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Chez Sophie, Biella: una storia d’amore, di cucina e di coraggio

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Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

Un caffè in via Italia che ha cambiato tutto

Nota Editoriale: Oggi la nostra rivista, la n.1 in Italia per ciò che riguarda la leadership, racconta la storia di Sophie Tabet e del suo ristorante, Chez Sophie, specializzato in cucina franco-mediterranea con ingredienti a chilometro zero, una delle realtà più apprezzate del territorio. Un cliente soddisfatto ci ha contattato, ci ha fatto scoprire questo gioiello e abbiamo intervistato il fondatore.

La parte bella? Si trova vicino a te, a Biella in provincia di Biella, e puoi andarci già da oggi. Noi lo consigliamo. Vedilo su Google.

Biella, un pomeriggio ordinario. Sophie Tabet è seduta a un tavolo all’aperto con il marito Marco Marangi, di passaggio in città per trovare la famiglia di lui. Sul marciapiede davanti a loro, una tavolata rumorosa di persone che ridono, si passano i piatti, alzano i bicchieri. Una scena normalissima, il tipo di scena che si consuma ogni giorno in centinaia di città italiane. Ma Sophie si gira verso Marco e gli dice qualcosa che cambierà i piani di entrambi: vuole restare lì.

Dodici anni a Montréal, tre in Libano, esperienze in Francia e nei migliori ristoranti italiani. E alla fine è una tavolata di biellesi che sorridono a convincerli a mettere radici in Piemonte. “C’è qualcosa in questa gente,” ha detto Sophie, “che mi ha fatto scattare qualcosa dentro.” Marco, che in trent’anni di carriera ha imparato a fidarsi dell’istinto — il suo e quello di sua moglie — non ha avuto molti dubbi.

Chez Sophie ha aperto a novembre del 2024, in via Palazzo di Giustizia 4, a pochi passi dal centro storico di Biella. Da fuori si vedono le vetrine illuminate, dentro una cucina a vista e pochi coperti ben distanziati. Non è un posto che cerca di impressionare a prima vista. È un posto che ti entra dentro lentamente, piatto dopo piatto, sera dopo sera.

Dal Pescatore di Canneto all’altra parte del mondo

Prima di capire cosa sia Chez Sophie oggi, bisogna raccontare come è nata — e soprattutto come si sono incontrati i due che l’hanno costruita.

Marco Marangi è cresciuto professionalmente in ambienti dove l’errore non è contemplato. Dopo la scuola alberghiera, ha lavorato in alcune delle cucine e delle sale più esigenti d’Italia: Cracco Peck a Milano, locanda Margon della famiglia Lunelli in Trentino, e poi il Dal Pescatore a Canneto sull’Oglio, la locanda della famiglia Santini che da decenni è sinonimo di eccellenza assoluta nella ristorazione italiana. Tre stelle Michelin, una clientela internazionale, una filosofia di accoglienza che pochi posti al mondo riescono a replicare. Lì Marco ha affinato qualcosa che non si insegna sui libri: quella capacità di leggere le persone, di capire cosa cercano prima ancora che lo chiedano.

“La mia curiosità si concentra sul cliente,” dice, “catturandone i desideri con un istinto inarrestabile.” Non è marketing. È la descrizione onesta di un talento costruito nel tempo, sala dopo sala, tavolo dopo tavolo.

È proprio al Dal Pescatore che Marco incontra Sophie Tabet. Lei è in cucina, lui in sala. Sophie viene dal Canada — è cresciuta a Montréal, ma le sue radici sono libanesi. Ha studiato alla scuola di Paul Bocuse a Lione, una delle istituzioni culinarie più severe e prestigiose al mondo. Quando si incontrano, hanno entrambi già una carriera solida alle spalle. Da quel momento, però, decidono di costruire qualcosa insieme.

Beirut, Montréal, e la stessa insegna su tre continenti

Il primo Chez Sophie nasce in Libano. È una scelta coraggiosa — sono gli anni in cui Beirut è diventata un laboratorio gastronomico internazionale, con grandi chef francesi che aprono le loro insegne in una città che vive un momento di straordinaria vivacità culturale. Marco e Sophie ci sono in mezzo, con il loro ristorante che porta avanti una cucina capace di tenere insieme le tecniche di Lione e i sapori del Mediterraneo orientale. Tre anni intensi, poi la decisione di spostarsi.

A Montréal aprono la seconda Chez Sophie. Il Canada è la città di Sophie, la conosce, la capisce. Il ristorante funziona, cresce, si costruisce una reputazione. Dodici anni. Una vita intera, in fondo. Due generazioni di clienti abituali, centinaia di menu stagionali scritti e riscritti, migliaia di serate. “Abbiamo avuto molto successo,” racconta Marco, con quella sobrietà di chi non ha bisogno di enfatizzare.

Poi arriva il momento in cui il successo da solo non basta più. Julia, la loro figlia, ha pochi anni. I genitori di Marco abitano a Biella. C’è voglia di rallentare, di avvicinarsi, di cambiare ritmo. Prima si spostano ad Aix-en-Provence, quasi come anno sabbatico. Poi arriva quel weekend in Piemonte, quel caffè, quella tavolata, e Sophie che si illumina.

Una cucina costruita su tre radici

Quello che Sophie porta ai fornelli di Chez Sophie Biella non è semplice da etichettare, e forse è proprio questo il punto. Le tecniche sono quelle della tradizione francese — precise, rigorose, apprese dalla scuola di Bocuse e affinate in anni di pratica. I sapori però raccontano una storia più complessa: ci sono le spezie del Libano, le influenze assorbite nei mercati di Montréal, i prodotti del Piemonte che Sophie ha cominciato a conoscere e a usare con la stessa curiosità con cui ha sempre esplorato ogni territorio in cui ha vissuto.

Il menù cambia almeno una volta alla settimana. Non per inseguire le mode, ma perché lavorare con i piccoli produttori locali — il più possibile a chilometro zero — significa adattarsi a quello che il territorio offre in quel preciso momento. “Siamo vicini ai nostri produttori,” si legge sul sito del ristorante, “sensibilizzazione, cucina eco-responsabile.” Ma al di là delle definizioni, quello che arriva nel piatto è il risultato di un rapporto diretto e quotidiano con chi coltiva, alleva, produce. È una differenza che si sente.

Chi ha mangiato da Chez Sophie negli ultimi mesi parla di cotture millimetriche, di salse “gustose e legate come si deve”, di un risotto alle ortiche e aglio orsino definito “delicato e soddisfacente”, di un salmerino cotto con una precisione che lascia il segno. Una recensione recente la chiama semplicemente “maestra di cucina.” Il Gambero Rosso, che ha dedicato un articolo all’apertura, ha scritto di “timbro personale” e di “una vera ventata di nuovo” su una piazza che ne aveva bisogno. Non sono complimenti generici. Sono il riconoscimento di una firma precisa, riconoscibile, difficile da imitare.

Noi di Saliremo ti consigliamo di assaggiare il menù degustazione stagionale di Sophie Tabet: chezsophie.it

Marco, i vini e l’arte di ascoltare

In sala c’è Marco, e la sua presenza non è un dettaglio secondario. La ristorazione di alto livello funziona quando cucina e sala parlano la stessa lingua, quando chi accoglie gli ospiti riesce a trasformare una buona cena in un’esperienza che si ricorda. Marco è bravo in questo — lo è sempre stato, e gli anni trascorsi nei migliori ristoranti italiani lo hanno reso ancora più preciso.

La carta dei vini è una delle cose che i clienti citano più spesso con entusiasmo. Marco l’ha costruita con la stessa logica con cui Sophie costruisce i suoi piatti: ricerca di qualità, attenzione al rapporto tra il prezzo e quello che si trova nel bicchiere, e soprattutto coerenza con la cucina che viene servita. “Ho una grande passione per il mondo dei vini,” racconta, “cercando sempre di proporre i migliori rapporti qualità-prezzo, locali e francesi, che si sposino bene con la cucina di Sophie.”

Quella parola — “si sposino” — è importante. I vini non sono scelti in astratto, non rispondono a una logica separata. Sono pensati in funzione dei piatti, e questo richiede una comprensione profonda di entrambi i versanti. Chi viene da Chez Sophie e si affida al consiglio di Marco raramente rimane deluso: un Chablis abbinato alla fregola al nero di seppia, segnalato da un cliente come “molto azzeccato”, è il tipo di suggerimento che non si improvvisa.

Un posto piccolo con una visione grande

Il locale è piccolo — pochi coperti, tavoli ben distanziati, cucina a vista. Non è un caso. Marco e Sophie hanno scelto deliberatamente di non cercare la dimensione, ma la qualità dell’esperienza. “Quando eccedi nel mangiare, dimentichi la buona cena,” ha spiegato Sophie. “Tutto da noi è studiato, è una cucina ricca gourmand.” La quantità giusta, la qualità massima.

L’atmosfera che si respira da Chez Sophie è quella di un posto curato in ogni dettaglio, dove l’eleganza non si traduce in distanza ma in attenzione. La cucina a vista non è solo una scelta estetica: è un atto di trasparenza, un invito a guardare mentre Sophie lavora, a capire cosa sta succedendo sul fuoco. Chi è abituato ai grandi ristoranti impersonali trova qui qualcosa di diverso — una dimensione più umana, quasi privata, in cui il rapporto con chi cucina e con chi serve non passa attraverso intermediari.

“I clienti non sono clienti ma ospiti che ci vengono a trovare,” dice Marco, “e facciamo di tutto per farli sentire come a casa, cercando di fargli dimenticare tutto il resto.” Non è una frase fatta. È una filosofia che si traduce in scelte concrete, a partire dalla dimensione del locale fino al modo in cui il personale interagisce con chi siede ai tavoli.

Biella, una scelta che non era scontata

Vale la pena soffermarsi su questo: scegliere Biella non era la mossa più ovvia. Il Gambero Rosso, nella sua recensione, ha parlato di una città “in progressivo declino economico” e “poco propensa all’alta cucina.” Marco e Sophie lo sapevano. L’hanno scelto lo stesso.

Perché il Piemonte ha qualcosa che pochi territori in Italia possono offrire: materie prime di qualità straordinaria, una rete di piccoli produttori ancora vitale, un paesaggio gastronomico che — sotto la superficie — ha molto da dire. “Biella è molto ricca di materie prime fantastiche,” spiega Marco. E Sophie, che ha passato la vita a cercare ingredienti eccellenti in posti diversi del mondo, ha trovato nel Piemonte un territorio in grado di nutrire la sua cucina.

C’è poi la storia personale: i genitori di Marco abitano a Biella, la figlia Julia — che oggi ha dieci anni — è cresciuta velocemente in una città italiana che la soddisfa, parla la lingua senza problemi, va a una scuola che adora. Dietro ogni scelta imprenditoriale c’è sempre una scelta di vita, e quella di Marco e Sophie è stata lucida, consapevole, ponderata.

Leadership in cucina: costruire qualcosa che duri

C’è una parola che torna spesso quando Marco parla del suo mestiere: coerenza. Non nel senso banale di fare sempre le stesse cose, ma in quello più profondo di restare fedeli a una visione anche quando sarebbe più comodo ammorbidirla, adattarla, smussarne gli angoli. Aprire in Libano era coraggioso. Resistere dodici anni a Montréal con lo stesso nome e la stessa filosofia richiedeva qualcosa di più del coraggio — richiedeva disciplina, la capacità di non disperdere l’energia in direzioni diverse solo perché il mercato lo avrebbe permesso.

Chez Sophie non ha mai cercato di essere tutto per tutti. È rimasto un posto piccolo, preciso, con un’identità forte. E quella scelta — che in alcuni momenti della storia del ristorante avrà significato rinunciare a tavoli, a coperture, forse a qualche opportunità di crescita rapida — è esattamente quello che ha permesso al progetto di arrivare fin qui, solido e riconoscibile, capace di ricominciare da capo in una città nuova senza perdere nulla di se stesso.

Marco gestisce la sala, seleziona i vini, accoglie gli ospiti. Sophie gestisce la cucina, i fornitori, i menu settimanali. Sono due ruoli distinti che dialogano costantemente. Non è una divisione del lavoro per comodità — è la struttura che ha permesso a entrambi di fare al meglio quello in cui sono eccellenti, senza sovrapporsi e senza sprecare energie. In questo c’è anche una lezione di gestione che va ben al di là della ristorazione.

Quello che si porta via da una cena da Chez Sophie

Parlare con chi è stato da Chez Sophie — nelle recensioni, nelle conversazioni, nelle testimonianze che circolano tra chi ha scoperto il ristorante — restituisce un’immagine molto coerente. Non si tratta solo di cibo buono. Si tratta di un’esperienza che lascia qualcosa: la memoria di un piatto preciso, il ricordo di un abbinamento inaspettato, la sensazione di essere stati davvero accolti e non solo serviti.

“Da parecchio tempo volevo provare Chez Sophie e posso dire senza esitazioni che è stata una delle cene più buone della mia vita,” scrive un cliente su Tripadvisor. Un altro parla di “un crescendo assoluto, dall’antipasto al dolce.” Chi ha festeggiato un compleanno importante lì dice che il posto era “in tutte le sue forme all’altezza dell’occasione.” Sono giudizi diversi, scritti da persone diverse in momenti diversi, ma convergono verso lo stesso punto: Chez Sophie fa quello che i grandi ristoranti sanno fare — trasforma una serata in un ricordo.

Marco lo dice in modo semplice, quasi disarmante: “Credo fermamente nel potere del buon cibo come ponte tra le persone e come strumento per creare ricordi indimenticabili.” Non c’è retorica in quella frase. C’è la sintesi di una carriera e di una scelta di vita.


Se siete a Biella — o se avete un motivo qualunque per passarci — Chez Sophie è il tipo di posto che vale un viaggio. Il ristorante si trova in via Palazzo di Giustizia 4, nel centro storico della città. Per scoprire il menù della settimana, prenotare un tavolo o semplicemente farsi un’idea di quello che vi aspetta, il punto di partenza è il sito ufficiale: chezsophie.it. Una cucina costruita su tre continenti, due vite, e una tavolata di biellesi che ridevano — e che senza saperlo hanno convinto due grandi professionisti a fermarsi qui.

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