C’è qualcosa che non torna nei numeri dell’economia italiana. Mentre nel 2024 una famiglia media ha visto l’olio d’oliva aumentare del 30% e i prezzi delle case salire del 2,2%, utilizzare l’intelligenza artificiale per automatizzare processi aziendali è costato 280 volte meno rispetto a due anni prima. Milano ha toccato i 5.067 euro al metro quadro, le prestazioni sanitarie private sono cresciute del 3,5%, ma produrre qualsiasi cosa con tecnologie avanzate è diventato progressivamente più economico mese dopo mese.
Non è una contraddizione passeggera. È la fotografia di un’economia che si sta spaccando in due: da una parte settori dove i prezzi crollano grazie alla tecnologia, dall’altra comparti essenziali come casa e salute che diventano sempre meno accessibili. Per capire quanto sia profonda questa frattura, abbiamo passato settimane a incrociare dati che nessuno mette mai insieme: i report dell’AI Index di Stanford, le analisi del mercato immobiliare di Idealista e Immobiliare.it, le statistiche ISTAT sulla sanità, i documenti della Ragioneria dello Stato. Quello che emerge è netto: stiamo vivendo in due economie diverse che convivono nello stesso paese.
Quando i numeri dell’intelligenza artificiale sembrano errori di stampa
Prendiamo l’intelligenza artificiale, il caso più eclatante. Nel novembre 2022, ottenere prestazioni equivalenti a GPT-3.5 costava 20 dollari per milione di token. Nell’ottobre 2024, appena due anni dopo, lo stesso servizio costa 0,07 dollari. Non è un miglioramento graduale, è un crollo verticale: 280 volte meno in 24 mesi. Se applicassimo la stessa logica a un caffè al bar, passerebbe da 1,20 euro a mezzo centesimo.
I modelli più avanzati seguono la stessa parabola. Per sistemi che superano il 50% di accuratezza su benchmark complessi come GPQA, i costi sono passati da 15 dollari per milione di token a maggio 2024 a 0,12 dollari a dicembre dello stesso anno. Sette mesi, un ventesimo del prezzo. Questi non sono scenari futuri o proiezioni ottimistiche: sono transazioni che le aziende fanno oggi, fatture che pagano, costi operativi che stanno nei bilanci 2024.
L’hardware che fa girare questi sistemi costa il 30% in meno ogni anno. L’efficienza energetica migliora del 40% su base annua. Il risultato? In Italia, le aziende che hanno adottato soluzioni di automazione basate su AI hanno ridotto i costi di produzione fino al 30% e aumentato la produttività del 40%. L’Osservatorio del Politecnico di Milano ha misurato questi numeri nel 2024, non in laboratorio ma nelle fabbriche e negli uffici italiani.
Nel settore energetico la storia è identica. Nel 2023 i costi del fotovoltaico sono stati del 56% inferiori rispetto ai combustibili fossili e al nucleare. Per il 2025, produrre un megawattora con l’eolico onshore costa tra 37 e 86 dollari, il fotovoltaico industriale tra 38 e 78 dollari. Rispetto al 2024, le rinnovabili scenderanno ancora del 2-11% a seconda delle tecnologie. La produzione elettrica da solare ed eolico ha superato quella nucleare proprio perché ogni anno costa meno generare lo stesso kilowattora.
Gli italiani lo vedono nei negozi. Nel 2024 gli smartphone sono calati del 29,5%, le fotocamere e i computer del 14,1%, gli elettrodomestici per la pulizia del 13,1%, pc e tablet del 9,8%. Le bollette telefoniche sono scese del 7% su base annua. Non sono sconti promozionali del Black Friday, sono riduzioni strutturali che si ripetono anno dopo anno.
Il meccanismo che abbatte i prezzi
Dietro questi numeri c’è una logica precisa. Il software non funziona come un prodotto fisico. Una volta sviluppato un modello di intelligenza artificiale o un sistema di automazione, replicarlo per mille clienti costa praticamente zero. Un’azienda che crea un gestionale basato su AI può venderlo a mille ristoranti senza moltiplicare i costi di produzione. Questa scalabilità infinita del digitale crea economie impossibili nel mondo materiale.
L’automazione poi abbatte il costo del lavoro per unità prodotta. Amazon sta sostituendo massicciamente personale con robot, impattando il 10% della forza lavoro corporate. Nel 2025 le principali aziende tech americane hanno tagliato oltre 100.000 posizioni, il 55% in più rispetto all’anno precedente. La causa principale? Intelligenza artificiale e automazione. Questi tagli non sono crisi congiunturali, sono efficientamento permanente che si traduce in costi operativi strutturalmente più bassi.
La competizione accelera tutto. Quando Meta ha rilasciato Llama 3.1 in versione open, quando DeepSeek ha lanciato il suo modello V3, il divario di prestazioni tra sistemi proprietari e aperti si è ridotto dall’8% all’1,7% in un anno. Più attori possono competere, più i prezzi scendono. È il capitalismo che funziona: la concorrenza spinge verso il basso i costi per tutti.
Una piccola impresa italiana che oggi implementa un chatbot per il customer service spende da 100 euro al mese e vede il ritorno sull’investimento nel primo trimestre. L’automazione dei processi amministrativi parte da 200 euro mensili ed elimina gli errori umani riducendo i tempi. Questi costi, già accessibili, continuano a calare mese dopo mese.
Dall’altra parte: quando i prezzi salgono nonostante tutto
Mentre la tecnologia abbatte i costi, il mercato immobiliare italiano va nella direzione opposta. Nel 2024 i prezzi delle case usate sono saliti del 2,2%, attestandosi a 1.880 euro al metro quadro. A ottobre 2025 la media nazionale ha toccato i 2.123 euro al metro quadro, il 2,86% in più rispetto all’anno precedente. Milano ha raggiunto i 5.067 euro al metro quadro e le previsioni per il 2025 parlano di 5.700 euro: 300 euro in più, un aumento del 6% in dodici mesi.
Gli ultimi quattro anni hanno visto i prezzi delle nuove abitazioni crescere quasi del 30%, le usate del 12,4%. Nel primo trimestre 2025 le compravendite sono schizzate dell’11,2% e i prezzi sono saliti del 2,5%. Le previsioni indicano un ulteriore rialzo dell’1,8% per i prezzi e del 3,6% per le transazioni. Non è un rimbalzo post-pandemia che si sta esaurendo: è una tendenza consolidata che non accenna a fermarsi.
La sanità segue una traiettoria simile. Nel 2024 i servizi sanitari hanno registrato incrementi medi del 3,5%, tra i maggiori aumenti in tutte le categorie di spesa. Negli ultimi vent’anni i prezzi nel settore salute sono cresciuti del 37% rispetto al 2004. Dal 2025 sono state aggiornate 1.113 tariffe delle prestazioni sanitarie del Servizio Sanitario Nazionale su 3.171 totali, considerando l’innovazione tecnologica nelle procedure. Ma l’innovazione in sanità, a differenza dell’industria, sembra far salire i prezzi anziché abbassarli.
Gli italiani hanno speso 42,6 miliardi di euro nel 2024 per la sanità privata. Il 23,9% ha pagato di tasca propria l’intera spesa dell’ultima prestazione specialistica, senza alcun rimborso assicurativo. Un aumento del 4% rispetto al 2023. La spesa sanitaria pubblica raggiungerà i 137,9 miliardi nel 2024, ma quella privata delle famiglie continua a crescere. Tra il 2012 e il 2022 la spesa out-of-pocket è aumentata del 26,8%, con una media del 2,5% annuo. Nel 2023 una famiglia italiana ha speso in media 1.414 euro per la salute, con enormi differenze regionali: dai 998 euro della Sardegna ai 1.852 del Lazio.
Perché casa e salute vanno in direzione opposta
Nel mercato immobiliare la dinamica è brutalmente semplice: troppa domanda, poca offerta. Nel primo trimestre 2025 la domanda è esplosa del 37%, l’offerta è cresciuta solo del 4%. Questa pressione fa schizzare i prezzi e accorcia i tempi di vendita. I proprietari non hanno bisogno di abbassare i prezzi perché gli acquirenti competono tra loro. Chi vende può aspettare l’offerta migliore.
L’inflazione dei costi di costruzione peggiora tutto. Il Bonus 110% ha fatto esplodere i prezzi di materiali e manodopera edile, rendendo antieconomiche molte ristrutturazioni. Gli immobili inefficienti dal punto di vista energetico valgono il 29% in meno rispetto a quelli in classe A: una differenza che costringe chi compra vecchio a investire pesantemente in riqualificazione. I vincoli europei sulle classi energetiche aumentano ulteriormente i costi, che finiscono scaricati sui prezzi finali.
In sanità il meccanismo è diverso ma l’effetto identico. La spesa pubblica in rapporto al PIL scende: dal 6,3% del 2024 al 6,2% previsto nel 2027. I costi operativi invece salgono. Il rinnovo contrattuale del personale sanitario ha fatto crescere la spesa per stipendi del 9,7% nel 2024. I farmaci innovativi costano di più. La popolazione invecchia e chiede più prestazioni. Il finanziamento pubblico non tiene il passo con la domanda crescente.
Il risultato? I costi si spostano sulle famiglie. Nel 2024 il 10% degli italiani ha rinunciato a visite o esami per le liste d’attesa troppo lunghe o per i costi insostenibili. Le assicurazioni e i fondi sanitari integrativi coprono solo in parte: l’expense ratio oscilla tra il 30% e il 35%, riducendo l’effettiva protezione. Le famiglie si trovano a pagare di tasca propria prestazioni che il sistema pubblico non riesce più a erogare in tempi ragionevoli.
La mappa dei vincitori e dei perdenti
I vincitori di questa economia divisa sono facili da identificare. Le aziende che hanno abbracciato l’automazione AI hanno ridotto i costi di produzione del 30% mantenendo o aumentando la produttività. Le PMI che hanno implementato soluzioni di intelligenza artificiale a budget contenuto vedono ritorni sull’investimento entro il primo anno. Nel 2024 il mercato italiano dell’AI ha toccato 1,2 miliardi di euro, crescita del 58% rispetto al 2023. Negli Stati Uniti gli investimenti privati hanno raggiunto 109,1 miliardi di dollari, dodici volte quelli cinesi.
I consumatori di tecnologia stanno meglio. Chi compra smartphone, computer, elettrodomestici intelligenti paga meno ogni anno per prestazioni superiori. Chi usa servizi digitali accede a funzionalità crescenti a costi decrescenti. WhatsApp è l’esempio perfetto: crea il bisogno di usarla, ma costa meno di un euro all’anno e fa risparmiare decine di euro di SMS.
I perdenti invece pagano caro. I lavoratori sostituiti dall’automazione perdono reddito e posizione. Oltre 100.000 posti tagliati nelle big tech nel 2025. Amazon che riduce il 10% del personale corporate con robot. La disoccupazione in alcuni settori sta diventando strutturale, non più congiunturale.
Le famiglie che devono comprare casa o pagare cure sanitarie subiscono l’inflazione di questi settori essenziali. Con prezzi immobiliari cresciuti del 30% in quattro anni per il nuovo e del 12,4% per l’usato, l’accessibilità alla casa si restringe. A Milano, dove i prezzi superano i 5.000 euro al metro quadro, un bilocale di 60 metri quadri costa oltre 300.000 euro. Per le fasce medie, l’acquisto diventa impossibile senza mutui pesanti o aiuti familiari.
In sanità, chi non può permettersi il privato aspetta mesi per le prestazioni o rinuncia. Il 10% degli italiani nel 2024 ha dovuto rinunciare a visite o esami. La spesa out-of-pocket di oltre 40 miliardi annui pesa soprattutto su chi ha meno: chi ha risorse limitate paga proporcionalmente di più o semplicemente non si cura.
Le PMI che non adottano tecnologie perdono competitività. Il 93% delle piccole imprese italiane non ha ancora progetti AI attivi, contro il 59% delle grandi aziende. Questo gap tecnologico diventa gap di costo e produttività. Un’impresa che lavora con metodi tradizionali compete con aziende che hanno tagliato i costi del 30% attraverso l’automazione. Il risultato è perdita di margini o uscita dal mercato.
Chi trova comodo non parlarne
Il sistema politico preferisce l’ambiguità. Dichiarare che la spesa sanitaria raggiunge i 137,9 miliardi nel 2024, “massimo storico”, permette di non dire che in rapporto al PIL siamo ai minimi dal 2007: 6,2%. Enfatizzare la crescita nominale del Fondo Sanitario nasconde che la crescita reale, al netto dell’inflazione, è negativa o marginale. Questa comunicazione ambigua evita di affrontare la necessità di aumentare strutturalmente il finanziamento pubblico.
Nel settore immobiliare l’assenza di politiche strutturali conviene a chi già possiede. Con prezzi in crescita costante, il patrimonio immobiliare si rivaluta automaticamente. I proprietari vedono aumentare il valore senza investire un euro. I comuni incassano più IMU e imposte sulle compravendite. Affrontare il problema richiederebbe liberalizzare l’edilizia, semplificare le procedure, incentivare la costruzione: scelte politicamente costose che scontenterebbero lobby consolidate.
Le associazioni di categoria evitano il tema della deflazione tecnologica perché metterebbe in luce chi innova e chi no. Ammettere che l’AI può ridurre i costi del 30% significa anche ammettere che chi non la adotta opera con costi più alti. Questo creerebbe pressioni competitive interne e richieste di aggiornamento da parte dei clienti.
Le banche hanno incentivi contrastanti. Prezzi immobiliari alti significano mutui più grandi e maggiori interessi. Ma prezzi eccessivi riducono gli acquirenti solvibili. La situazione attuale, con prezzi in crescita moderata e tassi che permettono ancora l’accesso al credito, rappresenta un equilibrio comodo. Nel primo trimestre 2025 i mutui erogati hanno raggiunto i 10,3 miliardi di euro, in forte aumento rispetto all’anno precedente.
La deflazione buona che fa anche male
Gli economisti distinguono tra deflazione buona e cattiva. La buona deriva da abbondanza, progresso tecnologico, miglioramento della competizione. I prezzi calano perché si produce meglio a costi inferiori. I consumatori comprano di più con gli stessi soldi, senza perdere qualità. Anzi, spesso guadagnandone. È esattamente quello che vediamo nei settori tecnologici: più prestazioni, prezzi decrescenti.
La cattiva deriva invece da crisi di domanda. I prezzi calano perché le imprese non riescono a vendere e sono costrette a svendere. Si innesca una spirale: prezzi più bassi tagliano i ricavi, le imprese licenziano, la disoccupazione riduce ulteriormente la domanda. Il Giappone degli anni ’90 ha vissuto questa deflazione cattiva per un decennio intero, con crescita stagnante e depressione economica.
L’Italia del 2025 presenta un mix delle due. La deflazione tecnologica è buona: nasce da progresso e innovazione. Ma crea anche disoccupazione strutturale. Oltre 100.000 posti tagliati nelle big tech, Amazon che automatizza il 10% del personale corporate. È il lato oscuro della deflazione buona: aumenta l’efficienza ma riduce l’occupazione.
L’inflazione in casa e salute non è né buona né cattiva: è strutturale. Non deriva da eccesso temporaneo di domanda ma da squilibri sistemici. Nel caso immobiliare, un’offerta rigida incontra una domanda sostenuta. Nel caso sanitario, costi operativi e domanda crescenti si scontrano con vincoli di bilancio pubblico. I prezzi salgono non perché il sistema funziona bene, ma perché funziona male.
C’è una distinzione interessante che emerge dalla ricerca. La deflazione tecnologica del passato creava nuove tecnologie e nuovi bisogni insieme, mantenendo un equilibrio. Oggi invece creiamo tecnologie sempre più efficienti per soddisfare bisogni già abbastanza soddisfatti. WhatsApp sostituisce gli SMS facendoti risparmiare: crea il bisogno di usarla ma riduce la spesa complessiva. Questa deflazione riduce strutturalmente quanto serve per vivere, ma solo per chi ha accesso alla tecnologia.
Come cambia il portafoglio delle famiglie
Per le famiglie italiane il bilancio di queste forze contrastanti è complicato. L’inflazione generale nel 2024 si è fermata all’1%, crollata dal 5,7% del 2023. Ma questa media nasconde differenze enormi. Chi spende soprattutto in tecnologia, comunicazioni ed energia ha visto crescere il potere d’acquisto. Chi deve comprare casa o pagare cure sanitarie lo ha visto crollare.
Una famiglia che nel 2024 ha comprato smartphone, computer, elettrodomestici e servizi di comunicazione ha beneficiato di sconti dal 7% al 29,5% secondo le categorie. Se avesse installato pannelli fotovoltaici, avrebbe pagato il 56% in meno rispetto alle alternative fossili. Risparmi reali, misurabili, che rimangono nel portafoglio.
La stessa famiglia che affitta o compra casa affronta invece rincari pesanti. Gli affitti sono cresciuti del 2,3% nel 2024, con un ulteriore 1% a inizio 2025. Per l’acquisto, prezzi saliti del 2,2% nel 2024 e del 2,86% fino a ottobre 2025 significano migliaia di euro in più. A Milano, 300 euro al metro quadro in più nel 2025 vogliono dire 24.000 euro in più per un bilocale di 80 metri quadri.
Per la salute, 1.414 euro a famiglia di spesa media nel 2023 pesano sempre di più sul bilancio. La spesa out-of-pocket è cresciuta del 26,8% tra il 2012 e il 2022. Il trend è chiaro: le famiglie pagheranno sempre di più. Il 10% che rinuncia alle cure non entra nelle statistiche di spesa, ma rappresenta un costo nascosto in termini di salute non tutelata.
Il risultato? Una polarizzazione netta. Le famiglie con redditi medio-alti, che hanno già la casa e possono permettersi cure private, sfruttano la deflazione tecnologica per tutto il resto. Le famiglie con redditi medio-bassi, che devono ancora comprare casa e dipendono dalla sanità pubblica, subiscono l’inflazione dei settori essenziali senza poter godere dei vantaggi tecnologici.
Le leve per cambiare le cose
Le soluzioni per l’inflazione immobiliare esistono e sono note da anni. Semplificare le procedure edilizie, liberalizzare le aree edificabili dove la domanda è alta, dare incentivi fiscali mirati alla costruzione di nuove abitazioni. Servono volontà politica e capacità di mediare tra interessi contrastanti, ma tecnicamente è tutto fattibile.
Per la sanità, serve aumentare il finanziamento pubblico. La Fondazione GIMBE propone di allineare progressivamente la spesa italiana alla media europea entro il 2030. Nel 2022 il gap della spesa pro-capite con l’Europa ha superato i 47 miliardi. Colmarlo richiede incrementi sostanziali e continuativi. L’alternativa è accettare che il sistema pubblico continui a degradarsi mentre la spesa privata cresce.
Per massimizzare i benefici della deflazione tecnologica serve un approccio più articolato. Primo: incentivare l’adozione di tecnologie nelle PMI. Il 93% delle piccole imprese italiane senza progetti AI rappresenta un potenziale enorme di riduzione costi. Incentivi fiscali, formazione specifica, supporto tecnico potrebbero accelerare il processo.
Secondo: gestire la transizione occupazionale. Se l’automazione sostituisce posti di lavoro, servono politiche attive. Formazione continua, riqualificazione professionale, sostegno al reddito durante le transizioni. Ignorare il problema crea disoccupazione strutturale che peserà sul sistema sociale per decenni.
Terzo: redistribuire i benefici della maggiore produttività. Se le aziende riducono i costi del 30% con l’automazione, parte di questo guadagno dovrebbe tradursi in prezzi più bassi per i consumatori, parte in migliori condizioni per i lavoratori rimasti, parte in investimenti per nuova occupazione. Il mercato da solo non garantisce questa distribuzione: servono regole e incentivi.
Cosa devono fare le imprese locali (subito)
Per un ristorante, uno studio professionale, un negozio, un’impresa artigiana italiana comprendere queste dinamiche non è teoria economica: è sopravvivenza. I concorrenti che adottano automazione riducono i costi operativi del 30%. Chi non lo fa opera con costi strutturalmente più alti. In un mercato dove i prezzi tendono a scendere, questa differenza è letale.
Le soluzioni accessibili esistono già. Chatbot per il customer service: da 100 euro al mese, riducono il carico sul personale e migliorano il servizio. Automazione dei processi amministrativi: da 200 euro mensili, eliminano errori e accelerano le procedure. Sistemi di previsione della domanda: da 150 euro al mese, ottimizzano l’inventario riducendo sprechi. Marketing automation: da 200 euro mensili, personalizzano la comunicazione aumentando le conversioni.
Questi costi sono già bassi e continueranno a scendere. Chi investe oggi ottiene un vantaggio competitivo immediato e si posiziona sulla curva discendente dei costi. Chi rimanda accumula ritardo e si ritrova a operare con costi crescenti mentre il mercato va nella direzione opposta.
L’energia è un altro fronte chiave. Il fotovoltaico industriale costa tra 38 e 78 dollari per megawattora e scenderà ancora del 2-11% nel 2025. Per attività con consumi significativi, l’autoproduzione energetica taglia la bolletta del 50-70% con rientri dell’investimento in 5-7 anni, destinati a ridursi ulteriormente.
Per gli immobili, la questione è più complessa. Chi possiede ha visto apprezzamenti del 2-6% annuo secondo le zone, ma deve considerare l’efficienza energetica. Gli immobili in classi basse valgono il 29% in meno rispetto alla classe A. La riqualificazione energetica non è più ambientalismo: è economia pura che determina il valore di mercato.
Per i dipendenti, offrire sanità integrativa può essere più efficace di un aumento salariale. I fondi sanitari, pur con costi gestionali del 30-35%, coprono prestazioni che il pubblico non garantisce più. Per trattenere i talenti, questa può essere la leva decisiva.
Dove stiamo andando
Le previsioni indicano un’accelerazione. I costi dell’intelligenza artificiale continueranno a crollare: riduzioni tra 9 e 900 volte all’anno secondo i compiti. L’efficienza energetica dell’AI migliora del 40% annuo. I nuovi Small Language Models raggiungono prestazioni elevate con meno di 4 miliardi di parametri, abbattendo ulteriormente i costi.
Gli investimenti globali in AI hanno toccato 252 miliardi di dollari nel 2024, crescita del 26%. Le big tech americane spenderanno oltre 300 miliardi nel 2025. Questa massa di capitali accelererà l’innovazione e spingerà ancora più in basso i costi. La competizione tra modelli proprietari e open-source, con prestazioni ormai equivalenti, garantisce pressione al ribasso sui prezzi.
Nel settore immobiliare le previsioni parlano di un +1,8% per i prezzi e +3,6% per le compravendite nel 2025. La domanda continua a superare l’offerta. Milano è attesa a 5.700 euro al metro quadro. Senza interventi strutturali, i prezzi continueranno a salire nelle città più dinamiche.
Per la sanità, la spesa crescerà del 2% annuo nel triennio 2025-2027, sotto la crescita del PIL del 3,1%. Il rapporto spesa/PIL scenderà dal 6,3% al 6,2%. Senza cambiamenti di politica, la pressione sulle famiglie aumenterà. La spesa privata crescerà, allargando il gap tra chi può permettersi cure private e chi dipende dal pubblico.
L’effetto combinato? Un’economia sempre più polarizzata. Chi ha accesso alle tecnologie, competenze per usarle e capitale per investirci vedrà costi decrescenti e produttività crescente. Chi resta escluso dalla deflazione tecnologica subirà l’inflazione dei settori essenziali senza poter compensare.
La domanda vera non è se la deflazione tecnologica continuerà: continuerà e accelererà. La domanda è se riusciremo a gestire la transizione distribuendo i benefici e proteggendo chi viene lasciato indietro. La tecnologia ci dà l’opportunità di produrre più con meno. L’inflazione in casa e salute mostra i limiti di un sistema che non si adatta.
Per le attività locali italiane il messaggio è brutale: adottare le tecnologie disponibili non è più un’opzione. È una necessità di sopravvivenza. I costi dell’innovazione sono in caduta libera, i benefici sono misurabili da subito. Chi investe oggi in automazione, AI ed efficienza energetica si posiziona dalla parte giusta. Chi rimanda si ritrova a competere con costi più alti del 30% in mercati dove i prezzi scendono.
Il paradosso finale è semplice: mentre tutto diventa più economico da produrre, le cose essenziali per vivere dignitosamente diventano più care. La tecnologia offre strumenti straordinari a prezzi decrescenti, ma non risolve da sola i problemi strutturali del sistema. Gestire questa contraddizione sarà la vera sfida economica dei prossimi anni.

