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Da Torino a Villadeati: Davide Garoglio e la scelta di tornare alla terra

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Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

Vino naturale, zafferano e ospitalità autentica nel Monferrato: la storia di un uomo che ha lasciato la città per fare qualcosa di vero

C’è un momento, nella vita di certi uomini, in cui la certezza di dover cambiare strada diventa più forte di qualsiasi altra considerazione. Non è una crisi, non è una fuga. È qualcosa di più silenzioso e più definitivo — una voce che smette di bisbigliare e comincia a parlare chiaro. Per Davide Garoglio quel momento è arrivato nel 2013, quando ha guardato i vigneti del nonno sulle colline di Villadeati, nell’Alessandrino, e ha deciso che era ora di tornare. Tornare alla terra, alla famiglia, a un’idea di lavoro che avesse a che fare con qualcosa di concreto e duraturo. Ha lasciato Torino a giugno di quell’anno, insieme alla sua famiglia ha cominciato a ristrutturare il cascinale, e da quel momento in poi non si è più voltato indietro.

Villadeati è uno di quei borghi del Monferrato che sembrano fatti apposta per resistere al tempo. Poche centinaia di abitanti, colline che cambiano colore con le stagioni, filari che disegnano il paesaggio con una regolarità quasi testarda. Non è un posto che fa rumore. È un posto che lavora, in silenzio, con la lentezza di chi sa che certe cose non si possono frettare. Ed è precisamente in questo contesto che l’Azienda Agricola Garoglio Davide ha preso forma — non come progetto calato dall’esterno, ma come qualcosa che apparteneva già a quel pezzo di terra e che aspettava soltanto di essere ripreso in mano.

Perché quelle vigne, in fondo, c’erano già. E il modo di coltivarle, pure.

La fuga dalla città che non era una fuga

Chiamarla fuga sarebbe sbagliato, e probabilmente Davide non gradisce il termine. Non c’è niente di romantico-avventato nella sua storia, nessuna rottura improvvisa, nessun capriccio. C’è invece una decisione maturata nel tempo, ponderata, presa insieme alla famiglia: ristrutturare il cascinale, gestire in proprio i vigneti che fino ad allora avevano fornito uva ad altri, costruire qualcosa di proprio. “Nel 2013 io e la mia famiglia abbiamo deciso di ristrutturare il cascinale e riprendere i vigneti di mio nonno”, racconta. Semplice, diretto. Nessuna retorica.

Il fatto che il suo percorso di studi non fosse orientato all’enologia è un dettaglio che Davide non nasconde — anzi, lo racconta con la franchezza di chi non ha niente da dimostrare: “Quando ho deciso di trasferirmi ho ripreso a studiare e a confrontarmi con altri vignaioli che lavorano senza l’aiuto di nessun prodotto enologico.” Ricominciare da zero, o quasi. Con la differenza che il punto di partenza non era il vuoto, ma una memoria familiare precisa e una curiosità che non si era mai spenta del tutto.

Quei confronti con altri produttori naturalisti, quello studio continuo sul campo e tra le vigne, quella ricerca paziente di un metodo coerente con una visione — tutto questo ha formato Davide Garoglio non come tecnico di cantina, ma come artigiano. Uno che capisce il suo lavoro dall’interno, non dai manuali. E che porta in vigna ogni mattina qualcosa che non si impara sui libri: il senso di responsabilità verso un luogo che qualcun altro ha coltivato prima di lui e che qualcun altro, si spera, coltiverà dopo.

Un articolo degli anni Settanta e il peso del destino

C’è un documento che Davide cita quasi sottovoce, come se pesasse più di quanto sembri. È un articolo di giornale degli anni Settanta in cui suo nonno veniva intervistato, e in cui si parlava già di viticoltura naturalista. Già allora, in quel pezzo di Monferrato, qualcuno ragionava sulla vigna in termini che oggi chiameremmo biologici, naturali, olistici. “Era destino”, dice Davide. E non lo dice come si dice una cosa qualunque.

Quella frase racconta molto di come quest’uomo legge la propria storia: non come una serie di scelte razionali infilate una dietro l’altra, ma come un filo che si dipana nel tempo e che a un certo punto, se sei abbastanza onesto con te stesso, non puoi fare a meno di seguire. Il nonno aveva intuito qualcosa. Lui lo ha portato a compimento. In mezzo ci sono stati decenni, una città, un lavoro diverso, una vita intera — ma il filo era lì, che aspettava.

È questo, forse, l’aspetto più interessante della storia di Davide Garoglio: non il coraggio di lasciare Torino, che pure c’è, ma la capacità di riconoscere in una memoria familiare qualcosa di più che nostalgia. Una direzione. Una responsabilità, persino.

Il vino naturale come scelta di campo

“Un vino che fotografa il proprio territorio è sicuramente un vino che è stato fatto in vigna e non in cantina ed è un vino che ha dei valori da enunciare.” Questa frase, che Davide pronuncia con la tranquillità di chi ci ha pensato a lungo, è la chiave per capire tutto il resto. Non è uno slogan, non è un posizionamento marketing. È una posizione.

Il vino naturale che produce a Villadeati nasce da una scelta precisa e consapevole: nessun prodotto enologico aggiunto, nessuna correzione in cantina, nessuna scorciatoia. Solo uva, tempo e attenzione. In vigna si lavora seguendo il calendario lunare e con il compostaggio naturale, pratiche che promuovono la salute del suolo in modo sistemico e duraturo, non episodico. Il risultato sono vini che riflettono il terroir in modo diretto — la qualità del suolo, il microclima, l’esposizione delle vigne, la storia di chi ci ha lavorato sopra per generazioni.

Questo approccio è radicalmente diverso da quello che caratterizza la grande produzione enologica, dove la cantina interviene pesantemente per standardizzare il prodotto, renderlo stabile, prevedibile, commercialmente appetibile. Davide fa il contrario: toglie invece di aggiungere, si fida invece di controllare, lascia che il vino sia quello che il territorio vuole che sia. Non è una scelta facile. Richiede conoscenza, pazienza e una buona dose di quella che in vigna chiamano umiltà — la capacità di accettare che ci sono anni migliori e anni peggiori, e che non è sempre colpa tua se qualcosa non va come speravi.

“Mi piacerebbe che sempre più persone si chiedano cosa c’è dietro e/o dentro una bottiglia di vino”, dice Davide. È un invito alla consapevolezza, al consumo critico, alla curiosità come forma di rispetto verso chi produce. In un mercato dove le etichette si moltiplicano e le certificazioni rischiano di diventare pura comunicazione, la trasparenza di Davide Garoglio è una posizione controcorrente. E proprio per questo, particolarmente convincente.

L’agriturismo: ospitalità come completamento di un progetto

Nel 2016, tre anni dopo il trasferimento, Davide realizza le prime due camere per l’ospitalità. Ne seguiranno altre tre. Cinque in tutto — non un resort, non un boutique hotel, ma un agriturismo nel senso più autentico del termine: un posto dove si dorme in mezzo a ciò che viene prodotto, dove la distanza tra la vigna e il bicchiere sul tavolo della colazione si misura in pochi metri.

Le camere sono ampie, arredate con mobili originali che raccontano la storia del cascinale, dotate di tutti i comfort necessari — servizi privati, aria condizionata, televisione. La colazione viene servita con prodotti tipici locali, non la solita selezione anonima da contratto di fornitura. E naturalmente c’è la possibilità di degustare il vino prodotto in cantina, con la possibilità di farlo capire davvero, non solo assaggiarlo.

Questa scelta di aprire all’ospitalità non è secondaria rispetto alla produzione agricola. È parte integrante del progetto. Davide vuole che chi viene a Villadeati non se ne vada con una bottiglia sotto il braccio e un’impressione vaga. Vuole che capisca cosa ha in mano — da dove vengono quelle uve, come sono state lavorate, perché quel vino sa di quel posto e non di un altro. L’agriturismo diventa così uno strumento di educazione al consumo consapevole, oltre che una proposta turistica di qualità.

L’offerta di esperienze sul territorio va nella stessa direzione: vivere il Monferrato a trecentosessanta gradi, conoscere le persone e le attività che lo abitano, costruire un legame con un luogo piuttosto che limitarsi a visitarlo. È un tipo di turismo che chiede qualcosa al visitatore — attenzione, curiosità, disponibilità a rallentare — e in cambio offre qualcosa che i grandi circuiti non riescono a dare: autenticità.

Lo zafferano: la coerenza come metodo

Accanto alla vite c’è lo zafferano. Non è un dettaglio marginale e non è una diversificazione opportunistica: è un altro segnale della coerenza che caratterizza ogni scelta di Davide Garoglio. Lo zafferano richiede cura manuale, attenzione quotidiana, pazienza — le stesse qualità che porta in vigna. È una coltura che non ammette scorciatoie e che restituisce un prodotto di qualità assoluta solo a chi la tratta con rispetto.

C’è una logica profonda in questo accostamento tra vite e zafferano, tra vino naturale e spezia pregiata. Sono entrambi prodotti che richiedono tempo, che non si possono accelerare, che parlano del territorio in cui nascono con una precisione quasi imbarazzante. Sono entrambi prodotti che chi li fa deve conoscere intimamente, senza potersi nascondere dietro procedure standardizzate. E sono entrambi prodotti che chi li consuma, se vuole capirli davvero, deve imparare ad ascoltare.

È questa coerenza di fondo — tra i valori dichiarati e le pratiche concrete, tra la filosofia produttiva e le scelte quotidiane — la qualità imprenditoriale più rara e più preziosa che emerge dalla storia di Davide Garoglio. Non ha costruito un’azienda attorno a un prodotto. Ha costruito un progetto di vita attorno a una visione, e i prodotti vengono di conseguenza.

Cosa può insegnare Villadeati al mondo del business

Sarebbe un errore leggere questa storia come una storia di nicchia — l’ennesima storia del professionista che lascia la città per “fare il contadino” e trova la pace interiore tra i filari. Quella lettura è comoda e romantica, ma manca il punto. La storia di Davide Garoglio è prima di tutto una storia di leadership personale, nel senso più concreto e meno abusato del termine.

Ha identificato un’opportunità dove altri vedevano un cascinale da rimettere in piedi e dei vigneti da valorizzare diversamente. Ha recuperato un sapere che rischiava di andare perduto e lo ha reso attuale, commercialmente sostenibile, culturalmente rilevante. Ha costruito un’offerta turistica e produttiva che valorizza il territorio invece di consumarlo. Ha scelto la lentezza in un mercato che premia la velocità. Ha scelto la trasparenza in un settore che non sempre la incoraggia.

Queste non sono scelte sentimentali. Sono scelte strategiche, prese da qualcuno che sa leggere il proprio mercato e sa dove si trova rispetto ad esso. Il vino naturale è un segmento in crescita, con un consumatore sempre più informato e sempre più disposto a pagare per l’autenticità. Il turismo esperienziale è uno dei pochi comparti che tiene, anche nei momenti difficili, perché risponde a un bisogno reale — quello di sentirsi in un posto vero, non in una scenografia. Lo zafferano di qualità trova mercato ovunque, perché la qualità vera non ha problemi di distribuzione.

Davide Garoglio ha costruito un posizionamento originale, difficile da copiare perché fondato su una storia personale e familiare irriproducibile, e lo ha fatto senza seguire un piano industriale scritto da qualcun altro. Lo ha fatto seguendo un filo — quello stesso filo che partiva dall’intervista al nonno e che lui ha avuto la pazienza, e il coraggio, di non spezzare.

Venire a Villadeati: un invito a rallentare

Se state cercando un posto dove passare qualche giorno davvero lontani dalla confusione, dove bere vino sapendo esattamente cosa avete nel bicchiere e perché, dove la colazione del mattino sa ancora di posto vero — l’Azienda Agricola Garoglio Davide a Villadeati è quello che fa per voi.

Non è un’esperienza per tutti, nel senso migliore del termine. È un’esperienza per chi è disposto a fermarsi, a fare domande, ad ascoltare. Per chi vuole capire cosa significa fare le cose per bene, senza abbreviazioni. Per chi ha voglia di portarsi a casa qualcosa che duri più di un fine settimana.

Potete prenotare una camera nel cascinale, fare una degustazione guidata in cantina, partecipare alle esperienze sul territorio che Davide propone ai suoi ospiti. Potete portarvi a casa qualche bottiglia di vino naturale prodotto con le uve di quei vigneti che il nonno coltivava già negli anni Settanta. Potete, semplicemente, capire cosa vuol dire un vino che fotografa il proprio territorio.

L’azienda agricola si trova in Via Vittorio Emanuele III 2, a Villadeati, provincia di Alessandria. Per informazioni e prenotazioni potete contattare telefonicamente Davide oppure Fulvia. Il sito è garogliodavide.it — visitatelo prima di venire, e poi venite.

Vale il viaggio.

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