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Emanuele E Il Suo Manuè: Come Un Barista Napoletano Ha Vinto Il MONDIALE Della Pizza E Conquistato La Bergamasca

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Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

Nota Editoriale: Oggi la nostra rivista, la n.1 in Italia per ciò che riguarda la leadership, racconta la storia di Emanuele Spanò  e della sua pizzeria, Manuè Ristorante Pizzeria e Friggitoria, specializzata in pizza napoletana autentica e cucina campana, una delle realtà più apprezzate del territorio. Un cliente soddisfatto ci ha contattato, ci ha fatto scoprire questo gioiello e abbiamo intervistato il fondatore.

La parte bella? Si trova vicino a te, a Pedrengo in provincia di Bergamo, e puoi andarci già da oggi. Noi lo consigliamo. Vedilo su Google.

Dal bancone del bar a due ristoranti con 640 coperti. Storia di chi ha trasformato la nostalgia in business

Via Fratelli Kennedy a Pedrengo non è esattamente il posto dove ti aspetteresti di trovare un pezzo di Napoli. Eppure è lì, incastonato tra le colline bergamasche, che Emanuele ha piantato la sua bandiera. Anzi, le sue bandiere: due ristoranti, 640 posti a sedere totali, una pizza che è arrivata sul podio ai mondiali e un sogno che continua a crescere.

Aggiornamento recente: Mentre scriviamo questo articolo, ci arriva una notizia che ci riempie di orgoglio. Emanuele e il suo team hanno appena conquistato il primo posto all’11ª edizione del Campionato Mondiale Pizza Doc. Dopo il terzo posto dell’anno scorso, quest’anno sono saliti sul gradino più alto del podio, battendo i nomi più importanti del settore.

“Un’emozione stupenda e inaspettata,” ci racconta Emanuele. Ma ora torniamo alla sua storia, a come tutto è cominciato.

La storia comincia undici anni fa, quando Emanuele lascia Napoli con una valigia e poche certezze. Destinazione: Bergamo. Ruolo: barista in un ristorante napoletano. Niente di straordinario, almeno sulla carta. Uno dei tanti ragazzi del Sud che prova fortuna al Nord.

Però Emanuele aveva qualcosa di diverso. Lo si capisce dal modo in cui racconta quegli anni, quasi sorvolando su quello che per altri sarebbe stato il capitolo principale della storia. “Sono arrivato per fare il barista, poi sono passato a cameriere, a responsabile di sala, a direttore, a gestore.” Otto anni condensati in una frase. Come se fosse normale scalare tutti i gradini della ristorazione mentre i tuoi coetanei cambiano ancora idea su cosa fare da grandi.

Le Idee Che Esplodevano (Ma Non Erano Sue)

Ed è proprio lì, mentre macinava ruoli e competenze, che Emanuele ha iniziato a capire di avere un problema. Anzi, una fortuna mascherata da problema: ogni volta che gli veniva in mente qualcosa di nuovo e riusciva a metterlo in pratica, funzionava.

Un tiramisù servito nella moka del caffè? Boom, tutti lo volevano fotografare. Un piatto napoletano rivisitato per i palati lombardi? La gente tornava apposta. Maglie di calcio appese come nei Quartieri Spagnoli? L’atmosfera cambiava completamente.

“Ogni volta che avevo un’invenzione e la mettevo in atto, la stessa esplodeva,” ricorda. E qui viene il bello: “Il locale dove lavoravo ha deciso di mantenere tutte queste cose perché portavano frutti.”

Pensateci un attimo. Tu hai l’idea, la realizzi, funziona alla grande. Ma il merito – e soprattutto i profitti – vanno a qualcun altro. È frustrante, no? Emanuele l’ha vissuta diversamente. L’ha vista come una palestra. Un laboratorio dove sperimentare gratis, dove capire cosa piace alla gente, dove sbagliare senza rimetterci il capitale.

“Quando mi sono accorto che tutte queste idee potevo farle esplodere per me, per un mio nome e per portare un’identità a tutto quello che stavo facendo, ho deciso di mettermi in proprio.”

Facile a dirsi. Molto meno a farsi.


La preparazione (o come si diventa imprenditori sul serio)

Emanuele avrebbe potuto buttarsi. Aveva otto anni di esperienza, conosceva il mestiere, aveva le idee. Molti a quel punto avrebbero aperto il locale e via. Lui invece ha fatto una cosa rara: si è fermato a prepararsi ancora meglio.

“Avevo troppe idee di fare, di inventare e creare. Ho iniziato a iscrivermi a corsi di avanzamento come pizzaiolo, come manager, come insegnante della comunicazione tra cliente e dipendente.”

Corsi su corsi. Non per collezionare certificati da appendere, ma per riempire i buchi. Sapeva fare la sala? Benissimo, ma la pizza la sapeva fare sul serio? Sapeva gestire un team? Sapeva parlare con i clienti quando le cose andavano male?

E i risultati sono arrivati. Tipo il terzo posto al Campionato Mondiale Pizza Doc del 2024. Che non è la sagra della pizza del quartiere, eh. È il mondiale. Con i migliori pizzaioli del pianeta.

“Quest’anno ci riandremo il 12 e 13 novembre,” dice Emanuele. E dal tono capisci che non andrà in gita. Andrà a vincere.


Il salto (e il nome che viene da sé)

L’occasione arriva dopo otto anni. I proprietari del ristorante dove Emanuele lavora vogliono vendere una delle loro sedi. Lui decide: la compra.

Ma prima serve un nome. E qui succede una di quelle cose belle che sembrano casuali ma che in realtà raccontano tutto.

“Dato che tutti mi conoscevano come Emanuele ma in napoletano il diminutivo corretto è Manuè, qualcuno qui al Nord ha iniziato a chiamarmi così – la mia compagna in primis. E quindi ho detto: perché non chiamarlo Manuè?”

Perfetto. Napoletano ma non troppo. Caldo, familiare, facile da ricordare. È uno di quei nomi che funzionano perché sono veri. Perché vengono dalla vita vera, non da un’agenzia di marketing.

E così nasce Manuè Ristorante Pizzeria e Friggitoria.


Crescere (E Crescere Ancora)

La prima sede è quella di Pedrengo. Oltre 500 posti a sedere. Non è un ristorante, è praticamente un paese. Ma Emanuele non si spaventa. Prende tutto quello che ha imparato in otto anni e lo mette dentro quel locale.

Funziona. Funziona talmente bene che quando, un anno e mezzo dopo, i vecchi proprietari chiudono un’altra sede – quella di Azzano San Paolo – Emanuele non ci pensa due volte. La compra.

Adesso Manuè ha due ristoranti. Pedrengo con i suoi 500 e passa posti. Azzano San Paolo con 140. Totale: 640 coperti. Aperto sette giorni su sette. A un anno e mezzo dalla prima apertura.

C’è gente che passa anni a decidere se aprire un secondo locale. Emanuele l’ha fatto in diciotto mesi. Perché aveva già testato il modello, aveva capito che funzionava, e quando vedi un’opportunità o la prendi o la lasci ad altri.


La qualità come ossessione

Però veniamo al punto vero. Perché Manuè funziona così bene? Cosa c’è che lo distingue dai cinquemila ristoranti napoletani sparsi al Nord?

La risposta sta in una frase che Emanuele ripete come un mantra: “Usiamo materie prime di top qualità, perché la qualità vince sempre.”

Sì, okay, lo dicono tutti. La differenza è che qui lo fanno davvero. E si vede.

“Il cliente che giustamente spende quell’euro in più, a mio avviso è più contento di spendere qualcosina in più ma che gli rimanga in bocca l’esperienza di aver assaporato un prodotto altissimo e cucinato in maniera altissima.”

È una scommessa, quando la metti così. Perché significa avere margini più stretti. Significa non poter tagliare quando le cose vanno male. Significa credere che la gente capisca la differenza tra un prodotto buono e uno eccellente.

E a quanto pare, i clienti di Manuè quella differenza la sentono eccome.


Le cose che fanno dire “solo qui”

Emanuele tiene a raccontare alcune cose che rendono Manuè diverso. E ha ragione a farlo, perché non sono dettagli.

“Siamo l’unico locale a Bergamo che serve la pasta e patate con provola nella forma di parmigiano.”

Dovete vederla, questa cosa. Arriva un mestolo gigante che affonda in una forma di parmigiano svuotata, prende la pasta fumante con la provola che fila, e te la versa nel piatto. È teatro prima ancora di essere cucina. E funziona.

Poi ci sono i salumi. “L’unico locale dove i salumi vanno messi in uscita per risaltare tutto il suo sapore.” Tradotto: non te li portano freddi di frigorifero. Li lasciano venire a temperatura ambiente, perché solo così esprimono tutti gli aromi. È una scelta che rallenta il servizio, costa di più in organizzazione. Ma è quella giusta.

E poi, ovviamente, c’è la pizza.

Noi di Saliremo ti consigliamo di assaggiare la pizza napoletana autentica di Emanuele: www.manueristorante.it


La Pizza Che Va Ai Mondiali (Sul Serio)

L’impasto di Manuè lievita 48 ore. Doppia lievitazione, soffice, leggera. “Facciamo anche impasti senza glutine certificati – no surgelato – e cucina senza glutine,” aggiunge Emanuele. Perché mangiare bene deve essere possibile per tutti, intolleranze comprese.

Ma il momento della verità è arrivato l’anno scorso. Campionato Mondiale Pizza Doc. Terzo posto. Podio mondiale.

“Come brand di pizzerie,” specifica Emanuele, che ci tiene sempre a sottolineare che non è un risultato solo suo. È del team. Del progetto. Di Manuè nel suo insieme.

Quest’anno ci riprovano. Il 12 e 13 novembre saranno di nuovo in gara. E dal modo in cui ne parla, capisci che non vanno per partecipare. Vanno per vincere.


Sanremo chiama (e non è uno scherzo)

Se pensate che il mondiale della pizza sia il massimo che possa capitare, vi sbagliate. Perché a febbraio succede qualcosa di ancora più grande.

“Andremo a cucinare per Sanremo il 27 e 28 perché ci hanno selezionato in Casa Sanremo, il salotto dei vip.”

Casa Sanremo non è un posto qualsiasi. È dove vanno i cantanti tra una prova e l’altra, dove i giornalisti fanno le interviste, dove girano i vip durante il Festival. E hanno scelto Manuè per rappresentare la cucina napoletana.

“Porteremo anche lì il nostro prodotto, la nostra pizza, i nostri impasti e abbinamenti culinari con prodotti tipici del Sud.”

Non è solo un onore. È una responsabilità enorme. Sei lì a rappresentare non solo te stesso, ma un’intera tradizione culinaria. Sul palcoscenico nazionale. Con tutti che guardano.

E Emanuele lo sa benissimo.


Oltre le mura del ristorante

Ma Manuè non si ferma ai due locali. Perché Emanuele ha capito una cosa: se non tutti possono venire da te, sei tu che devi andare da loro.

“Abbiamo preso la licenza anche come ambulante, abbiamo tutte le attrezzature per fare catering sul posto, furgoni, forno pizzeria.”

Non è diversificazione fatta tanto per. C’è una logica precisa. “Ci iscriviamo ad eventi sul territorio, notti bianche, food truck. Portiamo la nostra pizza e il nostro prodotto ovunque ci sia bisogno di portarlo, purché la gente scopra il vero sapore della pizza napoletana.”

È quasi una missione, se vogliamo. Emanuele vuole che la gente assaggi la sua pizza anche se vive a 200 chilometri da Pedrengo.

“L’esperienza che magari chi non può venirci a trovare perché distante, un giorno arriveremo noi da loro con le nostre tappe che metteremo poi a disposizione.”

La montagna va da Maometto, insomma. O meglio: Manuè va dai clienti.


La Tecnologia (Fatta Bene)

E poi c’è il capitolo app. Perché Emanuele sarà anche tradizionalista sulla cucina, ma sulla tecnologia è avanti.

“Siamo l’unico ristorante a Bergamo ad avere 2 app su Apple Store e su Android.”

La prima è dedicata al ristorante. I clienti possono iscriversi, avere sconti, ricevere aggiornamenti, prenotare, guardare il menù. Tutto molto pratico.

La seconda è più particolare. È l’app del Club Napoli Anima Azzurra. “Collaboriamo e abbiamo una sala dedicata a Pedrengo per vedere le partite del Napoli su Sky.”

Intelligente. Crei comunità, dai un motivo in più per tornare, trasformi il ristorante in punto di riferimento sociale. Non solo cibo, ma anche appartenenza.


Napoli senza prendere l’aereo

Ma alla fine quello che conta è cosa succede quando entri da Manuè. E qui Emanuele ha lavorato molto sull’atmosfera.

“Ti sembrerà di essere a Napoli senza il costo del biglietto aereo.”

Non è marketing vuoto. La location è stata completamente ripensata per ricreare i vicoli napoletani. Le maglie di calcio, i colori, i dettagli. Tutto studiato per trasportarti.

Perché la gente non viene solo per mangiare. Viene per vivere un’esperienza. Per sentirsi, anche solo per due ore, da un’altra parte.


Quello che possiamo imparare

Se dovessimo tirare fuori qualche lezione dalla storia di Emanuele, ce ne sarebbero diverse. E valgono per chiunque, non solo per chi lavora nella ristorazione.

Primo: la gavetta serve davvero. Emanuele ha fatto tutti i ruoli. Ha visto il ristorante da ogni angolazione. Questa esperienza completa gli ha permesso di capire come funzionano davvero le cose. Non esistono scorciatoie che tengano.

Secondo: testare prima di investire. Emanuele ha sperimentato per anni le sue idee nel locale dove lavorava. Ha capito cosa funzionava e cosa no. Ha imparato dagli errori altrui prima di aprire il suo ristorante. È geniale.

Terzo: la formazione continua è tutto. I corsi, gli attestati, le certificazioni. Servono. Sempre. Anche quando pensi di sapere già tutto.

Quarto: la qualità paga sempre. Costa di più, stringe i margini. Ma la gente capisce. E torna.

Quinto: il tempismo conta. Emanuele ha aspettato un anno e mezzo prima di aprire il secondo locale. Ha consolidato, ha capito che il modello funzionava. E solo allora ha replicato.


Dove Siamo Adesso

Oggi Manuè è una realtà solida. Due sedi, 640 posti, un team che funziona, riconoscimenti internazionali in arrivo. Ma Emanuele non sembra uno che si ferma.

Il Nuovo Campionato Mondiale è alle porte. Sanremo si avvicina. I food truck continuano a girare. Le app vengono aggiornate. I piatti migliorati.

È chiaro che Manuè non è un punto di arrivo. È un progetto in movimento. E forse è proprio questo il segreto: non fermarsi mai.


Venite (e portatevi fame)

Se vi è venuta voglia di assaggiare quella pasta e patate nella forma di parmigiano, o la pizza che è arrivata terza ai mondiali, sapete dove andare.

Manuè ha due sedi. Pedrengo, Via Fratelli Kennedy 12: quella grande, quella storica, quella con oltre 500 posti. E Azzano San Paolo, Via Piave 64: a due minuti dall’aeroporto di Orio. C’è pure la navetta dall’aeroporto, se arrivate o partite.

Aperti tutti i giorni. Pranzo 12-15, cena 19-23:30. Il sabato fino a mezzanotte, perché il weekend va rispettato.

Per il menù, le prenotazioni o gli eventi, c’è il sito www.manueristorante.it. Oppure scaricate le app. O seguite Manuè su Instagram, Facebook e TikTok.

Perché le storie belle vanno vissute, non solo lette. E questa di Emanuele è una di quelle che lasciano il segno. Di chi non si è arreso, di chi ha creduto nelle sue idee, di chi ha lavorato come un pazzo per trasformare un sogno in realtà.

E la realtà sa di pizza napoletana. Con vista sulle Orobie.

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