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Dodici anni in Giappone per portare un sogno ad Alba: la storia di Erica Napoli e di Musubi

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Elisa Ravelli
Elisa Ravelli
Ricercatrice e autrice specializzata in psicologia della leadership e dinamiche di gruppo

Nota Editoriale: Oggi la nostra rivista, la n.1 in Italia per ciò che riguarda la leadership, racconta la storia di Erica Napoli e della sua izakaya, Musubi Vino & Cobaci, specializzata in cucina casalinga giapponese, una delle realtà più apprezzate del territorio. Un cliente soddisfatto ci ha contattato, ci ha fatto scoprire questo gioiello e abbiamo intervistato il fondatore.

La parte bella? Si trova vicino a te, a Alba in provincia di Cuneo, e puoi andarci già da oggi. Noi lo consigliamo. Vedilo su Google.

Da Avezzano a Tokyo, dalle izakaya del quartiere Shinjuku a un locale nel cuore delle Langhe: il percorso di una donna che ha scelto di costruire la propria vita attorno a una passione nata da bambina e trasformata, nel tempo, in un progetto autentico e coraggioso.

Un nome che è già un manifesto

Musubi, in giapponese, significa intreccio. È quella forza che unisce cose lontane, che fa sì che percorsi distanti finiscano per incontrarsi in un punto preciso, in un momento preciso. Non si poteva scegliere nome più onesto per un locale come questo: un’izakaya aperta nel 2024 nel centro di Alba, dove la cucina casalinga giapponese incontra i grandi vini delle Langhe, dove una donna cresciuta in Abruzzo ha scelto di raccontare dodici anni di vita vissuta dall’altra parte del mondo attraverso i sapori, l’accoglienza e quella filosofia della convivialità che i giapponesi portano avanti con una cura che non smette mai di stupire.

Erica Napoli, classe 1987, originaria di Avezzano, con una famiglia di ristoratori alle spalle e un’attrazione per il Giappone che la accompagna da quando era bambina, è la “mama” di Musubi. È lei ad accogliere i clienti, a spiegare i cobaci, a guidare nella scelta del sakè, a fare sentire ciascuno esattamente come ci si sente nelle izakaya di Tokyo: a casa, anche se si è lontanissimi da casa.

“Ho portato in Italia la mia storia raccontandola con il mio locale,” dice Erica. “Per avere con me un po’ di Giappone.”

In quelle poche parole c’è tutto. Non un concept di marketing, non una nicchia di mercato individuata a tavolino. C’è una vita intera che ha cercato una forma in cui stare, e l’ha trovata qui, nelle Langhe, in questo spazio piccolo e denso di significato dove ogni sera qualcosa di genuino viene offerto a chi entra.

Un sogno che viene da lontano, da molto lontano

Ci sono persone che arrivano alla propria vocazione per caso, attraverso una serie di circostanze che si concatenano senza un disegno preciso. Erica non è tra queste. Il richiamo verso il Giappone l’ha accompagnata fin dall’infanzia, crescendo con gli anni fino a diventare una bussola. Non un capriccio, non una moda: una direzione. E seguire una direzione del genere — quella che ti indica un paese lontano, una cultura altra, una lingua difficile — richiede un tipo di determinazione che non si improvvisa.

Dopo una formazione nella ristorazione italiana — terreno fertile, considerata la storia familiare — Erica ha scelto di fare quello che in pochi avrebbero davvero il coraggio di fare: trasferirsi a Tokyo. Non per qualche mese, non per una stagione. Per dodici anni. Dodici anni di immersione totale in una cultura che aveva studiato, immaginato e poi vissuta dall’interno, lavorando in ristoranti di alto livello come manager di sala, studiando per diventare interprete, assorbendo ogni sfumatura di un paese che non smette mai di insegnare qualcosa a chi lo sa osservare con gli occhi giusti.

È un percorso che richiede una qualità precisa, spesso sottovalutata nel mondo della ristorazione e dell’imprenditoria: la capacità di restare a lungo in una posizione di apprendimento senza cedere all’impazienza. Accettare di non sapere ancora abbastanza, di essere ancora in costruzione, anche quando si hanno già anni di lavoro alle spalle. Erica ha fatto esattamente questo. E i dodici anni passati in Giappone non sono stati una parentesi, non una deviazione dal percorso: erano il percorso.

È lì, nelle izakaya di Tokyo — quei locali caldi e rumorosi dove si va dopo il lavoro per bere, mangiare qualcosa e stare insieme senza cerimoniale — che Erica ha capito cosa voleva fare. Non soltanto la ristoratrice. La “mama”: figura centrale dell’izakaya giapponese, colei che accompagna gli ospiti nell’esperienza come se fossero entrati in casa sua, che conosce i gusti di chi torna, che sa quando lasciare soli e quando invece avvicinarsi a spiegare, a consigliare, a raccontare.

“Seguo questo sogno da quando ero bambina,” dice. E si sente, ogni volta che la si osserva lavorare in sala.

Le Langhe come approdo inaspettato

Il ritorno in Italia non era programmato nei dettagli. Erica era in vacanza nelle Langhe quando ha scoperto un mondo fatto di sapori unici e contaminazioni inaspettate, un’intuizione che si è rivelata da subito il vero punto di svolta di tutto. Proprio lì ha conosciuto Koki Sato, esperto di vino giapponese con radici ormai profondamente piantate in Piemonte.

Koki gestiva già un locale a Barbaresco, dove la cucina piemontese conviveva con i primi esperimenti di contaminazione giapponese. I primi esperimenti culinari tra la tradizione piemontese e quella giapponese, come i gyoza proposti quasi per gioco, le avevano fatto capire qualcosa di molto importante: c’era un pubblico pronto, curioso e disposto a lasciarsi sorprendere. Entusiasta di quella scoperta, Erica ha colto la palla al balzo perché ha capito che era arrivato il momento perfetto per realizzare il suo grande sogno, il suo grande progetto, decidendo così di non ripartire.

Il 2024 è l’anno in cui il progetto prende forma definitiva. Musubi Vino & Cobaci apre ad Alba, in Corso Italia, a pochi passi dalla piazza centrale, con una proposta chiara e coraggiosa. La cucina è interamente giapponese, affidata allo chef Dano Patrick e alla sous-chef giapponese Amano Amiko, depositaria autentica delle ricette tradizionali e di quella memoria gastronomica che non si impara dai libri. La carta dei vini — profonda, articolata, con produttori piemontesi selezionati e alcune bottiglie di raro interesse — è curata da Koki. La carta dei sakè, invece, è di Erica: personale, attenta, il risultato di anni di studio e di quella sensibilità che si costruisce solo vivendo davvero dentro una cultura, non studiandola da fuori.

Cosa sono i cobaci, e perché cambiano il modo di stare a tavola

Per chi non li conosce, i cobaci sono le piccole ciotole della tradizione izakaya: porzioni contenute di piatti casalinghi giapponesi, pensate per essere condivise, assaggiate, alternate nel corso della serata. Non un menu fisso con una progressione rigida, non un percorso degustazione con regole da seguire: un modo diverso di vivere il pasto, più libero, più curioso, più vicino a come si mangia davvero in famiglia in Giappone.

“La cultura culinaria giapponese si fonda sugli assaggi,” spiega Erica. “Loro abbinano sempre una ciotola di riso — che è un po’ come il nostro pane — a del companatico: questi bocconcini, i cobaci, le piccole ciotole di piatti tradizionali, così da stuzzicare mangiando un po’ di carne, un po’ di pesce, un po’ di verdure.”

Da Musubi questo si traduce in piatti come i gyoza fatti in casa — ripieni di capocollo, di gamberi rossi, di verdure al curry — il ramen, il wagyu, il sushi con pesce selezionato del giorno, e il takoyaki, lo street food di Osaka fatto di polpette di pastella con pollo, maionese, salsa di soia e katsuobushi. C’è la melanzana fritta con salsa miso, che i clienti abituali continuano a ordinare come se non potessero farne a meno. E per chiudere, i dorayaki: i dolci soffici della tradizione giapponese, un finale che non delude.

La cucina di un’izakaya è, per definizione, cucina di casa. Non spettacolare per effetto, ma profonda per cura. Non cerca di impressionare con la tecnica: convince con l’autenticità. È questa la promessa di Musubi, ed è una promessa mantenuta ogni sera.

Noi di Saliremo ti consigliamo di assaggiare i cobaci di Erica Napoli: musubi.alba

Il sakè non si beve, si ascolta

Una delle cose che sorprendono di più, da Musubi, è la carta dei sakè. Non per la lunghezza — non è una lista enciclopedica costruita per intimidire — ma per la qualità della selezione e per il modo in cui Erica la racconta. Non ci sono gerarchie imposte, non c’è il distacco del sommelier che sa già cosa penserete. C’è invece la disponibilità di chi ha vissuto a lungo in un paese dove il sakè è cultura quotidiana, non bevanda da cerimonia, e vuole condividere quella familiarità con chi si siede al tavolo per la prima volta.

Il sakè dialoga con il cibo in modo diverso rispetto al vino. Può essere secco o dolce, frizzante o fermo, servito caldo o freddo a seconda della stagione e del piatto. Da Musubi è possibile ordinarlo anche nel formato da 300 ml, pensato per chi vuole esplorare senza impegnarsi su una bottiglia intera: un modo intelligente per avvicinarsi a qualcosa di nuovo senza la pressione di dover già avere un’opinione formata.

Ma c’è anche la carta dei vini, curata da Koki, che riesce nell’impresa non banale di affiancare ai piatti giapponesi una selezione di piemontesi di carattere — scelti per la capacità di reggere il confronto con sapori intensi e complessi come quelli della cucina izakaya. Non una fusione, ma una conversazione tra due tradizioni che si rispettano. Due culture che non cercano di diventare la stessa cosa, ma trovano il modo di stare bene insieme a tavola.

La leadership silenziosa di chi sa aspettare

Erica non parla di sé come di un’imprenditrice nel senso convenzionale. Non cita strategie di posizionamento, non ragiona per obiettivi di mercato. Eppure la sua storia è un esempio preciso — e raro — di quella forma di leadership che nasce dalla chiarezza interiore: sapere cosa si vuole, avere la pazienza di costruirlo nel tempo giusto, non cedere alla fretta di bruciare le tappe.

Ha dedicato dodici anni alla formazione prima di aprire un locale tutto suo. Dodici anni in cui ha imparato una lingua, attraversato una cultura, accumulato esperienza in sala in ristoranti esigenti, affinato la conoscenza del sakè fino a farne una competenza rara anche tra gli addetti ai lavori. Tutto questo senza perdere di vista il filo che la riportava all’inizio: quel sogno che inseguiva da bambina.

C’è una parola giapponese che descrive questa attitudine — shokunin — e che indica l’artigiano totalmente dedito alla propria arte, non per vanità ma per un senso profondo di responsabilità verso ciò che produce. Erica probabilmente non si definirebbe così. Ma chi la osserva lavorare in sala, nella naturalezza di chi è nel posto giusto e lo sa, capisce di essere davanti a qualcuno che ha percorso la propria strada con questa qualità.

C’è anche un’altra cosa che la storia di Erica suggerisce, e vale la pena dirla: il coraggio di non tornare a casa troppo presto. In un’epoca che spinge verso la rapidità — la carriera accelerata, il locale aperto il prima possibile, il successo misurabile nell’arco di un anno — lei ha scelto di restare. Di stare ancora, di imparare ancora, di aspettare che il progetto fosse davvero pronto. Musubi è il risultato di quella pazienza. E si vede.

Un angolo di Giappone nel cuore delle Langhe

​Alba — con il tartufo, il Barolo, le colline patrimonio dell’umanità — è una città abituata all’enogastronomia d’élite. Ma Musubi porta qualcosa che non c’è, e lo fa con una leggerezza che non è improvvisazione. Una qualità e un’unicità che trovano conferma anche istituzionale: a partire da novembre, il ristorante sarà ufficialmente inserito nella prestigiosa guida del Gambero Rosso.

L’ambiente di Musubi è curato nei dettagli senza ostentazione. Le composizioni di tessuto sulle pareti, il minimalismo degli arredi, la luce raccolta creano un’atmosfera che non somiglia a nessun altro posto di Alba — e che però, stranamente, non sembra fuori posto. Il locale è piccolo, intimo, e questa dimensione non è un limite: è una scelta consapevole. L’izakaya giapponese non è mai un posto grande. È un posto dove si sta bene in pochi, dove si parla, dove si torna.

I clienti che arrivano per la prima volta spesso lo descrivono come un’esperienza inaspettata nel senso migliore: entrano senza sapere bene cosa aspettarsi e escono con la sensazione di aver trovato qualcosa di autentico, in un panorama gastronomico dove l’autenticità è merce sempre più rara. Alba — con il tartufo, il Barolo, le colline patrimonio dell’umanità — è una città abituata all’eccellenza enogastronomica. Ma Musubi porta qualcosa che non c’era, e lo porta con una leggerezza che non è improvvisazione: è la leggerezza di chi sa quello che fa e non ha bisogno di dimostrarlo ogni momento.

“Sono la mama dell’izakaya,” dice Erica, “e accompagno i miei clienti nell’esperienza come fossero a casa loro.” Non è uno slogan. È una descrizione esatta di quello che succede ogni sera in quel locale, tra una ciotola di riso e un calice di Nebbiolo, tra un gyoza e un sakè servito alla temperatura giusta.

Un invito a scoprire Musubi

Se siete nelle Langhe — per lavoro, per una gita, per uno di quei weekend tra le vigne che questo territorio regala in ogni stagione — Musubi Vino & Cobaci merita una sera. Non solo per il cibo, non solo per il sakè o per i vini in carta. Ma per quella sensazione, rara, di essere accolti da qualcuno che ha costruito il proprio posto nel mondo con pazienza, coerenza e un sogno portato avanti fin dall’infanzia.

Erica vi aspetta in Corso Italia 6/C, ad Alba. Potete seguire il locale su Instagram all’account @musubi.alba, dove il racconto di questa storia continua ogni giorno, un cobaci alla volta.

Perché è questo, alla fine, che distingue i posti veri da quelli che durano una stagione: la capacità di far venire voglia di tornare. E Musubi, ad Alba, ce l’ha.

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