14.2 C
Milano
lunedì, Ottobre 12, 2026

N.1 Leadership Magazine

© AM, LTD. All rights reserved. Saliremo® is a registered company.

Energia dal mare: maree, onde e correnti come frontiera della produzione rinnovabile italiana

Più Letti

Lorenzo Dalmasso
Lorenzo Dalmasso
Educatore e consulente in leadership, con un focus sullo sviluppo personale e professionale.

Pantelleria d’inverno non è quella che si vede sulle riviste. Il turismo se n’è andato, i traghetti arrivano quando il mare lo permette, e le bollette dell’elettricità restano alte tutto l’anno perché sull’isola non arriva nessun cavo dalla terraferma. L’energia viene prodotta bruciando gasolio, come si faceva cinquant’anni fa, come si fa ancora oggi in più di cinquanta isole italiane abitate. Per chi gestisce un ristorante, un albergo, un impianto di trasformazione del pescato in queste aree, quella voce di costo non è un fastidio — è una variabile che può decidere se l’attività regge o no. In alcuni impianti di acquacoltura marina il solo costo energetico arriva ad assorbire tra il 19 e il 45 percento del valore del pesce venduto. Attorno a Pantelleria, intanto, il mare si muove. Come si muove attorno alla Sardegna, alle Eolie, a Lampedusa. Come si muove nello Stretto di Messina con correnti che superano i due metri al secondo. Quello stesso mare che da secoli regola la vita delle comunità costiere italiane contiene energia in quantità che — se esistessero le tecnologie giuste al costo giusto — cambierebbe i conti di migliaia di attività locali in modo permanente. Le tecnologie esistono. Il costo giusto non è ancora arrivato, ma si sta avvicinando. E nel frattempo, l’Italia si trova in una posizione che pochi avrebbero scommesso: seconda in Europa per finanziamenti pubblici alla ricerca sull’energia marina, con prototipi funzionanti e brevetti riconosciuti a livello internazionale. Il problema non è la scienza. È il salto tra la vasca navale e il mercato.

Perché solare ed eolico non risolvono tutto, specie nelle isole

C’è una narrazione diffusa secondo cui le rinnovabili “classiche” — fotovoltaico e eolico — siano ormai sufficienti a rispondere a qualsiasi esigenza energetica. In molti contesti è vera. In altri no, e le isole minori italiane sono uno di quegli altri. Il fotovoltaico non produce di notte. D’inverno produce poco. L’eolico dipende da un vento che in Mediterraneo è irregolare e stagionale. Entrambe le tecnologie richiedono sistemi di accumulo significativi per garantire continuità, e quei sistemi hanno un costo che nelle isole — dove tutto si trasporta via mare — pesa ancora di più. Non è una critica al fotovoltaico: è la descrizione di un limite fisico che non sparisce aggiungendo più pannelli. Le maree non hanno questo problema. I loro cicli sono governati dall’attrazione gravitazionale della Luna e del Sole, e sono calcolabili con precisione decennale. Non dipendono dal meteo, non cambiano tra estate e inverno, non si fermano la notte. Le correnti marine hanno una continuità analoga. Il moto ondoso è più variabile, ma nel Mediterraneo è presente con una frequenza che lo rende comunque sfruttabile, anche se le onde non raggiungono le altezze dell’Atlantico. Questa prevedibilità vale molto, in termini pratici. Un operatore che produce energia dal mare sa con anticipo quanto produrrà. Può pianificare. Può integrare la produzione marina con altre fonti senza dover dipendere da accumuli enormi. Per un’isola che oggi compra gasolio a prezzo variabile e lo brucia in generatori datati, passare a una fonte locale e prevedibile è un cambiamento di natura, non solo di costo.

Tre tecnologie italiane che esistono davvero

L’Italia non sta guardando da fuori questo settore. Ha investito, ha costruito prototipi, ha testato in mare. I risultati non sono ancora commerciali, ma sono reali. Nello Stretto di Messina, dal 2001, ha operato KOBOLD — una turbina ad asse verticale sviluppata dalla società Ponte di Archimede S.p.A. in collaborazione con l’Università Federico II di Napoli. Le pale ruotavano sfruttando le correnti tidali, il generatore produceva corrente, il cavo la portava alla rete nazionale. Non era un esperimento: era un impianto che funzionava. È stato poi disattivato, ma il brevetto internazionale che ne è derivato ha trovato acquirenti in Indonesia, dove un consorzio locale lo sta applicando in contesto insulare con il supporto dell’UNIDO delle Nazioni Unite. Il fatto che una tecnologia nata a Messina serva oggi a elettrificare isole del Sud-Est asiatico non è un dettaglio folkloristico. Dice che il lavoro fatto era solido. Dalla stessa università è nata un’altra idea, questa volta per le lagune e i tratti costieri con correnti invertibili: GEM, sviluppato dal professor Domenico Coiro e dall’ingegner Nicola Morrone. Il nome informale è “l’aquilone del mare”, e descrive bene il comportamento del dispositivo: si immerge sotto la superficie, si orienta seguendo la corrente, e quando la corrente inverte direzione — come fa due volte al giorno nelle lagune soggette a marea — la segue senza bisogno di intervento esterno. Nessuna fondazione fissa, nessun impatto visivo dalla riva, nessuna struttura che altera il fondale. Un prototipo da 20 kilowatt ha operato nella Laguna Veneta nel 2012 con finanziamento regionale. Il sistema non è ancora sul mercato, ma rappresenta una risposta seria a un problema concreto: in molti siti costieri italiani le correnti ci sono ma i fondali non permettono installazioni rigide. Poi c’è il PEWEC — Pendulum Wave Energy Converter — che è il progetto più avanzato e quello con le migliori probabilità di arrivare primo alla fase commerciale. Lo hanno sviluppato ENEA e il Politecnico di Torino, e fin dall’inizio hanno scelto di non copiare i sistemi pensati per l’Atlantico. Le onde mediterranee sono diverse: non alte come quelle oceaniche, ma frequenti, regolari, presenti anche in inverno quando il sole è basso e il fotovoltaico rende meno. Il PEWEC sfrutta esattamente quella frequenza. È uno scafo semicircolare galleggiante — 15 metri per 23, oltre mille tonnellate nella versione in scala reale — con un pendolo interno collegato a un generatore. L’onda muove lo scafo, lo scafo muove il pendolo, il pendolo produce corrente. Il prototipo in scala 1:25 è stato testato nella vasca navale della Federico II di Napoli, anche simulando tempeste. Il prossimo passo è installare il dispositivo in scala reale a Pantelleria — quella stessa isola che oggi si scalda e si illumina a gasolio — e dimostrare che funziona in mare aperto. L’obiettivo di costo dichiarato è sotto i dieci centesimi per kilowattora. Per un’isola che compra elettricità prodotta da gasolio, quel numero cambia tutto.

Il conto che cambia per chi lavora sul mare

Non serve essere ingegneri per capire perché tutto questo riguarda da vicino un ristoratore di Pantelleria, un albergatore delle Eolie o un pescatore con un impianto di trasformazione in Sardegna. Il ragionamento è diretto. Quando il costo dell’energia scende strutturalmente — non per un bonus temporaneo, non per un’agevolazione in scadenza, ma perché la fonte è locale e inesauribile — i margini migliorano in modo permanente. Non cambia solo la bolletta: cambia la natura del rischio d’impresa. Oggi chi lavora in queste aree è esposto a ogni oscillazione del prezzo del petrolio, a ogni crisi di approvvigionamento, a ogni maltempo che ritarda la nave del gasolio. Con una fonte energetica locale quella esposizione si riduce. Non scompare del tutto, ma si riduce in modo significativo. C’è poi un secondo aspetto che riguarda più direttamente le attività turistiche e ricettive. Il turismo di qualità — quello che sceglie con attenzione, che cerca esperienze coerenti con certi valori, che è disposto a spendere di più per una destinazione che corrisponde a quello che dice di essere — è sempre più attento all’impronta ambientale reale delle strutture che frequenta. Non alla certificazione appesa in reception, ma alla coerenza sostanziale. Un albergo che produce energia dal mare ha un argomento di comunicazione che non si inventa, non si certifica a pagamento e non si erode col tempo. E a differenza dei pannelli solari sul tetto — visibili, ingombranti, esteticamente non neutri — l’energia marina è invisibile. Lo scafo galleggiante è al largo. La riva rimane quella che era. Infine c’è un tema di erosione costiera che vale la pena citare perché tocca direttamente le attività balneari e le strutture fronte mare. Il PEWEC, assorbendo parte dell’energia delle onde prima che raggiungano la costa, contribuisce a ridurre l’intensità dell’impatto sulle spiagge. Non è il motivo principale per cui vale la pena sviluppare questa tecnologia, ma per chi gestisce uno stabilimento balneare su un litorale che arretra ogni anno è un effetto collaterale concreto.

I vincoli che esistono e non vanno ignorati

Sarebbe un errore chiudere questo ragionamento senza dire con chiarezza dove si trovano i limiti reali. Installare impianti in ambiente marino costa molto più che installare fotovoltaico su un tetto. L’acqua salata corrode, la manutenzione richiede mezzi nautici specializzati, le operazioni in mare aperto sono soggette a condizioni meteo e dipendono da competenze che non si improvvisano. Il fotovoltaico ha raggiunto i costi attuali dopo vent’anni di industrializzazione di massa, con filiere produttive globali e concorrenza feroce. L’energia marina è ancora all’inizio di quel percorso. I costi scenderanno — seguendo una traiettoria simile a quella dell’eolico offshore, che in quindici anni ha visto i propri costi crollare di oltre l’80% — ma non sono ancora scesi. La geografia conta, e non tutte le coste italiane sono adatte. Le zone davvero favorevoli per il moto ondoso sono la costa occidentale della Sardegna e il Canale di Sicilia. Per le correnti, lo Stretto di Messina. Al di fuori di questi siti le condizioni diventano meno interessanti dal punto di vista energetico, e forzare installazioni altrove significa costi più alti per rendimenti peggiori. Sul piano tecnologico, il PEWEC si trova oggi a livello di maturità TRL 4 su una scala di 9. L’installazione a Pantelleria punta al TRL 6, che significa primo funzionamento reale in mare. Non è ancora un prodotto che si può comprare. Ci vogliono anni, nella migliore delle ipotesi. E c’è il tema ambientale, che nel Mediterraneo va preso sul serio. I convertitori da onde e le turbine a corrente hanno un impatto sull’ecosistema molto inferiore rispetto alle grandi centrali a barriera, che richiedono opere murarie invasive e alterano i flussi d’acqua in modo permanente. Ma impatto ridotto non significa impatto zero. Ogni installazione richiede valutazioni specifiche, autorizzazioni, monitoraggio. Non è un ostacolo insuperabile, ma è un processo che richiede tempo.

La normativa si muove, lentamente ma si muove

Il decreto FER2, entrato in vigore nell’agosto 2024, ha incluso esplicitamente l’energia mareomotrice, il moto ondoso e le altre forme di energia marina tra le tecnologie che accedono agli incentivi statali. Procedure competitive gestite dal GSE, tariffe calibrate sulla taglia dell’impianto, quinquennio 2024-2028. Per impianti fino a 300 kilowatt la tariffa base è di 246 euro per megawattora, con riduzioni graduali dal 2026 in poi. Ad aprile 2026 il Ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin ha annunciato una revisione del decreto, con l’obiettivo dichiarato di renderlo più efficace nel sostenere le tecnologie innovative. Non è ancora chiaro quanto la revisione cambierà le condizioni specifiche per l’energia marina, ma il segnale politico è che il governo considera questo settore parte del percorso di decarbonizzazione, non un accessorio. In Europa, la strategia per le rinnovabili offshore prevede 100 megawatt di energia oceanica nel mix energetico entro il 2027 e 1 gigawatt entro il 2030. I numeri sembrano piccoli rispetto ai gigawatt del fotovoltaico, ma la funzione di questi target non è coprire la domanda europea — è aprire il mercato, creare le prime filiere industriali, innescare la riduzione dei costi che poi segue sempre all’industrializzazione. Il gruppo di lavoro europeo ha fissato un obiettivo di 10 centesimi per kilowattora entro il 2030 per le correnti di marea, e entro il 2035 per il moto ondoso. Sono gli stessi numeri verso cui punta il PEWEC a Pantelleria. Se la convergenza avviene, il calcolo economico per le isole italiane che oggi bruciano gasolio cambia in modo irreversibile.

Cosa ha senso fare oggi, concretamente

Chi gestisce un’attività nelle aree costiere e insulari italiane non deve aspettare di capire questa tecnologia per agire. Ci sono cose sensate da fare adesso. Monitorare i bandi GSE legati al FER2 e i finanziamenti regionali per le rinnovabili nelle isole è il primo passo. Le finestre si aprono e si chiudono, spesso con poco preavviso. Chi le conosce in anticipo è in posizione migliore di chi le scopre quando sono già chiuse. Le associazioni di categoria e i consulenti energetici specializzati sono risorse utili in questo senso. Valutare l’adesione a una comunità energetica rinnovabile — le CER — è il secondo. In molte aree costiere stanno nascendo queste aggregazioni tra produttori e consumatori locali, spesso con incentivi dedicati. Entrarci consente di ridurre già oggi la dipendenza dalla rete e di costruire un’infrastruttura condivisa che domani potrà integrare fonti marine. Documentare e comunicare il percorso energetico dell’attività è il terzo. Non come esercizio di immagine: come contenuto autentico per una clientela che vuole prove, non promesse. Il percorso verso l’autonomia energetica — anche se ancora parziale — è un elemento di identità che si costruisce nel tempo e che non si replica a tavolino. L’Italia ha il mare, ha i brevetti, ha ricercatori che hanno dimostrato di saper costruire cose che funzionano. Quello che serve ora è tempo, continuità di investimento e una normativa che non cambi direzione ogni legislatura. I segnali più recenti vanno nella direzione giusta. Per chi lavora nelle isole e lungo le coste italiane, non è ancora il momento di installare una turbina. Ma è già il momento di capire che quella turbina arriverà, e di non farsi trovare impreparati quando lo farà.

Più Articoli

Iscriviti alla nostra newsletter

Per rimanere aggiornato con tutte le ultime notizie sulla Leadership e annunci speciali. Scopri aziende di successo, interviste e molto altro.

- newsletter -spot_img

Ultimi Articoli