A Monteriggioni, un castello dell’anno Mille è diventato un wine resort senza smettere di essere una fattoria. Mauro racconta quarant’anni di trasformazioni e la regola che le ha guidate tutte
Il castello che si vede solo all’ultima curva
La Strada di Strove, quella che unisce Monteriggioni a San Gimignano, non concede scorciatoie e nemmeno anticipazioni. Si sale, si scende, si costeggiano vigne e macchie di bosco, e per un buon tratto si ha la sensazione di essere finiti in una campagna che non ha nulla da mostrare a nessuno. Poi arriva la curva giusta e compare Castel Pietraio: un castello che risale all’anno 1000, il borgo che gli è cresciuto intorno nel Seicento, e attorno centocinquantatré ettari di proprietà fatti di vigneti, oliveti, seminativi e bosco.
Qualche centinaio di metri più in là passa la Via Francigena, nel tratto che collega San Gimignano a Monteriggioni. Chi la percorre a piedi, con lo zaino e il passaporto del pellegrino nel taschino, transita accanto alla tenuta senza sapere che dentro quelle mura si produce vino e olio biologico da decenni.
Al numero 33 della Strada di Strove, comunque, la porta è aperta. E chi la apre da quarant’anni è Mauro, che di Castel Pietraio parla senza alzare mai il tono, con la precisione di chi ha imparato che le cose importanti si dicono una volta sola.
«Ci troviamo sulle dolci colline senesi, nel cuore della Toscana storica ed artistica, con i nostri campi, vigne e oliveti e boschi, accarezzati dalla via Francigena nel tratto San Gimignano – Monteriggioni», racconta. E subito dopo mette in chiaro qual è, secondo lui, l’elemento che distingue questo posto da tanti altri: «Quello che ci rende speciali, credo, sia proprio questo equilibrio tra ospitalità e agricoltura. Castel Pietraio non è semplicemente un luogo dove soggiornare: è una realtà viva, dove produciamo il nostro vino e il nostro olio in maniera biologica e dove cerchiamo di far conoscere agli ospiti il territorio attraverso i suoi sapori, i suoi paesaggi e la sua storia».
Quando dalle campagne si andava via
C’è un errore prospettico in cui è facile cadere guardando oggi la Toscana del vino e dell’ospitalità, con le sue liste d’attesa e i suoi prezzi. Si dà per scontato che sia sempre stata così. Non lo era affatto quando Mauro ha cominciato.
«Il mio percorso a Castel Pietraio è iniziato negli anni ’80, quando ho cominciato ad occuparmene affiancando mio padre, in un momento particolarmente difficile per il mondo agricolo», dice. «La grande crisi occupazionale aveva portato molti lavoratori a lasciare le campagne per cercare lavoro nelle città e nelle industrie, e questo esodo stava cambiando profondamente il volto del territorio».
Chi ha memoria di quegli anni sa cosa significasse, materialmente. Case coloniche che si svuotavano una dopo l’altra, stalle senza più animali, annessi agricoli che diventavano scatole vuote, con i tetti da rifare e nessuna ragione economica per rifarli. In molte aziende del centro Italia la reazione fu chiudere le imposte e lasciar passare la stagione, in attesa che qualcosa cambiasse da solo.
A Castel Pietraio la lessero al contrario. «In quegli anni abbiamo iniziato a guardare a questa trasformazione anche come a un’opportunità», spiega Mauro. «Una parte degli immobili storici rimasti liberi e inutilizzati è stata progressivamente recuperata e trasformata in una proposta di ospitalità turistica. L’obiettivo era quello di dare nuova vita a questi spazi e, allo stesso tempo, far conoscere a chi arrivava da fuori una parte delle colline senesi ancora autentica, con la sua storia, i suoi paesaggi e i suoi prodotti».
Va sottolineato quanto fosse azzardata, allora, una scelta simile. L’ospitalità rurale in Italia era ancora una nicchia dai contorni incerti, senza i canali di prenotazione che oggi diamo per scontati, senza recensioni online, senza un pubblico già formato. Bisognava investire su edifici storici costosi da recuperare e poi sperare che qualcuno, da qualche parte in Europa, avesse voglia di venire a dormire in mezzo a una vigna senese. Trentacinque anni dopo, quella missione è ancora la stessa: far vivere agli ospiti una vacanza dentro la storia, in un castello dell’anno Mille o nel suo borgo seicentesco.
Una scuola senza aule
Al capitolo formazione, Mauro non ha titoli da esibire e non fa nulla per nasconderlo.
«Mi considero sicuramente una persona orientata alla crescita, anche se il mio percorso di formazione è stato soprattutto un percorso sul campo. Ho imparato facendo, osservando, ascoltando le persone e cercando di capire come cambiano il mercato, il turismo e le esigenze degli ospiti».
Il mestiere che si è costruito è, in realtà, la somma di almeno tre mestieri diversi che non vanno quasi mai d’accordo tra loro sul calendario. La vendemmia arriva quando le camere sono piene. La raccolta delle olive cade nel mese in cui bisogna già ragionare sulla stagione successiva. Le manutenzioni degli edifici storici si incastrano nei pochi periodi in cui la tenuta respira. «Mi sono confrontato con l’ospitalità, con l’agricoltura, con la produzione del vino e dell’olio e con tutte le difficoltà che comporta portare avanti un’attività profondamente legata alla terra e al territorio», racconta. «Ci sono stati momenti difficili, investimenti e scelte importanti, ma anche la necessità di cambiare e di adattarsi continuamente senza perdere la propria identità».
La formula che usa per riassumere tutto questo è di quelle che si sentono spesso nelle aziende agricole ben tenute, e quasi mai negli uffici: «Credo che in un’attività come la nostra non si finisca mai di imparare: ogni stagione, ogni ospite e ogni difficoltà possono insegnarti qualcosa».
Quattordici ettari e quello che ci cresce sopra
Il vigneto abbraccia la tenuta per quattordici ettari, e da lì esce una gamma che racconta con precisione questo lembo di Chianti Colli Senesi: il Chianti Colli Senesi, la sua Riserva, un Merlot, uno Chardonnay, e poi il Vin Santo, che in Toscana è sempre un po’ una dichiarazione d’intenti — nessuno lo produce per fretta o per convenienza. Accanto al vino c’è l’olio extravergine, anche questo da agricoltura biologica.
Gli ospiti li incontrano nel modo più semplice: al bar, oppure a bordo della piscina all’aperto, con le colline davanti. Chi vuole andare più a fondo scende in cantina, dove la degustazione guidata comprende gli ambienti storici e il racconto del castello, e dove i vini si possono accompagnare con taglieri di salumi e formaggi del territorio.
È il punto in cui i due mestieri della tenuta smettono di essere separati. Chi la sera dorme nel borgo del Seicento, nel pomeriggio ha camminato tra i filari che hanno prodotto quello che gli è stato versato nel bicchiere. Non capita spesso, nemmeno in Toscana, che la distanza tra la vigna e il tavolo si misuri in minuti a piedi.
Chi bussa alla porta, oggi
Tra tutti i cambiamenti che ha visto passare, ce n’è uno che Mauro racconta con una soddisfazione evidente, e che chi lavora nel turismo sa leggere per quello che vale davvero.
«All’inizio arrivavano soprattutto turisti tedeschi, inglesi, belgi e olandesi, affascinati dalla Toscana e desiderosi di conoscere una realtà diversa dai percorsi più conosciuti», ricorda. Poi qualcosa si è mosso. «Oggi, con grande piacere, vediamo crescere sempre di più anche il turismo italiano: sono sempre più numerosi gli italiani che scelgono di venire qui alla ricerca di quello che questo magnifico territorio può offrire, dalla bellezza del paesaggio alla cultura, dall’enogastronomia all’esperienza di vivere la campagna».
Il pubblico italiano è il più difficile da conquistare, in una regione come questa, perché conosce la materia e non si lascia impressionare dalla cartolina. «Questo per me è motivo di grande orgoglio, perché significa che ciò che abbiamo cercato di custodire e valorizzare per tanti anni riesce ancora a emozionare, e non soltanto chi viene da lontano, ma anche chi questo Paese lo conosce e lo vuole riscoprire».
Il mestiere di cambiare le cose piano
Il tema che Mauro ha voluto mettere al centro di questa intervista lo aveva indicato lui stesso, prima ancora di iniziare: come si trasforma un luogo nel tempo senza stravolgerne l’essenza. È la domanda che si è portato dietro per quarant’anni.
«Negli anni sono cambiate profondamente le modalità di viaggiare, le aspettative degli ospiti, la comunicazione e il modo di vivere l’ospitalità», osserva. «Abbiamo dovuto imparare a rinnovarci continuamente, investendo e facendo scelte anche difficili, ma sempre cercando di mantenere al centro il carattere del luogo e il rapporto con la terra».
Il suo consiglio, per chi si trova a gestire un’attività radicata in un territorio, ha due lati e li tiene insieme entrambi: «Non avere paura dei cambiamenti, ma nemmeno inseguire ogni novità. Bisogna capire cosa cambia e, allo stesso tempo, sapere molto bene chi si è e cosa si vuole rappresentare. La vera forza di un’attività, secondo me, sta nel riuscire a innovare senza perdere la propria autenticità».
Chiunque abbia visto una struttura ricettiva rincorrere ogni tendenza — il ristorante fusion, l’arredo che dura una stagione, il format copiato da qualcun altro — sa quanto sia faticoso applicare davvero questa regola quando sembra che tutti intorno stiano correndo più veloce. Mauro l’ha applicata per quattro decenni, e i risultati si vedono nel fatto che Castel Pietraio è ancora riconoscibile a se stesso.
Comandare poco, ascoltare molto
Su un magazine che si occupa di leadership, la sua definizione di comando merita di essere riportata così com’è stata detta, senza glosse.
«La mia idea di leadership è abbastanza semplice: non credo molto nel comandare, credo piuttosto nel dare l’esempio, nel prendersi le responsabilità e nel saper ascoltare. Quando lavori in un’attività familiare e legata al territorio, devi avere la capacità di guardare lontano, ma anche la pazienza di costruire nel tempo. Non tutto può essere misurato nell’immediato».
Quest’ultima frase è la più fuori moda di tutta l’intervista, e forse per questo la più interessante. Il settore dell’ospitalità ha imparato a leggersi attraverso metriche a breve raggio: tasso di occupazione, tariffa media, punteggio sui portali, andamento settimanale delle prenotazioni. Sono strumenti utili, ma non dicono nulla su un vigneto che entra a regime dopo anni, su un tetto rifatto che si ripaga in un decennio, su una clientela che torna perché si è affezionata a un posto e ai suoi proprietari. Mauro rivendica il diritto di lavorare anche su quella scala temporale lì.
Gli occhi di chi arriva per la prima volta
C’è un’ultima cosa che tiene a dire, e riguarda lo sguardo con cui si guarda il proprio lavoro dopo tanti anni.
«Non bisogna mai smettere di essere curiosi. Anche dopo tanti anni di esperienza, bisogna continuare a guardare il mondo con gli occhi di chi arriva per la prima volta. È questo che permette di capire cosa può essere migliorato e, soprattutto, di continuare a trovare entusiasmo nel proprio lavoro».
Quella curiosità si legge nella proposta della tenuta, che si è allargata bene oltre la camera con vista. C’è la cooking class in cui si impara a tirare la pasta fresca a mano, a preparare antipasti e dolci della tradizione con ingredienti stagionali, e a fine lezione ci si siede a tavola a mangiare quello che si è fatto. Ci sono biciclette ed e-bike, organizzate con partner del posto, per attraversare strade bianche e borghi medievali senza rimettersi in auto. C’è una stanza dedicata ai massaggi, con trattamenti rilassanti, decontratturanti o personalizzati, pensata per chi torna dopo una giornata di cammino. Ci sono i sentieri nel bosco e le gite a cavallo. E ci sono i matrimoni, che nel castello e nei suoi spazi esterni trovano una scenografia che nessun allestimento riesce a costruire da zero.
Quello che le persone cercano davvero
Alla domanda su cosa sia cambiato nella testa di chi viaggia, Mauro risponde parlando di desideri, non di servizi.
«Credo che oggi ci sia un grande desiderio di autenticità. Le persone non cercano soltanto un posto bello dove soggiornare, ma cercano esperienze, relazioni, sapori, paesaggi e storie vere. Ed è proprio questo che cerchiamo di offrire a Castel Pietraio: la possibilità di fermarsi per qualche giorno e conoscere un territorio attraverso ciò che siamo e ciò che produciamo».
Dietro c’è un’idea di accoglienza che ha molto a che fare con la sua storia personale. «Per me, ospitare significa soprattutto condividere un luogo che mi ha cresciuto fin da bambino», dice. «Vorrei che chi arriva a Castel Pietraio non si sentisse semplicemente un cliente, ma per qualche giorno parte della nostra casa, della nostra campagna e di questo straordinario angolo di Toscana».
E c’è, in chiusura, una frase che rimette tutto in prospettiva. «Castel Pietraio, per me, non è semplicemente un’attività. È un luogo che ho visto cambiare nel corso degli anni, che ho contribuito a trasformare e che continuo a sentire profondamente legato alla mia storia e a quella della mia famiglia. Quando ho iniziato ad affiancare mio padre negli anni ’80, non avrei potuto immaginare quanto sarebbe cambiato il mondo dell’ospitalità e quanto sarebbe stato importante imparare a guardare avanti senza dimenticare da dove eravamo partiti».
Un indirizzo, per chi vuole vederlo di persona
Quarant’anni dopo quegli anni Ottanta in cui le campagne si svuotavano, Castel Pietraio è un wine resort che accoglie ospiti da mezza Europa e, sempre di più, dall’Italia. Ma resta anche quello che era: un’azienda agricola che pota, vendemmia, raccoglie le olive e imbottiglia, con un uomo che la conosce da quando era bambino e continua a guardarla con curiosità.
Chi volesse verificarlo di persona trova Castel Pietraio Wineresort in Strada di Strove 33, a Monteriggioni, in provincia di Siena, a pochi chilometri dal tratto senese della Via Francigena. Sul sito www.castelpietraio.it si possono vedere le camere e gli appartamenti ricavati nel castello e nel borgo, conoscere le degustazioni in cantina e le altre esperienze in tenuta, e prenotare direttamente al miglior prezzo garantito, senza intermediari; per informazioni e richieste si può scrivere a info@castelpietraio.it.
Che ci si arrivi a piedi con lo zaino in spalla, in bicicletta tra i vigneti o semplicemente in cerca di qualche giorno lontano dal rumore, il consiglio è di prendersi il tempo di farsi raccontare il posto da chi lo vive. Mille anni di storia meritano più di una notte, e il bicchiere di Chianti Colli Senesi che arriva alla fine della visita in cantina sa di terra che si vede dalla finestra.

