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Un lavoro vero: al Diversamente Bistrot di Udine sette persone con disabilità intellettiva servono colazioni, aperitivi e pranzi

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Elisa Ravelli
Elisa Ravelli
Ricercatrice e autrice specializzata in psicologia della leadership e dinamiche di gruppo

Maria Cristina Schiratti, presidente di Anffas Udine da vent’anni, racconta come è nato il locale di Corte Savorgnan e che cosa significa dare un impiego a chi il lavoro, di solito, deve aspettarlo.

Una corte nel centro di Udine

Il Diversamente Bistrot sta al civico 9 di Corte Savorgnan, in pieno centro a Udine. È un locale piccolo, con uno spazio all’aperto, e la giornata comincia con le colazioni. Poi arriva il caffè, più tardi l’aperitivo, e a mezzogiorno c’è il pranzo veloce per chi ha poco tempo ma vuole mangiare qualcosa di fatto come si deve. Sulla carta è l’offerta di un bistrot qualunque. La differenza la si vede appena si entra, perché a riceverti ci sono Luca, Lucrezia, Ivan, Francesca, Francesco, Marco e Maurizio.

Sono sette persone con disabilità intellettive di varia natura e hanno dai 26 ai 67 anni. Lavorano tra la cucina e il servizio, accanto a una cuoca e a una barista che completano la squadra. Ognuno ha un compito preciso, dei clienti da servire, una parte del lavoro da portare a termine.

Maria Cristina Schiratti, che questo progetto lo ha promosso e lo segue da vicino, li descrive con una frase semplice. Ti accolgono con il sorriso, pieni di entusiasmo, e desiderosi di coccolarti nel loro Diversamente Bistrot. Il verbo “coccolare” è suo, ed è quello giusto, perché racconta un modo di stare al banco e ai tavoli che si incontra raramente: si viene serviti con la voglia di farlo.

Il titolo che ha proposto per questo racconto è «Un lavoro vero». Sono tre parole, e tutto quello che segue serve a spiegare perché quell’aggettivo pesi tanto.

Sette nomi, sette persone al lavoro

Schiratti ha fatto una richiesta precisa: che l’articolo desse spazio ai dipendenti del Bistrot. È una richiesta che dice molto di lei, e la accogliamo volentieri, perché in questa storia le persone vengono prima di qualsiasi altra cosa. Prima delle leggi, dei bilanci, delle ricette.

Dunque i nomi, uno per uno, come si farebbe presentando una squadra: Luca, Lucrezia, Ivan, Francesca, Francesco, Marco, Maurizio. Tra il più giovane e il più anziano ci sono quarantun anni di differenza. Chi ha poco più di venticinque anni e chi ha superato i sessanta lavora nello stesso locale, con lo stesso grembiule addosso e le stesse responsabilità. Succede di rado, in qualsiasi ambiente di lavoro, che generazioni così lontane si trovino fianco a fianco a fare la stessa cosa.

I ruoli si dividono tra la cucina e il servizio, e le disabilità sono diverse da persona a persona. Ne viene che il lavoro non può essere uguale per tutti: va cucito addosso a ciascuno, tenendo conto di quello che sa fare meglio e di quello che gli piace. Chi sta ai fornelli e chi porta i piatti in sala condivide un obiettivo semplice, che il cliente esca contento.

Per chi arriva da fuori, la prima impressione è quella dell’allegria. Ma dietro l’allegria c’è l’organizzazione di un locale vero, con le sue ore di apertura, i suoi turni, i suoi tempi di cottura. Ed è lì, nel quotidiano senza applausi, che il progetto prende forma.

Vent’anni alla guida di Anffas Udine

Maria Cristina Schiratti presiede Anffas Udine da vent’anni. Detta così sembra una riga di curriculum, ma venti anni bastano per vedere cambiare un’intera idea di disabilità. Lei lo dice senza giri di parole: in questo arco di tempo la vita delle persone con disabilità intellettiva è cambiata. Oggi l’attenzione va alla qualità della loro esistenza, all’inclusione scolastica, a quella lavorativa, a quella sociale.

Sono espressioni che si leggono in molti documenti ufficiali, e che spesso restano lì. Schiratti le pronuncia con un’aggiunta che vale più di tutto il resto: «Questo sulla carta». Poi prosegue: «Nella vita vera non è così facile».

Chi guida un’associazione per vent’anni ha il tempo di imparare quanto sia larga la distanza tra un principio e la sua applicazione. Da una posizione così lunga e così vicina alle famiglie nasce una convinzione pratica: i diritti scritti vanno sostenuti con qualcosa di concreto.

Il Bistrot è la risposta concreta che Schiratti e la sua associazione hanno deciso di dare.

Quando la legge c’è, ma l’assunzione no

In Italia esiste la legge 68, che impone alle aziende sopra i quindici dipendenti di riservare una quota di assunzioni alle persone con disabilità. Schiratti la conosce bene, e ne parla con l’esperienza di chi, oltre a presiedere un’associazione, ha fatto anche l’imprenditore.

Dalla sua esperienza personale, dice, le realtà più adatte ad accogliere lavoratori con disabilità sono quelle con meno di quindici dipendenti. Sono ambienti più raccolti, dove si lavora a stretto contatto e dove un ruolo si può costruire con più elasticità. Nelle aziende più grandi, invece, ha incontrato più di una volta una scelta che la lascia perplessa: la volontà di pagare la sanzione prevista dalla norma anziché assumere direttamente.

Lo racconta senza rancore, come si riferisce un dato di fatto. Ma il dato resta, ed è quello da cui parte tutto il ragionamento: se l’obbligo di legge non basta a garantire un posto, serve qualcuno che quel posto lo crei. Ci vuole chi si prenda la briga di aprire una porta invece di aspettare che altri la tengano aperta.

Questa è, forse, la lezione più concreta che il Bistrot consegna a chi lo osserva dall’esterno. Le regole contano, ma in assenza di un’iniziativa che le metta in pratica restano sulla carta. E all’iniziativa, a volte, tocca partire da chi ha più motivi per volere il cambiamento.

Aprire un’attività invece di bussare alle porte

Schiratti ammette senza esitazioni che fare l’imprenditore è difficile in qualunque settore. Avviare un’attività il cui scopo è promuovere il lavoro di persone con disabilità intellettiva, aggiunge, è «estremamente complesso». Eppure, a conti fatti, la strada che hanno scelto si è rivelata più praticabile di quella alternativa.

Lo dice con una frase che merita attenzione: per loro è stato più facile avviare l’attività che cercare lavoro per i ragazzi in attività altrui. Chiunque abbia provato a inserire una persona in un’azienda che non l’aveva mai accolta sa di cosa si parla. Servono colloqui, mediazioni, tempi lunghi, a volte porte che restano chiuse senza una vera spiegazione. Costruire da zero un luogo dove quelle porte sono già aperte ha richiesto tanto lavoro, ma almeno il lavoro era nelle mani di chi lo faceva.

Qui sta una scelta di leadership che i lettori di questo magazine riconosceranno subito. Davanti a un ostacolo, Schiratti non ha continuato a spingere dove il muro era più spesso. Ha cambiato terreno, spostando l’energia dalla ricerca di un posto alla creazione di un posto. Una decisione che richiede di rimettere in discussione il proprio ruolo: da presidente di un’associazione a titolare di un locale, con tutto quello che comporta.

Un locale trovato per caso e una salita in quattro tappe

Le difficoltà incontrate nel percorso, Schiratti le elenca con precisione, quasi fosse la cronista della propria impresa. La prima è stata trovare un locale adatto. Quello di Corte Savorgnan, racconta, è arrivato per caso. Una fortuna, certamente, anche se è difficile credere che sia stata solo fortuna: capitano più facilmente i locali giusti a chi li sta cercando da tempo con convinzione.

La seconda è stata l’apertura vera e propria, con tutti gli adempimenti burocratici che ogni ristoratore italiano conosce. Permessi, pratiche, autorizzazioni: un percorso a ostacoli per chiunque, e a maggior ragione per un’associazione abituata a muoversi nel mondo del sociale più che in quello della ristorazione.

La terza ha riguardato le persone. Bisognava trovare personale disponibile a lavorare accanto a ragazzi con disabilità intellettiva. Non bastava saper cucinare o preparare un caffè: servivano pazienza, attenzione e una sensibilità che non si ricava da un annuncio di lavoro. Oggi in cucina c’è una cuoca e al bancone una barista, e il fatto che la squadra funzioni dice che la ricerca è andata a buon fine.

L’ultima tappa è forse la più sottile. Si trattava di proporre alla comunità un locale diverso. Un bistrot gestito da persone con disabilità deve convincere i clienti tanto quanto un altro, e deve farlo in una città che non sa ancora bene cosa aspettarsi. Chi entra la prima volta può sentirsi un po’ incerto, e dentro quell’incertezza passa tutta la strada che un progetto del genere deve ancora fare.

Che cosa si mangia, e perché si torna

Sarebbe riduttivo pensare che il valore sociale del Bistrot basti da solo a giustificarlo. Un locale vive di quello che mette nel piatto, e su questo il Diversamente Bistrot presenta un’offerta che si regge benissimo senza bisogno di indulgenza.

La cucina è casalinga. La pasticceria è tutta fatta in casa, il che significa che chi viene a colazione trova dolci preparati lì, nella cucina del locale, dove lavora la squadra. Chi segue un’alimentazione particolare trova menù vegetariani e vegani, un’attenzione che a Udine, come altrove, non è ancora scontata in un locale di queste dimensioni.

Il bistrot è aperto a chi cerca una colazione al mattino, a chi si concede un caffè nel pomeriggio, a chi vuole un aperitivo prima di cena e a chi ha mezz’ora per un pranzo veloce. L’ampiezza di orari e momenti ne fa un posto che si può frequentare in modi diversi nel corso della settimana, e questo aiuta a creare un’abitudine: si torna perché è comodo, perché si mangia bene, perché dietro il bancone c’è qualcuno che ti riconosce.

Chi lavora al banco o in sala, mese dopo mese, impara chi prende il caffè lungo e chi preferisce il cappuccino, e il cliente impara i loro nomi.

Che cosa ne ricava chi guida un’organizzazione

Un magazine come questo si domanda sempre che cosa possa portarsi a casa un lettore che dirige persone, anche quando la storia che racconta arriva da un settore lontano dal suo. La vicenda del Diversamente Bistrot offre parecchio.

Si parte dal modo di reagire a un sistema che non risponde. Schiratti poteva continuare a bussare alle aziende, a documentare le difficoltà, a denunciare l’inapplicazione di una norma. Ha scelto di fondare un posto di lavoro. Chi dirige un’organizzazione sa quanto sia facile, e a volte comodo, fermarsi alla diagnosi del problema. Qui la diagnosi è stata il punto di partenza di un cantiere.

Poi c’è il rapporto con i propri limiti. Nelle sue risposte Schiratti non nasconde le difficoltà, né quelle burocratiche né quelle di mercato né quelle culturali. Le nomina, una dopo l’altra, e questa franchezza è già un metodo: non si può risolvere ciò che non si guarda in faccia.

Viene poi la scelta di mettere al centro le persone. Quando la presidente chiede che nell’articolo sia dato spazio ai dipendenti, sta applicando la stessa logica con cui ha costruito il locale. I protagonisti sono i sette che lavorano, e chi coordina si colloca un passo indietro. È un’impostazione che molte organizzazioni dichiarano e poche praticano fino in fondo.

E c’è il tempo. Vent’anni alla presidenza di un’associazione danno uno sguardo lungo, quello di chi non si aspetta risultati dall’oggi al domani e sa che certe trasformazioni richiedono una generazione. Il Bistrot arriva dopo un lungo lavoro preparatorio, e questo spiega la sua solidità.

Perché andarci

Il Diversamente Bistrot ha scelto il proprio nome con una certa ironia. L’aggettivo “diversamente” è quello che si usa con un po’ di imbarazzo parlando di disabilità, e qui diventa l’insegna del locale, con la leggerezza di chi lo ha preso in mano e gli ha dato un altro significato. Diverso è il modo di accogliere, diversa è l’atmosfera, diversa la squadra che lavora dietro e davanti al bancone.

Chi passa da Udine ha quindi un motivo in più per fermarsi. Corte Savorgnan 9, in centro. Si può andare al mattino per una colazione con dolci di pasticceria interamente fatti in casa, oppure all’ora del caffè, sedendosi nello spazio all’aperto se il tempo lo permette. C’è l’aperitivo per chi esce dal lavoro e c’è il pranzo veloce per chi ha una pausa breve. Chi non mangia carne o non mangia derivati animali troverà menù pensati per lui.

Ad aspettarvi ci sono Luca, Lucrezia, Ivan, Francesca, Francesco, Marco e Maurizio. Salutateli per nome, ordinate quello che vi va, lasciatevi servire. Se dirigete un’azienda o un gruppo di persone, prendetevi qualche minuto in più e osservate come lavora questa squadra. Poi tornate, magari con i vostri collaboratori, e fate di quel tavolino all’aperto il posto della prossima riunione informale.

Il Diversamente Bistrot vi aspetta in Corte Savorgnan 9, a Udine.

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