Mentre in Italia si discute ancora se riaprire o meno il dibattito sul nucleare, nel resto del mondo qualcosa di inatteso sta accadendo. Le stesse aziende tecnologiche che hanno costruito imperi sul cloud computing e sull’intelligenza artificiale stanno investendo miliardi in centrali nucleari. Microsoft ha firmato un contratto ventennale per riavviare Three Mile Island, il cui nome evoca uno dei più noti incidenti della storia nucleare. Google sta finanziando reattori modulari. Amazon ha messo sul tavolo investimenti massicci. Non si tratta di ambientalismo o di greenwashing: è pura necessità energetica.
I data center che elaborano le richieste di ChatGPT, generano immagini con l’intelligenza artificiale o processano miliardi di ricerche al giorno divorano energia a un ritmo che le fonti tradizionali non riescono a sostenere. Entro il 2030, questi centri di calcolo consumeranno 945 terawattora all’anno, quanto l’intero Giappone. E qui emerge il paradosso: proprio mentre il mondo investe cifre record nelle rinnovabili, il nucleare torna a essere considerato indispensabile. Non per rimpiazzare solare ed eolico, ma per garantire quella stabilità che le fonti intermittenti non possono offrire.
Come siamo arrivati a questo punto
Per comprendere la portata di questo ritorno serve guardare i numeri. Nel 2024 la produzione nucleare mondiale ha toccato i 2.677 terawattora, con un aumento del 2,9% trainato quasi esclusivamente dalla Cina. Eppure la quota del nucleare nel mix elettrico globale è scesa al 9%, il livello più basso degli ultimi quarant’anni. Un dato che racconta una storia complessa: da un lato gli investimenti nelle rinnovabili hanno raggiunto 728 miliardi di dollari, contro appena 21 miliardi per il nucleare. Dall’altro, governi e industrie stanno riscoprendo che la decarbonizzazione richiede fonti programmabili, capaci di funzionare ventiquattr’ore su ventiquattro, trecentosessantacinque giorni all’anno.
La svolta è arrivata con i Small Modular Reactors, i reattori modulari di piccola taglia. Non si tratta di centrali nucleari nel senso tradizionale del termine. Sono impianti che producono fino a 300 megawatt per modulo, costruiti in fabbrica e assemblati in cantiere nel giro di 24-36 mesi. Rispetto ai dieci anni necessari per una centrale convenzionale, è un cambio di paradigma. I sistemi di sicurezza sono passivi: si basano su gravità e convezione naturale, senza bisogno di pompe o interventi umani. In caso di emergenza, il reattore si spegne da solo. La modularità permette di scalare la produzione: serve più energia? Si aggiunge un modulo. Cambia la domanda? Si può ridurre la capacità.
Il mercato dei Small Modular Reactors vale oggi 6,3 miliardi di dollari e crescerà a 6,9 miliardi nel 2025, con una proiezione di 13,8 miliardi entro il 2032. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, ci sono 68 progetti SMR in fase di sviluppo e oltre trenta paesi stanno valutando programmi nucleari basati su questa tecnologia. Non è più fantascienza o sperimentazione: è una realtà industriale in espansione.
Quello che cambia per le imprese italiane
Parlare di nucleare in Italia significa affrontare decenni di tabù. Eppure qualcosa si sta muovendo, e stavolta riguarda anche le piccole e medie imprese. Il punto non è se l’Italia costruirà centrali nucleari domani mattina, ma cosa significa questo scenario per chi gestisce attività produttive, commerciali o di servizi oggi.
Prendiamo l’industria manifatturiera del Nord Italia, quella delle piccole e medie aziende che lavorano metalli, producono componenti, gestiscono processi ad alta intensità energetica. Il costo dell’elettricità incide pesantemente sui margini. Quando i prezzi dell’energia schizzano in alto, come è successo nel 2022, molte aziende si trovano a operare in perdita o a fermare la produzione. La prospettiva di avere energia nucleare stabile e a costo prevedibile nel medio-lungo termine cambia i calcoli. Non parliamo del 2026, ma del 2035-2040. Per chi pianifica investimenti industriali con orizzonti decennali, conta.
A febbraio 2025 è nata Nuclitalia, joint venture tra Enel (51%), Ansaldo Energia (39%) e Leonardo (10%), con l’obiettivo di valutare la fattibilità degli SMR sul territorio nazionale. Il governo sta lavorando a un disegno di legge quadro che potrebbe essere varato entro fine gennaio, con la costituzione di un’agenzia di controllo dedicata. I tempi tecnici per vedere il primo reattore operativo non arriveranno prima del 2035, secondo le stime del Politecnico di Milano. Ma il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima già prevede 8 gigawatt di capacità nucleare installata entro il 2050, per una produzione di 64 terawattora.
Cosa significa in pratica? Che chi gestisce oggi un’impresa energivora deve iniziare a considerare scenari diversi. Le fonti rinnovabili continueranno a crescere, ma la necessità di energia stabile e programmabile resta. Chi produce ceramiche, vetro, carta, chi gestisce processi termici industriali o refrigerazione continua, chi opera nel settore alimentare con catene del freddo, deve fare i conti con la disponibilità energetica. E il nucleare, nel mix futuro, potrebbe rappresentare quella base carico che oggi manca.
I numeri che contano davvero
Il dibattito sul nucleare è spesso inquinato da posizioni ideologiche. Ma per chi gestisce un’attività, contano i fatti. E i fatti dicono che nel 2025 ci sono 408 reattori operativi nel mondo, con un’età media di 32,4 anni. Altri 63 sono in costruzione in undici paesi, anche se 26 hanno già accumulato ritardi rispetto alle tempistiche previste. La Cina sta costruendo più reattori di tutti gli altri paesi messi insieme e diventerà entro il 2030 il paese con la maggiore capacità nucleare installata, superando Stati Uniti ed Europa.
Non si tratta di una gara sportiva, ma di capire dove vanno gli investimenti e la tecnologia. Dei 52 reattori costruiti dal 2017 a oggi, 25 sono di progettazione cinese e 23 di progettazione russa. L’Occidente sta recuperando terreno, ma parte da posizioni arretrate. E questo ha conseguenze concrete anche per le filiere industriali italiane.
Prendiamo il caso di Ansaldo Nucleare, che è leader europea nei reattori veloci raffreddati con metalli liquidi pesanti. O il consorzio EAGLES, che vede ENEA e Ansaldo partecipare alla realizzazione di ALFRED, il primo dimostratore industriale europeo di reattore di quarta generazione raffreddato a piombo liquido, in costruzione in Romania. Questi progetti non sono esercizi accademici: rappresentano competenze, brevetti, know-how industriale che può tradursi in commesse, posti di lavoro, export di tecnologia.
Secondo uno studio congiunto di Confindustria ed ENEA, lo sviluppo del nucleare in Italia potrebbe generare un ritorno economico pari al 2,5% del PIL nazionale e creare 117.000 nuovi posti di lavoro, di cui 39.000 direttamente nella filiera nucleare. Per chi gestisce imprese di ingegneria, costruzioni, componentistica, elettronica industriale, questo significa opportunità concrete. Non domani, ma in un arco temporale di dieci-quindici anni.
La questione dei costi e della convenienza
Chi paga il conto? È la domanda che ogni imprenditore si pone quando si parla di energia. Il costo di generazione degli SMR è stimato tra 70 e 110 dollari per megawattora, comparabile con il costo delle rinnovabili se si considerano i sistemi di accumulo necessari per compensare l’intermittenza. Un impianto solare o eolico produce energia quando c’è sole o vento, non quando serve. Per avere disponibilità continua servono batterie o altre forme di stoccaggio, che hanno costi significativi e limiti tecnologici.
Il nucleare, al contrario, produce energia in modo costante. Un reattore funziona al 90% della sua capacità per tutto l’anno, con fermate programmate per manutenzione. Questo si traduce in prevedibilità. Per un’industria che lavora su turni continui, che deve garantire processi produttivi senza interruzioni, che pianifica i costi energetici nei contratti pluriennali, la stabilità vale quanto il prezzo.
Certo, i grandi progetti nucleari del passato sono stati spesso travolti da costi fuori controllo e ritardi biblici. Ma la filosofia degli SMR è proprio quella di ridurre questi rischi. Costruzione modulare, standardizzazione dei componenti, tempi certi. Resta da vedere se le promesse saranno mantenute. I primi impianti commerciali in fase di completamento daranno la risposta nei prossimi anni.
Cosa sta succedendo davvero nel mondo
TerraPower, l’azienda fondata da Bill Gates, sta costruendo a Kemmerer, nel Wyoming, un reattore Natrium da 345 megawatt. Non è un esperimento: è un impianto commerciale che rimpiazzerà una centrale a carbone dismessa, mantenendo i posti di lavoro locali. La Nuclear Regulatory Commission ha completato a dicembre 2025 la valutazione finale di sicurezza, primo reattore avanzato a raggiungere questo traguardo. L’investimento totale è di 4 miliardi di dollari, metà finanziati dal Dipartimento dell’Energia americano. Il completamento è previsto per il 2030.
Il reattore Natrium usa sodio liquido come refrigerante e ha un sistema di accumulo termico a sali fusi integrato. Questo permette di modulare la produzione: quando la domanda elettrica è alta, il sistema rilascia energia portando la potenza a 500 megawatt. Quando la domanda cala, accumula calore. È pensato per integrarsi con le rinnovabili, non per contrastarle. Un dettaglio tecnico che fa la differenza nella gestione della rete elettrica.
In Europa, il Regno Unito ha annunciato che Wylfa, in Galles, ospiterà il primo SMR con tre reattori Rolls-Royce, investimento da 2,5 miliardi di sterline. La Polonia sta lavorando con GE Hitachi per reattori BWRX-300 da 300 megawatt. La Romania ospiterà ALFRED, il dimostratore europeo di reattore di quarta generazione. E l’Alleanza Industriale Europea sui Reattori Modulari di Piccola Taglia, lanciata nel febbraio 2024 con oltre 350 membri, ha approvato il piano d’azione strategico 2025-2029.
La Commissione Europea ha aperto una consultazione pubblica per definire la strategia sugli SMR, con oltre dieci paesi che nei loro piani energetici nazionali hanno espresso interesse per questa tecnologia. Non si tratta di nostalgia per il nucleare del passato, ma di una valutazione pragmatica: servono fonti programmabili per la decarbonizzazione.
Il caso italiano: newcleo e la quarta generazione
In questo panorama, l’Italia ha un protagonista che vale la pena conoscere. Newcleo, startup fondata nel 2021 da Stefano Buono, ha raccolto 537 milioni di euro e conta 1.100 dipendenti. Non è una cifra da ridere per una startup tecnologica italiana. L’azienda sviluppa reattori veloci raffreddati a piombo liquido, tecnologia di quarta generazione che promette di utilizzare come combustibile materiale recuperato dalle scorie nucleari esistenti, chiudendo il ciclo.
ENEA e newcleo stanno sviluppando presso il Centro di Brasimone il simulatore PRECURSOR, un prototipo non nucleare da 10 megawatt che riproduce il funzionamento del futuro reattore in tutti i suoi aspetti tecnologici. Il primo reattore veloce raffreddato al piombo di newcleo sarà operativo in Francia nel 2031. Perché in Francia e non in Italia? Perché lì esiste già un quadro normativo e regolatorio che permette di procedere. In Italia siamo ancora alla fase della legge delega.
Questo non significa che l’Italia resterà fuori dal nuovo nucleare. Significa che le tempistiche sono diverse. E per chi gestisce un’impresa, capire queste tempistiche è fondamentale. Chi investe oggi in efficientamento energetico, in impianti fotovoltaici, in sistemi di accumulo, fa le scelte giuste per i prossimi dieci anni. Chi pianifica investimenti industriali con orizzonte 2040, deve considerare anche il nucleare nel mix.
L’impatto concreto sui settori produttivi
La questione energetica non riguarda solo le bollette. Riguarda la competitività. Un’azienda italiana che produce acciaio, alluminio, ceramiche, vetro, carta, deve competere con concorrenti europei e globali che hanno accesso a energia a costi diversi. La Francia, che produce il 70% della sua elettricità dal nucleare, ha prezzi energetici mediamente più bassi e più stabili dell’Italia, che importa energia e dipende dal gas.
Per le industrie del freddo, quelle che gestiscono catene alimentari, logistica refrigerata, conservazione, la disponibilità di energia continua e affidabile è vitale. Un’interruzione significa perdita di prodotto, danni economici, problemi con i clienti. Per le industrie ad alta intensità energetica, il costo dell’elettricità può rappresentare il 30-40% dei costi operativi. In questo contesto, avere energia nucleare nel mix nazionale significa ridurre la volatilità dei prezzi e la dipendenza dalle importazioni.
Il settore dei data center sta crescendo anche in Italia. Milano e Roma stanno diventando hub importanti per il cloud computing europeo. Questi centri consumano energia senza sosta. E qui torniamo al punto di partenza: le big tech investono nel nucleare perché serve energia stabile, disponibile 24/7, con basse emissioni. Se l’Italia vuole attrarre questi investimenti, deve garantire disponibilità energetica affidabile.
Le tecnologie di quarta generazione e cosa significano
I reattori di quarta generazione non sono solo un’evoluzione tecnica. Sono un cambio di approccio. L’obiettivo è ridurre drasticamente le scorie, riciclare il combustibile, aumentare la sicurezza con sistemi passivi, abbassare i costi. Esistono sei tipologie principali: reattori veloci raffreddati al sodio, al piombo, ad altissima temperatura, a sali fusi, raffreddati a gas, ad acqua supercritica.
Attualmente sono operativi quattro reattori sperimentali di quarta generazione: due in Russia (Beloyarsk-3 e Beloyarsk-4) e due in Cina (Shidao Bay-1). Quest’ultimo combina la taglia degli SMR con un reattore di quarta generazione, usando elio come refrigerante. Questo permette di eliminare la necessità di localizzare gli impianti vicino a grandi fonti d’acqua, ampliando le possibilità di localizzazione.
La tecnologia dei reattori raffreddati a piombo liquido, quella su cui punta newcleo, ha il vantaggio che il piombo ha proprietà intrinseche di sicurezza: non reagisce con acqua o aria, non brucia, ha un punto di ebollizione altissimo. In caso di perdita di refrigerazione, il sistema si stabilizza da solo. Sono caratteristiche che riducono i rischi e semplificano i sistemi di sicurezza.
Per le imprese italiane della filiera meccanica, elettronica, dell’automazione industriale, questi sviluppi rappresentano opportunità. I reattori di nuova generazione richiedono componenti sofisticati, sistemi di controllo avanzati, materiali speciali. Competenze che in Italia esistono, in settori come l’aerospazio, la difesa, l’automazione, la sensoristica. La partecipazione ai progetti europei, come ALFRED in Romania o il programma PASCAL coordinato da ENEA con 16 partner europei, significa costruire quella base di conoscenze e relazioni che poi si traduce in contratti e commesse.
La fusione nucleare: troppo lontana per contare oggi
ITER, il progetto internazionale per la fusione nucleare che si sta costruendo a Cadarache in Francia, rappresenta l’approccio più ambizioso: replicare l’energia delle stelle. Il reattore, frutto della collaborazione tra Europa, Stati Uniti, Cina, Giappone, Russia, India e Corea del Sud, dovrebbe produrre 500 megawatt per circa dieci minuti, con un fattore di guadagno di dieci volte l’energia immessa.
Ad aprile-maggio 2025 è iniziata l’installazione dei primi moduli della camera da vuoto, componenti dal peso di tre Airbus A380. Il Scientific Data and Computing Centre è operativo. Ma le tempistiche si sono allungate. A luglio 2024 è stato annunciato che il primo plasma non arriverà prima del 2033 e la fase deuterio-trizio non prima del 2039. Il reattore di dimostrazione DEMO, che produrrà elettricità per la rete, è previsto per il 2050.
Per chi gestisce un’impresa oggi, la fusione nucleare è troppo lontana per avere rilevanza nei piani energetici. Può diventare interessante per i figli o i nipoti, non per le decisioni di investimento attuali. Il focus deve restare su tecnologie che diventeranno operative nei prossimi dieci-quindici anni: gli SMR, i reattori di quarta generazione, le rinnovabili con sistemi di accumulo.
Cosa possono fare oggi le imprese italiane
Il ritorno del nucleare non significa che le rinnovabili perdono importanza. Significa che il mix energetico futuro sarà diverso da come molti pensavano. Per chi gestisce un’attività, questo richiede flessibilità strategica.
Chi investe oggi in efficienza energetica fa la scelta giusta comunque vada. Ridurre i consumi significa risparmiare, qualunque sia la fonte energetica. Chi installa impianti fotovoltaici con sistemi di accumulo si mette al riparo dalla volatilità dei prezzi elettrici e può beneficiare degli incentivi attuali. Chi stipula contratti di lungo termine per l’energia deve considerare l’evoluzione del mercato elettrico nei prossimi anni.
Per le imprese manifatturiere che lavorano nella componentistica, nell’elettronica industriale, nell’automazione, nei materiali speciali, conviene seguire gli sviluppi dei progetti nucleari europei. Le filiere si stanno costruendo adesso. Partecipare a consorzi, seguire i bandi europei di ricerca e sviluppo, costruire partnership con centri di ricerca come ENEA, significa posizionarsi per tempo.
Per le imprese energivore, quelle che subiscono pesantemente il costo dell’energia, ha senso iniziare a dialogare con i fornitori di energia elettrica per capire come evolveranno le offerte nei prossimi anni. La prospettiva di avere energia nucleare nel mix italiano entro il 2035-2040 potrebbe tradursi in contratti di fornitura a lungo termine più stabili.
I rischi e le incognite che restano
Sarebbe disonesto presentare il nucleare come la soluzione a tutti i problemi energetici. I rischi e le incognite restano. Il primo è quello economico: i grandi progetti nucleari del passato sono stati spesso disastri finanziari. Gli SMR promettono costi contenuti e tempi certi, ma finché non ci saranno impianti operativi in numeri significativi, resta un’incognita.
Il secondo è quello regolatorio. In Italia non esiste ancora un quadro normativo completo per il nuovo nucleare. La legge delega è in discussione, ma serviranno anni per avere tutte le norme di attuazione. Chi investe in progetti industriali con tempi lunghi deve mettere in conto questa incertezza.
Il terzo è quello della filiera di fornitura. La Russia resta un fornitore chiave di uranio arricchito. TerraPower ha dovuto posticipare l’apertura del reattore Natrium dal 2028 al 2030 perché l’invasione dell’Ucraina ha interrotto l’accesso all’uranio altamente arricchito a basso arricchimento (HALEU). L’Europa e gli Stati Uniti stanno lavorando per creare filiere autonome, ma ci vorrà tempo.
Il quarto è quello dell’accettazione sociale. In Italia il referendum del 1987 ha sancito l’uscita dal nucleare. Trentotto anni dopo, l’opinione pubblica è cambiata? Sondaggi recenti mostrano un crescente consenso, ma anche molta disinformazione. Senza un dialogo trasparente e basato sui dati, sarà difficile costruire consenso.
Il futuro si costruisce oggi
La vera domanda non è se il nucleare tornerà in Italia. È quando e come. E soprattutto, chi ne beneficerà. Le grandi utility come Enel hanno già preso posizione con Nuclitalia. Le imprese della filiera industriale che si muovono per tempo potranno partecipare allo sviluppo. Chi resta fermo a guardare rischia di trovarsi tagliato fuori quando le opportunità si concretizzeranno.
Il periodo 2025-2030 sarà cruciale. I primi SMR commerciali entreranno in funzione. Il reattore Natrium di TerraPower in Wyoming, gli impianti Rolls-Royce nel Regno Unito, i progetti GE Hitachi in Polonia e Romania, il dimostratore ALFRED, il reattore di newcleo in Francia. Se questi progetti manterranno le promesse di costi e tempi, il nuovo nucleare diventerà mainstream. Se falliranno, ci sarà un altro decennio di stallo.
Per le imprese italiane, l’approccio pragmatico è quello vincente. Investire nelle rinnovabili e nell’efficienza oggi. Monitorare gli sviluppi del nucleare per essere pronti domani. Costruire competenze e relazioni nelle filiere emergenti. Non serve essere pro o contro il nucleare per ideologia. Serve capire come evolverà il mercato energetico e posizionarsi di conseguenza.
L’atomo sta tornando non perché qualcuno l’ha deciso a tavolino, ma perché la domanda energetica globale e la necessità di decarbonizzazione lo rendono necessario. Le rinnovabili continueranno a crescere più rapidamente, ma da sole non bastano per garantire energia stabile ventiquattr’ore su ventiquattro. Il nucleare di nuova generazione promette di colmare questo gap. Resta da vedere se le promesse si trasformeranno in realtà. Ma chi gestisce un’impresa non può permettersi di ignorare questo scenario.

