Sara: “spazi che non sono solo strutture da gestire, ma punti di riferimento per chi attraversa e vive l’Alpe della Luna.”
“Mi piace definirmi una mercenaria del bene”
Il percorso personale di Sara Lusini è, a suo modo, un piccolo romanzo di formazione che rende ancora più significativa la scelta di dedicarsi oggi alla montagna. Laureata in Comunicazione internazionale nel 2006, ha approfondito negli anni successivi gli studi di fotografia, una disciplina che per lei è diventata un vero linguaggio, capace di costruire relazioni prima ancora che immagini.
Da quella formazione sono nate esperienze lontanissime, geograficamente e culturalmente, dal cuore verde della Toscana. Due anni in Romania, a lavorare con le comunità rom. Poi la Colombia, dove ha sviluppato progetti artistici e sociali attraverso la fotografia. Tornata in Italia, cinque anni di lavoro con richiedenti asilo, portati avanti insieme a iniziative culturali e a un’attività da libera professionista tra fotografia, comunicazione ed eventi.
“Mi piace definirmi una mercenaria del bene” dice, “perché in ogni esperienza ho cercato di mettere competenze e creatività al servizio delle persone e dei territori.” Una definizione che potrebbe sembrare paradossale per chi oggi coordina un’azienda agricola tra le montagne dell’Appennino, e che invece racchiude bene la coerenza di un percorso solo apparentemente frammentato. “Può sembrare un percorso insolito per chi oggi vive e lavora in montagna” ammette Sara, “ma è proprio qui, tra i boschi dell’Alpe della Luna, che ho trovato la sintesi di tutte queste esperienze.”
Da chi non si sarebbe mai definita imprenditrice a presidente della cooperativa
C’è un momento, nel racconto di Sara, in cui la riflessione personale diventa una vera lezione di leadership, quasi senza che lei se ne accorga. “Prima di arrivare alla Fattoria di Germagnano non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei trovata a coordinare un gruppo di persone, a gestire bilanci, a prendere decisioni imprenditoriali e a tenere insieme sogni, responsabilità e sostenibilità economica” racconta. “Per molto tempo non mi sarei mai definita un’imprenditrice.”
Oggi le cose sono cambiate, e Sara lo dice con una consapevolezza che è insieme orgoglio e responsabilità : “Oggi, invece, lo faccio con orgoglio, perché credo profondamente nel valore di questo progetto e nella sua capacità di generare lavoro, relazioni e nuove opportunità in un territorio marginale.” Un passaggio non avvenuto per caso, ma attraverso un lavoro costante su sé stessa. Ha dovuto cambiare, crescere, imparare competenze che non appartenevano al suo percorso iniziale. Mettersi in discussione, affrontare errori e difficoltà , continuare a formarsi ogni giorno.
È una visione della leadership lontana da ogni retorica manageriale da manuale: non il comando dall’alto, ma la capacità di adattarsi, di imparare facendo, di accettare che la formazione non finisca mai. “Penso che non si finisca mai di imparare e io stessa sono in continua formazione, perché le sfide che il lavoro ci mette davanti cambiano continuamente” dice Sara. Ed è forse questa la qualità più preziosa che il suo racconto restituisce a chi lavora in qualsiasi settore: la disponibilità a reinventarsi senza perdere la rotta.
La montagna come laboratorio di idee e di comunitÃ
C’è un filo che lega la fotografa che ha lavorato con le comunità rom in Romania, la professionista che ha sviluppato progetti sociali in Colombia, e la presidente di cooperativa che oggi alleva capre sull’Alpe della Luna. Questo filo è la convinzione che ogni luogo, per quanto marginale, possa diventare un laboratorio di futuro. “Ancora oggi organizzo eventi, incontri e progetti culturali in montagna, convinta che luoghi come questi possano diventare laboratori di idee, comunità e futuro” racconta.
Non stupisce, allora, che la Fattoria di Germagnano non si limiti a produrre formaggi e ad accogliere ospiti, ma proponga anche attività didattiche pensate per grandi e piccoli: visite guidate tra stalle e pascoli, incontri con gli asinelli, le caprette e la mucca di famiglia, laboratori di caseificazione dove chiunque può sperimentare con le proprie mani l’antica arte della trasformazione del latte. Un modo per condividere non solo un prodotto, ma un intero modo di vivere, che si tramanda più con l’esperienza diretta che con le parole.
“Ci piace definirci i pastori dell’Alpe della Luna” spiega Sara, “perché il nostro compito non è soltanto allevare animali e produrre formaggi, ma prenderci cura di un territorio, delle sue storie e del suo futuro.” Una definizione che restituisce dignità e senso a un mestiere antico, calandolo dentro una visione contemporanea di sostenibilità e presidio culturale.
Un modello che guarda oltre l’azienda agricola
La storia della Fattoria di Germagnano offre più di uno spunto a chi si occupa di organizzazioni e di squadre di lavoro. Il primo riguarda la capacità di trasformare una crisi in opportunità : l’azienda avrebbe potuto chiudere di fronte alle difficoltà del progetto originario sugli asini da latte, e invece ha scelto di reinventarsi, ripartendo da un piccolo gregge di capre e da un’idea di gestione condivisa.
Il secondo riguarda il valore della squadra rispetto alla figura del singolo fondatore. In un’epoca in cui la narrazione imprenditoriale tende a esaltare il visionario solitario, la scelta della Fattoria di Germagnano di strutturarsi come cooperativa, con un gruppo di giovani che condivide competenze e responsabilità , racconta una via alternativa altrettanto solida, se non più duratura nel tempo.
Infine c’è la lezione più personale, quella di Sara Lusini: la leadership non nasce da un titolo di studio o da un ruolo assegnato, ma si costruisce nel tempo, attraverso esperienze anche molto lontane tra loro, fino a trovare la propria sintesi in un luogo inatteso. Una fotografa che ha lavorato in Romania e in Colombia, che ha affiancato richiedenti asilo in Italia, oggi guida un’azienda agricola sull’Appennino con la stessa attenzione alle persone che ha sempre contraddistinto il suo percorso, solo applicata a un contesto completamente diverso.
Vivere l’Alpe della Luna
Chi cerca un’alternativa concreta alla frenesia delle città troverà nella Fattoria di Germagnano uno spazio pensato apposta per rallentare. Le giornate in fattoria tra asini, capre e la mucca di casa. I laboratori di caseificazione per grandi e piccoli, che trasformano una visita in un ricordo. Le tavole del ristorante interno imbandite con salumi, formaggi e paste fresche fatte in casa, dove il menù cambia con le stagioni perché è la terra, non il calendario, a decidere cosa portare in tavola.
C’è anche un aperitivo, servito con vini locali e prodotti tipici, pensato per chi vuole semplicemente fermarsi un’ora tra queste montagne prima di riprendere il cammino. E ci sono i pernottamenti, al Rifugio La Spinella o al Rifugio Pian della Capanna per chi percorre la Via di Francesco, oppure negli appartamenti dell’Agriturismo La Villa per chi vuole vivere la montagna con calma, magari in famiglia, senza fretta di ripartire.
Chi desidera scoprire tutte le esperienze proposte, prenotare un soggiorno, un laboratorio o una cena a base di prodotti a chilometro zero, può visitare il sito della Fattoria di Germagnano oppure raggiungere direttamente la struttura, a Fraz. Montagna, alle porte di Sansepolcro. Chi sceglie di attraversare l’Alpe della Luna, tra i sentieri custoditi dai suoi pastori contemporanei, porterà con sé molto più di un souvenir: la testimonianza che la montagna, anche quella più marginale, può ancora essere abitata, vissuta e trasformata in un’opportunità concreta per chi ha il coraggio di crederci. Un invito aperto a chiunque cerchi, anche solo per un weekend, un ritmo diverso da quello delle città : quello dell’Alpe della Luna, custodito ogni giorno da Sara Lusini e dalla sua squadra.

