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Come cambia la struttura del consumo quando una generazione non compra casa e non fa figli

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Lorenzo Dalmasso
Lorenzo Dalmasso
Educatore e consulente in leadership, con un focus sullo sviluppo personale e professionale.

Il numero che nessuno vuole leggere

Nel 2024 in Italia sono nati 370.000 bambini. Nello stesso anno ne sono morti 651.000. Il saldo è stato di meno 281.000 persone: un’intera città di medie dimensioni cancellata in dodici mesi, non da una guerra o da un’epidemia, ma dalla somma silenziosa di scelte individuali, impossibilità economiche e aspettative che si sono spostate. Non è una crisi passeggera che si risolve con qualche incentivo fiscale o con un bonus bebè. È la fotografia di una struttura demografica che si sta riorganizzando intorno a una realtà nuova, e che sta trascinando con sé l’intera architettura dei consumi del Paese.

La stessa generazione che non fa figli è anche quella che non compra casa. Secondo la ricerca Generationship 2025 di Changes Unipol — l’osservatorio più sistematico che esista oggi sulle nuove generazioni italiane — il 78% dei giovani indica la mancanza di stabilità economica come il principale ostacolo alla genitorialità, e il 75% considera insostenibile il costo di uno o più figli per una famiglia con reddito normale. Il 75% degli under 35 non costruisce un nucleo familiare. Il 71% ritiene impossibile seguire le tappe in cui le hanno percorse i propri genitori: lavoro fisso, matrimonio, mutuo, figli, nell’ordine e nei tempi giusti. Quello che colpisce non è solo la percentuale. È che per la prima volta, accanto al “non posso”, cresce in modo misurabile il “non voglio”: la motivazione economica cede terreno a una scelta di vita deliberata, e il mercato lo sa già.

Questi numeri, letti dall’interno di un’attività locale italiana, non sono solo dati da convegno. Sono la mappa di un mercato che si sta ridisegnando in silenzio, con una velocità che molti settori tradizionali non hanno ancora del tutto percepito o, peggio, continuano a non voler vedere.

Quello che non si compra più

Partiamo da un fatto elementare: il denaro che una generazione non spende in mutui, pannolini, seggiolini, scuole private, automobili familiari e ristrutturazioni di appartamenti di proprietà non scompare. Si sposta. E capire dove si sposta è la questione più concreta che un imprenditore locale possa porsi oggi, molto più concreta di qualsiasi analisi macroeconomica.

Chi vive in affitto — spesso in spazi più piccoli, più mobili, più provvisori — non compra mobili su misura, non installa cucine componibili, non ristruttura, non fa giardinaggio. La generazione che cambia appartamento ogni due o tre anni accumula il minimo indispensabile in fatto di beni durevoli. L’elettrodomestico di fascia alta, la lavatrice premium, il forno da incasso: chi non ha una casa di proprietà non ha incentivo a investire in qualcosa che non può portare con sé al prossimo trasloco. E il prossimo trasloco, in questa fascia di età, è quasi sempre previsto. L’affitto non è più una condizione temporanea in attesa del mutuo: per una quota crescente di italiani sotto i quarant’anni, è il modello abitativo normale, almeno per ora, almeno ancora.

I dati di Confcommercio sui consumi degli ultimi trent’anni rendono visibile quello che i bilanci aziendali di molti settori già segnalano: la spesa per informatica e telefoni è cresciuta di quasi il 3.000% in termini reali. I servizi culturali e ricreativi sono aumentati di oltre il 120%. La ristorazione fuori casa segna più 25,7%. In parallelo, i beni durevoli per la casa, i prodotti per l’infanzia, i settori legati alla proprietà immobiliare ristagnano o si contraggono. Non è una coincidenza: è la risposta di un mercato a un cambiamento demografico che si accumula da almeno quindici anni e che ora inizia a produrre effetti strutturali, non più congiunturali.

La casa che non si compra diventa un’economia di servizi

Il mercato immobiliare italiano non è collassato. Si è biforcato. Da un lato chi ha acquistato in periodi più favorevoli, dall’altro una generazione crescente che affitta — e che ha trasformato la locazione in qualcosa di strutturalmente diverso rispetto a ciò che era per i propri genitori. Nel 2025 sono stati stipulati in Italia oltre 1,33 milioni di nuovi contratti di affitto, un aumento del 4,4% rispetto all’anno precedente. Le proiezioni indicano canoni medi nazionali vicini ai 95 euro per metro quadro all’anno, con rincari attesi superiori al 4% per il 2026. La domanda di soluzioni flessibili — co-living, contratti a breve termine, student housing — è in espansione costante, e attira rendimenti fino al 15% annuo per chi investe in questo segmento, superando di gran lunga i ritorni degli affitti tradizionali a lungo termine.

Cosa significa questo per chi gestisce un negozio, un ristorante, un laboratorio artigianale? Significa che in molte città italiane si sta formando una fascia stabile di residenti temporanei: professionisti in mobilità, giovani che rimandano l’acquisto, lavoratori in smart working che cambiano città con più frequenza di quanto avrebbe immaginato qualsiasi urbanista degli anni Novanta. Questi residenti hanno abitudini di consumo precise e riconoscibili. Non cucinano grandi pranzi domenicali per famiglie allargate. Non hanno cantine piene. Non fanno la spesa settimanale per sei persone. Ma escono spesso, scelgono con cura, pagano per la qualità e per l’esperienza, non per la quantità. Sono clienti esigenti non perché siano ricchi, ma perché hanno meno cose a cui tenere e tengono molto a quelle che scelgono.

Dove finisce il denaro che non va nel mattone

La risposta diretta è: nelle esperienze. Ed è una risposta che i dati confermano con una coerenza difficile da ignorare, su fonti e metodologie diverse.

Il 70% degli italiani dichiara di voler uscire più spesso per socializzare. La frequenza delle cene al ristorante è salita dal 35% al 42% nel giro di un solo anno, secondo i dati Bain & Company elaborati per il Rapporto Ristorazione FIPE-Confcommercio. La Generazione Z esce mediamente tre o quattro volte al mese, con il 15% che supera le cinque uscite mensili. Il fuori casa ha smesso di essere un’eccezione o una celebrazione: per una larga fascia di giovani italiani è diventato la norma settimanale, quasi un’abitudine di base, come un tempo lo era la cena in famiglia.

Ma c’è qualcosa di più preciso da capire, al di là della semplice constatazione che i giovani vanno al ristorante. Lo stesso rapporto Bain descrive con chiarezza la linea di demarcazione che si è formata nel consumo alimentare: il pasto in casa è diventato funzionale, rapido, routinario. Il pasto fuori è esperienziale, sociale, identitario. Non si va al ristorante per mangiare, non principalmente almeno: si va per celebrare, per incontrarsi, per raccontarsi qualcosa. Il 73% degli italiani dichiara che la salute influenza le proprie scelte alimentari — percentuale più alta in Europa — e il 61% considera importanti le pratiche sostenibili nella selezione di un locale. Il 30% è disposto a pagare un sovrapprezzo per piatti biologici, a filiera corta o a base vegetale.

Per un ristorante, un bar, un locale che vende cibo e ospitalità, questo non è un segnale astratto da leggere in un rapporto. È la descrizione del cliente che si presenta sempre più spesso al tavolo: vuole sapere cosa mangia, da dove viene, e vuole che l’esperienza valga quello che paga. Non vuole un pasto abbondante a prezzo basso. Vuole un pasto autentico a prezzo onesto. La differenza non è sottile: è la distanza tra due modelli di business completamente diversi.

Il gatto come nuovo centro della spesa familiare

C’è un settore che, più di ogni altro, rivela quanto il cambiamento demografico abbia già ridisegnato i consumi italiani in modo concreto e misurabile. Ed è un settore che molte attività locali continuano a sottovalutare, trattandolo come un mercato di nicchia invece di quello che è diventato: uno dei comparti più robusti e meno sensibili alle crisi dell’intera economia italiana.

Secondo i dati NielsenIQ del settembre 2025, la pet economy italiana varrà entro la fine del 2025 circa 4,8 miliardi di euro. Una famiglia italiana su due porta a casa cibo per cani e gatti, e il pet food si colloca tra le prime categorie alimentari per valore nell’intera grande distribuzione organizzata. Confartigianato calcola che nel 2024 la spesa complessiva delle famiglie italiane per animali da compagnia — sommando cibo, veterinari, accessori e servizi — ha raggiunto 6,747 miliardi di euro. In dieci anni, l’aumento è stato del 76%, a fronte di un più 9,4% della spesa familiare complessiva. I consumi generali crescevano lentamente; quelli per gli animali cambiavano marcia.

Il dato che rende più visibile la dimensione del fenomeno è quello comparativo: gli italiani spendono 949 milioni di euro all’anno per il mantenimento di cani e gatti, contro 633 milioni destinati ai bambini. In Italia ci sono circa 65 milioni di animali domestici, contro 8 milioni di minori di 14 anni. Il 28% dei proprietari di animali dichiara che un animale può sostituire un figlio. Non è una patologia da stigmatizzare, né un dato da giudicare: è la manifestazione economica di un cambiamento nei modelli affettivi che il mercato ha intercettato con prontezza mentre molti operatori locali ancora non se n’erano accorti. L’animale domestico, per chi non ha figli o non ne vuole, tende a occupare quella funzione di cura e di attaccamento che in altri contesti spetterebbe alla genitorialità. E questa funzione si porta dietro una spesa proporzionalmente significativa, crescente, e molto poco sensibile ai momenti di contrazione economica generale.

Per chi gestisce un’attività locale che potrebbe intercettare anche solo marginalmente questo mercato — un negozio di alimentari che aggiunge una selezione di cibo per animali di qualità, un servizio di consegna a domicilio, un artigiano che lavora accessori — la domanda diventa concreta: il cliente che sta davanti a te sta spendendo per il suo animale come una volta spendeva per i suoi figli. Non vuole il prodotto più economico. Vuole quello giusto, consigliato con competenza, possibilmente premium, con attenzione reale al benessere dell’animale.

Il consumatore che non è povero ma non è ricco

C’è una contraddizione apparente al centro di questa generazione, e chiarirla è importante perché fraintenderla porta a valutazioni di mercato sbagliate, e quindi a strategie sbagliate.

Chi non ha figli e non ha un mutuo dovrebbe avere più denaro libero. In parte è così: i dati Istat 2025 mostrano che le coppie giovani senza figli hanno il rischio di povertà o esclusione sociale più basso tra tutte le tipologie familiari, fermo al 16%. Ma questa è la fotografia delle coppie stabili con doppio reddito. La realtà della maggior parte dei giovani italiani è più frammentata: contratti precari, affitti in costante crescita, redditi non proporzionati al costo della vita nelle grandi città. E poi c’è una voce di spesa che raramente entra nelle analisi dei consumi giovanili ma che pesa in modo significativo: i micro-pagamenti digitali. Abbonamenti streaming, piattaforme gaming, app per il fitness, delivery: messi insieme, questi costi possono superare i 100 euro mensili per un ventenne o un trentenne, che non li percepisce come uscite rilevanti perché nessuna singola voce è abbastanza grande da destare allarme.

Il paradosso è che questa generazione dichiara di fare fatica a risparmiare, eppure continua a spendere — selettivamente, ma con determinazione — nelle aree che sente come prioritarie. Il Deloitte Global Gen Z & Millennial Survey 2024 descrive un consumatore biforcuto: massima attenzione al prezzo nelle spese di routine, massima disponibilità a spendere su ciò che conta davvero. Per finanziare le esperienze, il 36% rinuncia all’abbigliamento e il 31% alla tecnologia. Il 79% degli italiani considera il denaro speso in esperienze “sempre o generalmente ben investito”. Questa non è irrazionalità finanziaria: è una scala di valori precisa, diversa da quella delle generazioni precedenti, ma altrettanto coerente al suo interno.

Per un’attività locale, questo ha una conseguenza diretta: la concorrenza sul prezzo da sola non basta. Il cliente giovane non cerca il più economico in assoluto: cerca il più autentico, il più coerente con quello in cui crede, il più capace di giustificare una spesa che percepisce come una scelta consapevole piuttosto che come un consumo passivo.

I segnali che arrivano dal mercato reale

Il mercato della ristorazione italiana ha superato i 96 miliardi di euro di consumi nel 2024, con una crescita dell’1,6% in termini reali rispetto all’anno precedente, e il valore aggiunto del settore si attesta a 59,3 miliardi. Numeri che crescono, ma con una struttura interna che ha cambiato forma: i consumatori escono meno in termini di visite assolute, ma quando lo fanno spendono di più. Lo scontrino medio sale, il numero complessivo di coperti scende. È una dinamica che gli imprenditori della ristorazione riconoscono immediatamente: la sala si riempie meno spesso, ma quando si riempie il cliente vuole qualcosa che valga l’uscita.

Il turismo racconta una storia in parte diversa, e per molte aree d’Italia più incoraggiante. Il 2025 ha registrato un incremento del 7% nella spesa dei turisti stranieri rispetto al 2024. Ma il dato più interessante per le attività locali non è quello dei flussi internazionali verso le grandi città: è la crescita del turismo esperienziale verso borghi, aree rurali, mete non convenzionali. L’affluenza a sagre e feste popolari è cresciuta del 63,8% nel 2024 rispetto all’anno precedente. Il profilo del turista che alimenta questo dato non è il visitatore di massa in cerca del monumento più fotografato: è il viaggiatore under 40, spesso senza figli o con figli piccoli, orientato all’autenticità, disposto a percorrere qualche chilometro in più pur di trovare qualcosa che non sia replicabile altrove e che non abbia il sapore del pacchetto preconfezionato.

Per un’attività locale in un borgo, in un’area rurale, in una piccola città con una proposta enogastronomica o artigianale riconoscibile, questo non è un segnale secondario. È la conferma che il mercato sta cercando esattamente quello che molte realtà locali offrono da sempre, ma che spesso non sanno comunicare o non valorizzano abbastanza in termini di posizionamento e di racconto.

Cosa resta da capire

Il censimento 2025 descrive un’Italia in cui solo l’11,9% della popolazione ha meno di 15 anni e il 24,7% ne ha più di 65. Le famiglie monopersonali sono il 36,2% del totale. Le coppie senza figli sono, per la prima volta, la tipologia familiare in più rapida crescita. In questo contesto, i settori costruiti sul modello famiglia-proprietà-figli continuano a perdere peso relativo: arredamento da abitazione principale, elettrodomestici premium, prodotti per l’infanzia, automobili familiari. Dall’altro lato crescono ristorazione di qualità, turismo esperienziale, pet economy, benessere personale, intrattenimento, mercato dell’usato.

Non è un paese in declino economico assoluto. È un paese in transizione demografica che riorganizza i propri consumi intorno a nuove priorità. Le attività locali che leggono questa transizione con qualche anticipo rispetto alle grandi catene — che per struttura reagiscono ai segnali di mercato più lentamente, con più inerzia, con più vincoli strategici — hanno un vantaggio reale da giocare. Non perché la situazione sia semplice: i margini si restringono, i costi crescono, il personale qualificato è difficile da trovare. Ma perché la prossimità, la riconoscibilità e la capacità di costruire un’identità precisa sono esattamente le qualità che il nuovo consumatore cerca, e che nessuna multinazionale può offrire davvero al posto loro.

Il mercato non è sparito. Ha preso un’altra forma. E capire quale forma ha preso è già, di per sé, un vantaggio competitivo.

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