Nota Editoriale: Oggi la nostra rivista, la n.1 in Italia per ciò che riguarda la leadership, racconta la storia di Silvia Vincenti e del suo agriturismo, Croce di Febo, specializzato in vino biologico e biodinamico, una delle realtà più apprezzate del territorio. Un cliente soddisfatto ci ha contattato, ci ha fatto scoprire questo gioiello e abbiamo intervistato il fondatore.
La parte bella? Si trova vicino a te, a Montepulciano in provincia di Siena, e puoi andarci già da oggi. Noi lo consigliamo. Vedilo su Google.
Sulle alture di Montepulciano, dove una famiglia coltiva vigne e futuro insieme

Ci sono aziende che si raccontano attraverso i numeri, e altre che si raccontano attraverso le persone. Croce di Febo appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Basta ascoltare Silvia Vincenti per pochi minuti per capire che qui, tra le colline che guardano la Val di Chiana, il vino non è mai stato soltanto un prodotto da vendere, ma il modo in cui una famiglia ha scelto di stare al mondo.
“Il vino è l’espressione del territorio e della natura,” dice Silvia, e lo dice con la semplicità di chi ripete una convinzione talmente radicata da non aver più bisogno di argomentarla. Da questa frase, breve e diretta, si può ricostruire tutta la filosofia di un’azienda che negli anni ha imparato a far coincidere il lavoro con l’identità di chi lo svolge: la vigna, l’olio, l’accoglienza nell’agriturismo Podere Monti, e ora anche i due figli di Silvia, Enrico e Alberto, che hanno scelto di raccogliere quell’eredità invece di allontanarsene.
Chi arriva a Montepulciano per la prima volta resta spesso colpito da un dettaglio che agli abitanti del posto sembra invece del tutto naturale: la totale assenza di fretta con cui qui si affrontano le cose importanti. Un vino non si fa in una stagione, e nemmeno in due; una vigna non si giudica da un’annata sola, ma dalla sua capacità di reggere il tempo, le gelate improvvise, le estati troppo calde, gli anni in cui tutto sembra andare storto e quelli in cui, invece, ogni scelta fatta anni prima trova finalmente conferma. È in questo tipo di pazienza che Croce di Febo ha costruito la propria identità.

Non è un caso che il paesaggio stesso, con i suoi filari disposti lungo i pendii e le case coloniche sparse tra gli ulivi, sembri raccontare la stessa filosofia della famiglia che lo abita: nulla di imposto con la forza, tutto costruito assecondando la forma naturale della terra. È una lezione di rispetto che si legge prima ancora di assaggiare un bicchiere di vino, semplicemente osservando come sono disegnate le vigne sulle colline.
Vent’anni costruiti un passo alla volta


Dal 2000 Silvia si è dedicata interamente allo sviluppo del marchio Croce di Febo, seguendo in parallelo due strade che in molte aziende agricole restano separate: quella della produzione, vino e olio, e quella dell’ospitalità, che a Podere Monti trova la sua casa. Non è stato un percorso lineare, né semplice. Lo ammette lei stessa, senza cercare di abbellire la realtà: “Non è facile sviluppare la propria passione e concentrarsi su ciò che ci realizza.”
È una frase che chiunque abbia provato a costruire qualcosa di proprio riconosce immediatamente. Dietro c’è la fatica di chi ha dovuto scegliere, spesso da sola, in quale direzione far crescere un progetto che partiva da un’intuizione familiare e che doveva trasformarsi in qualcosa di solido, riconoscibile, capace di reggersi sulle proprie gambe negli anni. E dietro c’è anche una buona dose di testardaggine, quella qualità che in agricoltura, più che altrove, fa la differenza tra chi resiste e chi lascia perdere.
Il risultato di quella testardaggine, oggi, si vede soprattutto in un dettaglio che Silvia racconta con un orgoglio che non ha bisogno di essere sottolineato: i suoi figli hanno scelto di restare. “La maggior soddisfazione è quando mi hanno confermato che il logo Croce di Febo è nel loro cuore e che hanno iniziato a prendersene tutti gli oneri e le soddisfazioni.” Chiunque abbia a che fare con imprese di famiglia sa quanto sia raro, oggi, un passaggio generazionale che nasce da una scelta libera e non da un obbligo morale. Ed è probabilmente questo il primo, vero successo di Silvia: non aver imposto nulla, ma aver reso quel progetto abbastanza vivo, abbastanza vero, da farlo desiderare anche a chi avrebbe potuto scegliere altre strade.
Enrico, la terra e un modo diverso di intendere il vino


Da qualche anno la produzione porta la firma di Enrico, che ha scelto di lavorare la vigna secondo principi biologici e, in parte, biodinamici. Non è un dettaglio tecnico da inserire in etichetta per marketing: a Croce di Febo la biodinamica è un modo di ragionare che riduce al minimo l’intervento chimico e lascia che sia l’annata, con le sue caratteristiche uniche, a raccontarsi da sola nel bicchiere.
L’azienda stessa definisce questo approccio “bio-consapevole,” un termine che a prima vista può sembrare uno slogan, ma che nei fatti descrive bene un equilibrio complicato da ottenere: coniugare l’esperienza del passato con le conoscenze della modernità, senza però rinunciare al rispetto della natura che quella stessa modernità troppo spesso mette in secondo piano. Le vigne si trovano nelle zone più alte della campagna di Montepulciano, distribuite su terreni diversi tra loro, ognuno con una propria composizione, una propria esposizione, un proprio carattere. È da questa varietà di suoli che il Sangiovese coltivato da Croce di Febo trae una delle espressioni più riconoscibili del territorio.
C’è poi un aspetto che va oltre la tecnica agronomica, ed è la biodiversità, considerata in azienda un valore da proteggere tanto quanto la qualità del vino. Un equilibrio che comprende piante, animali, persone, e che permette alle viti stesse di sviluppare naturalmente una maggiore resistenza alle avversità climatiche. Resta comunque una scelta impegnativa per una realtà di dimensioni familiari, che richiede pazienza e accetta rese più basse in cambio di un’autenticità che si sente, letteralmente, ad ogni sorso.
Alberto, la sala e un ritorno che non era scontato
Se Enrico ha scelto la vigna, Alberto ha scelto la sala e la cucina. Dopo un periodo di formazione all’Alma, una delle scuole più prestigiose per chi vuole fare della cucina italiana un mestiere, Alberto ha deciso di tornare a casa per mettere quelle competenze al servizio di Podere Monti, sviluppando sia il lato dell’accoglienza sia quello più prettamente da chef.

Vale la pena soffermarsi su questo passaggio, perché non è affatto scontato. Tornare, dopo un percorso di studio importante fuori casa, per lavorare nell’azienda di famiglia richiede una convinzione che non tutti hanno. Significa scegliere consapevolmente un ruolo che poteva essere altrove, magari con maggiore visibilità o gratificazione immediata, e sceglierlo invece dentro un progetto che si conosce da sempre, con tutte le sue difficoltà quotidiane. È una scelta che racconta, più di tante parole, quanto siano stati trasmessi in modo autentico i valori di questa famiglia.
A Podere Monti, oggi, l’ospitalità nasce da questa stessa filosofia: niente scorciatoie, niente compromessi sulla qualità, ma un’attenzione che si costruisce piatto dopo piatto, ospite dopo ospite, con la stessa cura riservata alla vigna.
Noi di Saliremo ti consigliamo di assaggiare il Sangiovese biodinamico di Silvia Vincenti: crocedifebo.com
Amoremio, un’enoteca che porta il nome della memoria
C’è un luogo, nel percorso di crescita dell’azienda, che racconta più di ogni altro quanto la storia di questa famiglia sia intrecciata con la storia stessa di Montepulciano. È l’enoteca gastronomia che Silvia ha aperto nel centro storico, e che ha scelto di chiamare Amoremio.
Il nome non è casuale. “Amoremio mi ricorda una fantastica mostra contemporanea curata da una donna fantastica, mia madre,” racconta Silvia. Ma c’è un ulteriore livello di significato che rende questo luogo speciale: lo stesso spazio, prima di diventare enoteca, era stato per anni lo studio notarile del padre di Silvia. “Questo luogo era anche l’ufficio di mio padre, per questo per me è così importante,” aggiunge lei, ed è impossibile non percepire, in questa frase, tutto il peso affettivo di una scelta che va ben oltre la logica imprenditoriale.
Nella seconda metà dell’Ottocento, in quello stesso edificio nel centro storico, era Francesca Vincenti a gestire un’attività di sartoria. Con il tempo lo spazio divenne studio legale, prima del figlio Valente e poi del padre di Silvia, Emilio. Fu però Evelina, moglie di Valente, a intuire per prima il valore dei terreni agricoli di famiglia, trasformando un antico caveau in un luogo dedicato alla vinificazione e all’affinamento delle uve, dando così avvio, il 16 aprile 1998, a quella produzione che oggi porta il nome di Croce di Febo. Quello stesso caveau, oggi, è diventato un piccolo museo che ripercorre l’intera storia produttiva dell’azienda: le annate storiche, la vinsantaia, il metodo classico, l’olio. Un luogo dove Silvia stessa invita chi lo visita a fermarsi un momento, bicchiere alla mano, a riflettere sul significato del lavoro delle piccole aziende che, come dice lei, “lavorano con amore.”
Non stupisce, a questo punto, scoprire che una delle etichette più importanti della cantina sia dedicata proprio alla madre di Silvia. È un dettaglio piccolo, ma dice tutto su come in questa azienda la memoria familiare e il lavoro quotidiano non siano mai stati due cose separate.



Il valore di essere piccoli
In un momento in cui l’agricoltura italiana si confronta ogni giorno con le grandi sfide della sostenibilità, la scelta di una realtà familiare come Croce di Febo di puntare su pratiche biologiche e biodinamiche assume un significato che va oltre la singola bottiglia prodotta. Non è retorica ambientalista da comunicato stampa: è una decisione concreta, che si traduce in rese più basse, in un lavoro più faticoso in vigna, in tempi più lunghi di attesa prima che un vino sia pronto per il mercato.
Ma è proprio in questa apparente inefficienza che si nasconde il valore aggiunto delle piccole aziende agricole italiane: la possibilità di lavorare secondo tempi e metodi che una produzione su larga scala non potrebbe permettersi. Ed è forse questo, più di ogni etichetta di pregio, il vero patrimonio che la famiglia Vincenti sta costruendo nel tempo.
Basta parlare pochi minuti con Silvia per capire che questa non è una posizione ideologica, ma il risultato di scelte quotidiane molto concrete: quando si decide di non intervenire chimicamente su una vigna colpita da un’annata difficile, si accetta consapevolmente di perdere parte del raccolto pur di non tradire il metodo. È una forma di disciplina che poche grandi aziende potrebbero permettersi, e che invece diventa possibile proprio grazie alle dimensioni familiari di una realtà come questa.
Cosa insegna, a chi si occupa di leadership, la storia di questa famiglia

Non serve necessariamente occuparsi di agricoltura per trovare, nella vicenda di Silvia, Enrico e Alberto, degli insegnamenti utili a chiunque guidi un progetto, grande o piccolo che sia.
C’è innanzitutto un modo di intendere la leadership che non passa dall’imposizione, ma dalla creazione delle condizioni giuste perché le persone scelgano di aderire a qualcosa perché lo sentono davvero proprio. Silvia non ha costretto i figli a seguire le sue orme: ha costruito, negli anni, un progetto abbastanza autentico da renderlo desiderabile. È una differenza che sembra sottile ma che, nella pratica, separa le organizzazioni che durano da quelle che si sgretolano al primo cambio generazionale.
C’è poi la capacità di valorizzare percorsi diversi senza forzare tutti dentro lo stesso ruolo. Enrico in vigna, Alberto in sala e in cucina: due strade differenti che si completano invece di sovrapporsi, e che raccontano quanto sia importante, per chi guida una squadra o una famiglia, saper riconoscere le inclinazioni di ciascuno invece di pretendere uniformità.
Un altro elemento, forse meno immediato ma altrettanto rilevante, riguarda il rapporto con la memoria. La scelta di riportare in vita, con un nuovo significato, gli spazi legati al padre e alla nonna di Silvia dimostra che innovare non significa necessariamente rompere con il passato. Le realtà più solide, che siano aziende o famiglie, sono spesso quelle capaci di far convivere il nuovo con ciò che le ha precedute, senza sentirle come forze contrapposte.
Infine, resta la coerenza. Parlare di rispetto per la natura è facile; praticarlo ogni giorno, accettando rese più basse e tempi più lunghi, è tutta un’altra cosa. Ed è proprio in questa coerenza tra ciò che si dichiara e ciò che si fa concretamente che si misura, in fondo, la credibilità di qualsiasi leadership, in agricoltura come altrove.

Un invito a scoprire questa storia da vicino
La vicenda della famiglia Vincenti racconta, in fondo, un legame con la terra e con la memoria che continua a rinnovarsi di generazione in generazione. Croce di Febo non è soltanto un’azienda vitivinicola: è la somma di più storie che si intrecciano, quella del vino e dell’olio, quella dell’ospitalità di Podere Monti, quella custodita tra le mura di Amoremio, e quella ancora più antica racchiusa nel caveau di famiglia. Tutte insieme, compongono il ritratto di una famiglia che ha scelto di restare fedele al proprio territorio senza mai smettere di guardare avanti.
Chi desidera scoprire da vicino questo mondo, degustare vini nati da un approccio biologico e biodinamico autentico, oppure semplicemente lasciarsi accogliere dall’ospitalità di Podere Monti, può trovare tutte le informazioni su degustazioni, esperienze e soggiorni sul sito ufficiale dell’azienda, crocedifebo.com. È un’occasione per conoscere da vicino un pezzo di Toscana raccontato attraverso il lavoro di tre generazioni della stessa famiglia, e per lasciarsi guidare, bicchiere alla mano, in un viaggio che unisce la terra, la storia e quell’amore che, a Croce di Febo, è davvero di casa.




