L’Italia paga l’energia quasi il doppio della Francia. E non tutte le imprese pagano uguale
116 euro per megawattora. È quello che ha pagato mediamente l’Italia per l’energia elettrica all’ingrosso nei primi dieci mesi del 2025. La Francia ne pagava 61. La Spagna 65. La Germania 87. Non si tratta di un’anomalia passeggera, di una crisi che si riassorbirà nella prossima stagione. È la fotografia di un sistema strutturalmente squilibrato, e chi lo paga sulla propria pelle ogni mese sono gli stessi che hanno sempre pagato il conto degli altri: bar, ristoranti, negozi di quartiere, artigiani, piccoli alberghi. A gennaio 2025, il picco: 143 euro per megawattora in Italia, contro 98 in Francia. Nello stesso periodo, secondo l’Osservatorio Confcommercio Energia, la spesa per luce e gas delle imprese commerciali italiane è aumentata del 24% rispetto all’anno precedente e del 56,5% rispetto al 2019. Nel 2025 le imprese del terziario hanno complessivamente speso oltre 11 miliardi di euro in energia. Undici miliardi. È una tassa occulta che nessuno ha votato e quasi nessuno nomina con quella parola.
La bolletta che non si capisce mai fino in fondo
Prendete una bolletta di un negozio alimentare, di un laboratorio artigianale, di un ristorante. Guardatela davvero. Quella voce che si chiama “oneri di sistema” — o che appare sotto sigle come ASOS, Arim, A3 — non riguarda l’energia che avete consumato. Riguarda il finanziamento delle fonti rinnovabili, i bonus sociali, le agevolazioni concesse alle grandi industrie. Voi la state pagando al posto loro. Per un’impresa artigiana o un esercente nella fascia di consumo tipica, solo il 45-55% della bolletta riguarda l’energia effettivamente usata. Il resto è un prelievo che si accumula da anni, costruito per strati, ogni strato aggiunto da qualche governo per rispondere a qualche emergenza o incentivare qualche obiettivo nazionale. Il risultato finale è che nelle fasce di consumo medie il costo dell’elettricità in Italia supera la media europea di circa il 20%. E che in quella media europea ci sono paesi — Francia, Spagna — dove l’energia costa meno della metà . La componente ASOS — quella destinata a finanziare le rinnovabili — in Italia pesa in bolletta molto di più che in Germania, Francia o Spagna. Non perché l’Italia abbia investito di più nelle rinnovabili. Ma perché ha scelto di scaricare quel costo principalmente su chi ha meno potere per difendersi: le imprese medie e piccole, il terziario, gli artigiani.
Grandi industrie: stesso paese, regole diverse
Qui sta il punto che raramente viene detto in modo diretto. Il sistema degli oneri energetici italiani non è uguale per tutti. È costruito con un meccanismo a doppio binario: un binario per le grandi imprese manifatturiere classificate come “energivore”, e un altro — decisamente più salato — per tutto il resto. Un’impresa è considerata energivora quando consuma almeno un gigawattora l’anno e opera in settori considerati a rischio delocalizzazione. In quella condizione, gli oneri di sistema praticamente scompaiono dalla bolletta. Mentre un artigiano paga in bolletta il 33,6% tra oneri e imposte — 7,6 centesimi per ogni kilowattora — e una PMI del commercio può arrivare al 32%, per le grandi industrie energivore quella stessa voce incide solo per il 4,5%. La Riforma degli energivori del 2018 ha formalizzato questa situazione, spostando il peso sugli altri. Su chi non ha i consumi, non ha i legali, non ha i consulenti, non ha il tempo per seguire decreti ministeriali di centinaia di pagine. Sul fronte del gas, il divario raddoppia. Nel 2024 le PMI italiane hanno pagato il gas intorno ai 100 euro per megawattora. I grandi gruppi industriali meno di 48. Più del doppio, per lo stesso prodotto, nello stesso paese. La differenza non è solo potere contrattuale — sebbene anche quello conti — ma è anche la struttura dei prelievi che si stratificano in modo diverso a seconda della dimensione del soggetto che paga. Bisogna arrivare ai consumi delle grandi industrie — tra 70.000 e 150.000 megawattora annui — per vedere finalmente una bolletta italiana più bassa della media europea. Un risparmio del 2,8%. Tutto il resto del tessuto imprenditoriale italiano, il 99% delle imprese, paga più della media europea. Il sistema funziona al contrario di come si racconta.
I numeri di chi tiene aperta un’attività ogni giorno
Un negozio alimentare, con le celle frigorifere sempre accese, spende in media 19.000 euro annui di sola elettricità . Gli alberghi e le grandi superfici commerciali sono tra i settori più colpiti. In Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna — le aree con la più alta concentrazione di imprese del paese — i costi energetici superano del 30-35% quelli dei principali competitor europei. Non è una questione di efficienza. Non è che i ristoranti italiani sprechino più corrente di quelli francesi. È che pagano un prezzo all’ingrosso quasi doppio, moltiplicato per oneri di sistema che i loro concorrenti europei non sopportano nella stessa misura. Un ristorante a Lione che paga l’elettricità a 61 euro per megawattora e uno a Milano che la paga a 116 non stanno giocando la stessa partita, anche se comprano le stesse attrezzature, assumono personale con le stesse mansioni e cercano clienti con gli stessi strumenti. L’energia è un costo fisso. Non si comprime oltre un certo limite, non si trasferisce sul cliente in un mercato dove la sensibilità al prezzo è alta, non si esternalizza. Diventa semplicemente uno svantaggio competitivo permanente.
Transizione 5.0: i soldi ci sono, ma arrivarci è un altro discorso
Il Piano Transizione 5.0 esiste, e sarebbe sbagliato ignorarlo. Sulla carta mette a disposizione delle imprese italiane 12,7 miliardi di euro nel biennio 2024-2025, di cui 6,3 miliardi specificamente dedicati alla transizione energetica nell’ambito del PNRR. Il credito d’imposta va dal 35% al 45% della spesa ammissibile. Per chi riesce ad accedervi, è una cifra significativa. Il problema è quel “riesce ad accedervi”. Per ottenere il credito, un’impresa deve dimostrare — con una perizia asseverata, prodotta prima dell’investimento — che l’intervento porterà a una riduzione dei consumi energetici di almeno il 3% sull’intera struttura produttiva, oppure del 5% sul processo specifico interessato. Deve prenotare il contributo presso il GSE, il Gestore dei Servizi Energetici. Deve poi certificare i risultati a consuntivo. E deve anticipare i soldi, perché il credito si compensa in dichiarazione dei redditi. Per una grande azienda con uffici tecnici dedicati, commercialisti specializzati in finanza agevolata e risorse da anticipare, questa procedura è gestibile. Per chi gestisce una trattoria o un laboratorio di sartoria, è un percorso che richiede tempo, competenze e liquidità che spesso non ci sono. Il risultato pratico è che il piano esiste, è finanziato, ma una parte consistente di chi ne avrebbe più bisogno non lo usa. Non per pigrizia, ma perché il design dello strumento richiede una struttura organizzativa che le piccole imprese non hanno. Anche sul fronte dei contributi a fondo perduto per l’efficienza energetica, la normativa europea prevede esplicitamente tassi di aiuto più alti per le piccole imprese — fino al 50% contro il 30% delle grandi. Il problema non è il tasso nominale. È la capacità concreta di costruire il dossier, ottenere le certificazioni, anticipare il capitale. Tre condizioni che penalizzano sistematicamente chi è più piccolo.
Il CBAM: una nuova voce di costo che pochissimi sanno calcolare bene
Dal 1° gennaio 2026 è entrata in vigore la fase definitiva del Carbon Border Adjustment Mechanism. Il nome è tecnico, la sostanza è semplice: se importi fuori dall’Unione Europea acciaio, cemento, alluminio, fertilizzanti, elettricità o idrogeno, devi pagare per la CO2 incorporata in quei prodotti. Lo scopo è evitare che le industrie europee vengano messe in concorrenza sleale con chi produce in paesi senza regole climatiche equivalenti. Il meccanismo è formalmente neutro rispetto alla dimensione dell’impresa. Ma chi importa 50.000 tonnellate di acciaio l’anno e chi ne importa 500 si trovano in condizioni radicalmente diverse di fronte a una scelta tecnica che ha un impatto economico diretto. Per calcolare quanti certificati acquistare, si può usare i dati reali sulle emissioni dei propri fornitori esteri, oppure applicare i valori default stabiliti dalla Commissione europea. I valori default sono deliberatamente penalizzanti — sono costruiti per spingere le imprese a raccogliere dati reali. Ma raccogliere dati reali significa ingaggiare i fornitori in processi di audit, ottenere certificazioni da verificatori accreditati, gestire documentazione tecnica che richiede mediamente dai tre ai sei mesi. Per chi importa acciaio prodotto con forni elettrici ad arco — tecnologia molto meno emissiva degli altiforni tradizionali — adottare la metodologia reale può ridurre l’esposizione CBAM del 60-70% rispetto ai valori default. Su grandi volumi, si parla di milioni di euro di differenza. Chi ha la struttura organizzativa per farlo, risparmia. Chi non ce l’ha, paga il massimo. Ed è quasi sempre lo stesso soggetto che paga anche il massimo in bolletta. Il pacchetto normativo Omnibus propone di introdurre una soglia minima di 50 tonnellate di emissioni annue incorporate, sotto la quale le imprese sarebbero esentate dagli obblighi. Questo libererebbe circa il 90% delle aziende coinvolte pur coprendo il 99% delle emissioni complessive. Se approvata, sarebbe una correzione importante. Per ora è ancora una proposta.
La pressione ESG che scende dalla filiera senza fare rumore
C’è una dinamica che raramente compare nei titoli ma che sta cambiando le regole del gioco per migliaia di piccole imprese italiane. La Corporate Sustainability Reporting Directive — la CSRD — obbliga le grandi imprese a rendicontare le proprie performance ambientali e sociali. Per farlo, devono raccogliere dati anche dai loro fornitori. E i fornitori, nella stragrande maggioranza dei casi, sono PMI. Il risultato è che molte piccole imprese che non hanno alcun obbligo formale di sostenibilità si trovano a ricevere dai propri clienti grandi questionari da compilare, certificazioni da produrre, dati energetici da fornire. Non come obbligo di legge diretto, ma come condizione implicita per restare nel portafoglio fornitori. Il 55% delle PMI italiane dichiara già di far parte di filiere regolamentate da protocolli di qualità e sostenibilità . Quella percentuale crescerà . Chi non si adegua non viola nessuna legge. Ma rischia di perdere contratti. Questo crea una pressione asimmetrica che la normativa non cattura: gli obblighi formali ricadono sui grandi, le conseguenze pratiche su tutti. E chi ha meno struttura per rispondere, come sempre, è il più esposto.
Il fotovoltaico: opportunità concreta, ma non a parità di condizioni
Il fotovoltaico sui tetti è diventato uno degli strumenti più efficaci a disposizione di chi vuole ridurre la dipendenza dalla rete e abbassare i costi nel tempo. I periodi di ritorno sull’investimento si sono accorciati con il calo dei costi degli impianti, e per attività con consumi concentrati nelle ore diurne — ristoranti aperti a pranzo, laboratori, negozi, strutture ricettive — i numeri iniziano a tornare. Il punto è che anche qui la dimensione conta. I Power Purchase Agreements — contratti di fornitura diretta di energia rinnovabile a lungo termine e a prezzo fisso — consentono alle grandi imprese di blindarsi completamente contro la volatilità dei prezzi, stipulando accordi pluriennali direttamente con produttori di rinnovabili. Verallia, principale produttore europeo di packaging in vetro, ha firmato il più grande contratto corporate PPA mai realizzato in Italia. È un esempio di cosa significa avere la dimensione e la struttura legale per giocare a quel livello. Per un esercente o un artigiano, quel tipo di strumento è semplicemente fuori portata. L’alternativa concreta, per chi vuole fare autoproduzione, è l’impianto fotovoltaico di proprietà — con tutte le valutazioni sul caso: si è proprietari dell’immobile o in affitto, c’è disponibilità di superficie, quanto si consuma durante le ore di produzione. Dal 2024, le comunità energetiche rinnovabili offrono una via per chi da solo non può farcela: condividere la produzione di energia con altre imprese o residenti dello stesso territorio, abbattendo i costi e accedendo agli incentivi previsti dalla normativa. Non è la soluzione per tutti, ma per chi è nelle condizioni giuste è oggi uno strumento concreto e accessibile. Un avviso per chi ha progetti in corso: la politica cinese sull’export di moduli fotovoltaici sta cambiando. L’abolizione di rimborsi fiscali all’esportazione e l’eventuale introduzione di dazi europei potrebbero far risalire i prezzi degli impianti nei prossimi mesi. Chi ha già installato è al riparo. Chi sta valutando dovrebbe tenerne conto.
Cosa si può fare, concretamente, da oggi
Al netto della denuncia del sistema — legittima, necessaria, ma che da sola non abbassa la bolletta — ci sono azioni che chi gestisce un’attività locale può fare adesso. La prima è leggere davvero la bolletta. Non il totale, ma le voci. Capire quanto è energia effettiva, quanto sono oneri di sistema, quanto è rete di distribuzione. Molti scoprono in questo modo spazi di rinegoziazione del contratto di fornitura che non sapevano di avere, o profili tariffari inadatti ai propri consumi che generano costi evitabili. La seconda è fare una valutazione seria del fotovoltaico. Non come scelta ambientale, ma come investimento. Con i prezzi attuali dell’energia e i costi degli impianti ai livelli di oggi, i tempi di recupero sono scesi. Il Fondo per la transizione industriale prevede agevolazioni fino al 50% per le piccole imprese. Esistono anche detrazioni fiscali ordinarie. I numeri, in molti casi, stanno iniziando a reggere l’analisi. La terza è non aspettare che la pressione ESG arrivi come problema. Iniziare a raccogliere dati elementari sui propri consumi — anche solo tenere un foglio con i kWh mensili e il costo — costruisce una base che servirà sempre di più: per l’accesso al credito, per rispondere ai questionari dei clienti grandi, per partecipare a bandi che sempre più spesso richiedono informazioni ambientali di base. La quarta, spesso sottovalutata, è ragionare in modo collettivo. I PPA sono fuori portata per un singolo piccolo esercente. Le comunità energetiche rinnovabili no. La negoziazione collettiva delle tariffe energetiche attraverso le associazioni di categoria non lo è. Ci sono strumenti che singolarmente non si riesce ad usare e che insieme invece diventano accessibili. Non è ideologia cooperativa: è convenienza economica.
Il nodo politico che rimane irrisolto
C’è una domanda che attraversa tutto questo e che raramente viene posta in modo diretto: perché il costo della transizione energetica — che è un obiettivo collettivo, deciso a livello europeo e nazionale — viene scaricato principalmente in bolletta invece che finanziato attraverso la fiscalità generale? ARERA lo ha detto. Il PNRR lo ha scritto, impegnando l’Italia a rimuovere dagli oneri in bolletta le voci non collegate al settore energetico. La logica è elementare: se finanzio le rinnovabili attraverso la bolletta, il peso ricade in modo regressivo su chi consuma di più in proporzione — piccole imprese, famiglie meno abbienti, esercenti. Se lo finanzio attraverso la fiscalità generale, il peso è progressivo e proporzionale alla capacità contributiva. Questo cambiamento strutturale non è avvenuto. Nel 2025 il governo ha introdotto l’azzeramento temporaneo della componente ASOS per sei mesi per le PMI con potenza superiore a 16,5 kW — un miliardo e 200 milioni stanziati — riconoscendo implicitamente il problema. Ma una misura temporanea non cambia l’architettura del sistema. Confcommercio e Confesercenti continuano a chiedere la revisione strutturale degli oneri, incentivi seri per efficienza e autoproduzione, un disaccoppiamento tra prezzo dell’elettricità e prezzo del gas. Sono richieste ragionevoli, sostenute da dati, portate avanti da anni. Nel frattempo, chi tiene aperto un negozio o un ristorante in Italia paga la bolletta più cara d’Europa. E la paga anche per finanziare agevolazioni che altri intascano.

