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A Terracina, settant’anni di Capannina: la storia di Emanuele Panici

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Lorenzo Dalmasso
Lorenzo Dalmasso
Educatore e consulente in leadership, con un focus sullo sviluppo personale e professionale.

Il ristorante più vecchio della città non ha una sola età

A Terracina, se chiedi a qualcuno da quanto tempo esiste La Capannina, difficilmente ti sa rispondere con precisione. Sanno che c’era prima di loro, che c’erano i loro genitori da giovani, forse i nonni. Settant’anni sono tanti, in un settore dove la maggior parte delle attività non arriva a vederne dieci. Ma la cosa che colpisce di più, parlando con Emanuele Panici, patron del locale da ventisei anni, non è tanto il numero in sé quanto la naturalezza con cui lo racconta, come se fosse scontato che un ristorante di famiglia debba durare così a lungo. Per lui, in fondo, lo è: la sua famiglia fa ristorazione da quattro generazioni, e lui ha preso in mano l’attività a soli ventiquattro anni, un’età alla quale la maggior parte delle persone sta ancora decidendo cosa fare della propria vita.

“Sono figlio d’arte,” dice senza troppi giri di parole, quasi a voler liquidare in fretta una domanda a cui pensa di aver già risposto con i fatti, più che con le dichiarazioni. Ed è proprio questo approccio pratico, poco incline alla retorica, a rendere interessante il racconto de La Capannina: un’azienda che ha settant’anni di storia ma che continua a lavorare, a cambiare, a rispondere ai bisogni concreti di chi la frequenta ogni sera.

Quattro spazi, quattro modi di vivere il mare

Chi arriva a La Capannina per la prima volta fatica a inquadrarla in una sola categoria, e non è un caso: il locale è organizzato in quattro ambienti distinti, ciascuno con una funzione precisa. Il Salone di Giove è pensato principalmente per i matrimoni, gli eventi più impegnativi in termini di numeri e di organizzazione. La Sala di Venere, più contenuta, accoglie comunioni, battesimi, cresime e compleanni: le ricorrenze familiari che a Terracina, come in tutto il basso Lazio, restano un momento sociale importante.

Poi ci sono due spazi pensati per un pubblico diverso, meno legato alle cerimonie e più orientato al piacere quotidiano di una cena fuori. Il Portico vista Luna guarda su un giardino che scende fino alla spiaggia bianca di Levante, ed è qui che si tengono i pranzi e le cene alla carta. Emanuele racconta un dettaglio che dice molto di come pensa l’esperienza del cliente: “Quando la luna sorge dal mare si crea un’atmosfera suggestiva.” È una descrizione che si verifica davvero, in certe sere, quando la luna piena si alza sopra l’acqua proprio di fronte ai tavoli.

Infine c’è la Terrazza Fronte Mare, completamente all’aperto, attiva da aprile a settembre con cene spettacolo, ingresso serale anche dopo cena e le tante serate di piano bar che scandiscono l’estate lungo questo tratto di costa. È lo spazio più giovane nello spirito, quello che permette a La Capannina di parlare anche a chi cerca una serata diversa da una cena tradizionale.

Da lavapiatti, anzi da cameriere fin da giovanissimo: crescere dentro il mestiere

Diversamente da tante storie di ristoratori che raccontano un ingresso casuale nel settore, quella di Emanuele è la continuazione naturale di un mestiere di famiglia. Non ci sono svolte improvvise, non c’è un momento in cui ha “scoperto” la ristorazione: c’era già dentro, per storia familiare, quando a ventiquattro anni ha preso in mano le redini de La Capannina. Quello che colpisce è piuttosto il fatto che, ventisei anni dopo, continui a definirsi in prima linea tanto quanto il primo giorno.

Dal 2000 in avanti, spiega, l’attività “è stata un continuo evolversi.” È un dettaglio importante, perché racconta una gestione che non si è mai fermata a godersi la rendita di un nome storico. Chi eredita un locale con settant’anni di storia potrebbe limitarsi a mantenerlo uguale a sé stesso, contando sull’affezione dei clienti abituali. Emanuele ha scelto la strada opposta, più faticosa: continuare a investire, ad aggiornare gli spazi, a formarsi.

Il Covid, e la sfida più difficile che viene dopo

Alla domanda sulle difficoltà attraversate in questi ventisei anni, la risposta di Emanuele è asciutta e priva di vittimismo: “Non posso dire di aver avuto particolari difficoltà, il Covid inevitabilmente ci ha fermato.” Un modo di raccontare la pandemia — come un evento eccezionale, subìto da tutti allo stesso modo, e non come una crisi specifica della sua attività — che dice qualcosa sulla solidità di ciò che era stato costruito prima.

Oggi però la sfida più concreta arriva da un fronte diverso, meno eclatante ma più logorante nel tempo: trovare personale professionale. È un problema comune a tutta la ristorazione italiana, ma a La Capannina si sente in modo particolare, perché gestire quattro ambienti diversi, con eventi che vanno dal matrimonio da centinaia di invitati alla cena romantica per due, richiede una squadra ampia e competente. Emanuele risponde a questa difficoltà con il lavoro quotidiano fianco a fianco con la madre, chef di cucina de La Capannina: “Con tanto spirito di sacrificio, dedicandoci dalla mattina alla sera, abbiamo raggiunto ottimi risultati.” Non è un dettaglio da poco che, dopo ventisei anni, sia ancora lei ai fornelli e lui in sala e in ufficio a coordinare tutto: un rapporto di lavoro che dura da una vita intera, prima ancora che un’organizzazione aziendale.

Investire ogni anno, anche quando le cose vanno bene

C’è un punto su cui Emanuele torna più volte, quasi senza rendersene conto, ed è la formazione continua. “I mercati sono in continua evoluzione,” dice, “anche se nel nostro territorio resiste forte la cultura delle cerimonie.” È un’osservazione che nasconde una lettura piuttosto lucida del proprio mercato: da un lato una domanda tradizionale, quella dei matrimoni e delle feste religiose, che a Terracina non accenna a diminuire; dall’altro un gusto generale che cambia, si aggiorna, chiede novità.

Per stare dentro entrambe le cose, La Capannina fa “ogni anno corsi di aggiornamento” e investe nel miglioramento del design degli ambienti — non un restyling una tantum, ma un lavoro costante, stagione dopo stagione. È lo stesso principio che ha portato, negli anni, alla nascita della Terrazza Fronte Mare con le sue cene spettacolo: un’aggiunta pensata per intercettare un pubblico che magari non avrebbe scelto La Capannina per un matrimonio, ma che può scoprirla per una serata d’estate con musica dal vivo.

Questo tipo di investimento richiede anche un certo coraggio economico, perché aggiornare quattro ambienti diversi, con arredi, illuminazione e allestimenti pensati per occasioni molto distanti tra loro, significa moltiplicare per quattro ogni scelta di design. Eppure è proprio questa scelta di non accontentarsi di un unico format a spiegare perché La Capannina riesca a riempire il calendario dodici mesi l’anno, alternando matrimoni nei fine settimana primaverili, cerimonie religiose durante l’anno scolastico e serate estive che vanno ben oltre l’orario di una cena tradizionale.

“Sono il primo ad abbracciare la fatica”

C’è un passaggio dell’intervista in cui Emanuele smette di parlare de La Capannina in termini organizzativi e si concede una riflessione più personale, quasi autobiografica. Parla dei nonni, che hanno vissuto la seconda guerra mondiale e si sono ricostruiti una vita “con tanti sacrifici”, e usa proprio quella storia come metro di paragone per sé stesso: “Nonostante la posizione agiata e molti risparmi messi da parte, sono il primo ad abbracciare la fatica.” È una frase che pesa di più se si considera chi la pronuncia: un imprenditore che, dopo ventisei anni alla guida di un’attività storica, potrebbe permettersi di delegare tutto e limitarsi a controllare i conti da lontano. Non lo fa, e lo dice apertamente, quasi a rivendicarlo come un valore.

Da qui parte anche una considerazione più ampia, che va oltre i confini de La Capannina: “I giovani di oggi, soprattutto italiani, sono poco propensi al sacrificio, soprattutto i maschi. Di questo passo l’Italia non crea più risparmi e ricchezza, cosa che cinquant’anni fa era all’ordine del giorno.” Sono parole dirette, forse scomode per qualcuno, ma che nascono da un’esperienza concreta: quella di chi ogni giorno fatica a trovare collaboratori disposti a mettere nel lavoro lo stesso impegno che la sua famiglia ha messo per quattro generazioni consecutive. È l’osservazione quotidiana di chi gestisce un ristorante e vede, turno dopo turno, chi si presenta a lavorare e chi no.

Settant’anni senza fermarsi mai

Ripercorrendo la storia de La Capannina, si nota una costante che attraversa tutte le generazioni che si sono succedute alla guida del locale: la capacità di restare fedeli a un’identità precisa senza mai smettere di aggiornarla. Sono in pochi a riuscirci per un tempo così lungo. Alcuni ristoranti restano identici a sé stessi per decenni e finiscono per sembrare fermi nel tempo; altri rincorrono ogni moda e perdono per strada quello che li rendeva riconoscibili. La Capannina ha scelto una via più lenta e più solida: cambiare quello che andava cambiato, tenendo fermo il resto.

Il fatto che oggi possa contare su quattro spazi così diversi tra loro — un salone per i matrimoni, una sala per le cerimonie familiari, un portico per le cene romantiche, una terrazza per le serate d’estate — è la somma di scelte fatte una alla volta, negli anni, sempre nella stessa direzione, più che il risultato di un piano scritto a tavolino vent’anni fa. È così che si arriva a settant’anni: tante piccole decisioni prese sul campo, spesso sotto pressione, quasi sempre nella direzione giusta.

Una guida costruita in cucina e in sala, non nei manuali

Parlando con Emanuele si capisce presto che la sua idea di guidare un’impresa non ha molto a che vedere con la teoria manageriale che si legge nei libri. Non ci sono slogan, non ci sono formule ripetute a memoria. C’è una madre che, dopo tanti anni, continua a lavorare in cucina fianco a fianco con il figlio. C’è un uomo che, ventisei anni dopo aver iniziato a ventiquattro, si descrive ancora come il primo a rimboccarsi le maniche quando la stagione si fa dura.

È una lezione che vale al di là della ristorazione: la credibilità di chi guida un’attività si misura da quanto è disposto a fare in prima persona nei momenti difficili, che si tratti di una pandemia globale o della fatica quotidiana di trovare personale qualificato. È lo stesso principio che ha guidato i nonni di Emanuele nel dopoguerra, e che è arrivato fino a lui attraverso tre generazioni di ristoratori.

Un’eredità che continua a muoversi

Guardando avanti, La Capannina si presenta con basi solide per continuare a scrivere la propria storia oltre i settant’anni appena raggiunti. Un’identità chiara, quattro ambienti capaci di rispondere a occasioni molto diverse, una famiglia che continua a investire in formazione e negli spazi, e una filosofia del lavoro fondata sulla presenza costante più che sulla delega. È un modello faticoso da mantenere nel tempo, ma è quello che ha permesso a questo ristorante di attraversare guerre, ricostruzioni, boom economici e crisi restando sempre un punto di riferimento per Terracina.

Non capita spesso che un’attività di famiglia arrivi a settant’anni mantenendo la stessa energia del primo giorno. La Capannina ci è riuscita, e continua a farlo, grazie a persone come Emanuele Panici, che per primo si mette al lavoro ogni mattina, esattamente come faceva a ventiquattro anni.

Quello che resta, alla fine di questa conversazione, è l’immagine di un’azienda familiare che non ha mai smesso di lavorare come il primo giorno: gli stessi orari lunghi, la stessa presenza costante, lo stesso rapporto diretto tra chi cucina e chi accoglie i clienti in sala. Settant’anni non hanno cambiato questo aspetto, e forse è proprio per questo che il locale continua a essere un punto fermo per tante famiglie di Terracina, che qui hanno festeggiato matrimoni, comunioni e compleanni per più di una generazione.

Un invito a scoprire La Capannina

La storia di Emanuele Panici e de La Capannina è, prima di tutto, un invito a rallentare e a riscoprire il valore di ciò che si costruisce con costanza, generazione dopo generazione. Se capita di passare per Terracina, vale la pena scegliere un pranzo alla carta sul Portico vista Luna con la brezza del mare di Levante, oppure una cena spettacolo sulla Terrazza Fronte Mare in una sera d’estate, o ancora celebrare un’occasione importante nel Salone di Giove o nella Sala di Venere. La Capannina accoglie ogni occasione con la stessa cura che porta avanti da settant’anni.

Per scoprire tutti gli ambienti del locale, gli eventi in programma e le proposte per la stagione, la cosa migliore è mettersi in contatto direttamente con il ristorante e lasciarsi guidare da chi, ogni giorno, continua a scrivere un nuovo capitolo di questa lunga storia di famiglia affacciata sul mare di Terracina.

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