Mentre l’attenzione mediatica si concentra su inflazione e tassi d’interesse, un cambiamento strutturale sta ridisegnando gli equilibri economici mondiali. Il blocco BRICS rappresenta oggi il 40% del PIL globale e controlla il 72% delle riserve mondiali di terre rare. Per le piccole e medie imprese italiane, questo non è un tema da summit internazionali: è una questione che impatterà sui costi delle materie prime, sulla stabilità dei cambi e sulle opportunità di export nei prossimi cinque anni.
I dati raccolti negli ultimi dodici mesi rivelano una dinamica che va oltre le dichiarazioni ufficiali. Analizzando i bilanci della New Development Bank, i flussi commerciali in valute locali e le politiche tariffarie annunciate dall’amministrazione Trump, emerge un quadro preciso: il sistema economico globale sta sviluppando un’infrastruttura parallela a quella occidentale. Non si tratta di fantapolitica o previsioni azzardate, ma di processi già in atto che modificheranno concretamente il contesto operativo delle imprese italiane.
L’espansione che nessuno racconta davvero
Il primo gennaio 2025, l’Indonesia è diventata membro effettivo dei BRICS. Quattro mesi dopo, otto paesi hanno ricevuto lo status di partner: Bielorussia, Bolivia, Cuba, Kazakistan, Malesia, Thailandia, Uganda e Uzbekistan. L’allargamento porta il blocco a rappresentare il 45% della popolazione mondiale. Questi non sono numeri per economisti: sono mercati concreti che stanno riorientando le proprie relazioni commerciali.
La New Development Bank, guidata dall’ex presidente brasiliana Dilma Rousseff, ha approvato alla fine del 2024 progetti per 39 miliardi di dollari. Il 25% del portafoglio prestiti è già denominato in valute locali, con l’obiettivo del 30% entro il 2026. Parallelamente, il 50% del commercio interno ai BRICS avviene già senza passare dal dollaro, percentuale che dovrebbe superare il 60% nel prossimo anno.
Per un’azienda italiana che importa componenti elettronici dalla Cina o esporta macchinari in Brasile, questo significa una cosa molto concreta: la necessità di gestire transazioni in yuan, rupie o real brasiliani diventerà sempre più frequente. Le banche italiane stanno già adeguando i loro servizi, ma molte PMI non hanno ancora compreso l’urgenza di dotarsi di strumenti per la gestione multivaluta.
Il paradosso delle minacce tariffarie
Donald Trump ha annunciato dazi al 100% per i paesi BRICS che procederanno verso la creazione di una valuta alternativa al dollaro. A luglio 2025 ha aggiunto la promessa di tariffe addizionali del 10% per chi adotta politiche contrarie agli interessi americani. La reazione è stata controintuitiva: invece di frenare il processo, queste minacce lo hanno accelerato.
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato che l’uso della forza economica per obbligare i paesi a utilizzare il dollaro rafforza la tendenza verso le monete nazionali. Il presidente brasiliano Lula ha convocato un summit straordinario via video per coordinare una risposta collettiva. L’effetto pratico è stato un aumento delle transazioni bilaterali in valute locali: secondo dati del Ministero del Commercio cinese, nel primo trimestre 2025 il 38% degli scambi tra Cina e paesi BRICS è avvenuto in yuan, contro il 24% dell’anno precedente.
Per le imprese italiane questo crea un doppio scenario di rischio. Da un lato, l’eventuale imposizione di dazi americani sui prodotti provenienti da paesi BRICS potrebbe rendere meno competitive le forniture da questi mercati. Dall’altro, la progressiva dedollarizzazione aumenta la volatilità dei cambi e complica la pianificazione finanziaria. Un produttore di Bergamo che acquista tessuti dall’India e rivende negli Stati Uniti si trova stretto tra due fuochi: costi in rupie sempre più scollegati dal dollaro e possibili dazi americani sulle importazioni indiane.
La leva delle materie prime strategiche
I BRICS controllano risorse che l’Occidente non può facilmente sostituire. Il 72% delle terre rare mondiali, il 50% del nichel per batterie elettriche, il 40% del petrolio globale. Più del 50% della produzione mondiale di alimenti. Non sono numeri da convegno: sono leve concrete di potere economico.
La Russia, dopo l’esclusione dal mercato dei lingotti di Londra nel 2022, ha reindirizzato il commercio di metalli attraverso canali supervisionati dalla Banca Popolare Cinese, utilizzando lo yuan digitale. L’Arabia Saudita, pur non avendo ancora formalizzato l’adesione ai BRICS, ha iniziato ad accettare pagamenti in yuan per parte delle sue esportazioni di petrolio. Gli Emirati Arabi Uniti, membro effettivo dal 2024, stanno sviluppando Dubai come hub per il trading di oro denominato in valute diverse dal dollaro.
Per un’azienda manifatturiera italiana questo si traduce in una complessità operativa crescente. Se i fornitori di materie prime iniziano a quotare i prezzi in yuan o rupie invece che in dollari, la gestione del rischio di cambio diventa più articolata. Una fonderia lombarda che acquista nichel dalla Russia o dall’Indonesia deve oggi considerare non solo il prezzo della materia prima, ma anche il corridoio valutario attraverso cui avviene la transazione.
Il sistema finanziario parallelo che sta prendendo forma
La New Development Bank non è solo un’alternativa simbolica a FMI e Banca Mondiale. Con 35.000 miliardi di dollari in prestiti approvati per infrastrutture, opera secondo logiche diverse: nessuna condizionalità politica, il 40% dei finanziamenti dedicato a progetti sostenibili, governance condivisa tra i membri. L’Indonesia, dopo l’adesione di marzo 2025, ha già presentato 77 progetti per finanziamento.
Parallelamente si sta sviluppando l’infrastruttura di pagamento BRICS Bridge e BRICS Pay, sistemi che permettono transazioni dirette tra banche centrali senza passare dal circuito SWIFT. Non sono ancora operativi su larga scala, ma i test piloti condotti nel 2024 tra Russia, Cina ed Emirati hanno dimostrato la fattibilità tecnica.
Per le banche italiane e per le imprese che operano con questi paesi, questo significa prepararsi a interfacciarsi con sistemi di pagamento nuovi. Una media impresa emiliana che esporta in Brasile potrebbe trovarsi a dover accettare pagamenti tramite BRICS Pay se il cliente brasiliano ottiene condizioni migliori usando questo sistema invece di SWIFT. La domanda non è se questi strumenti sostituiranno completamente il sistema occidentale, ma quanto spazio di mercato conquisteranno nei prossimi anni.
Le contraddizioni interne che frenano il blocco
I BRICS non sono un monolite. India e Cina mantengono tensioni territoriali irrisolte. Egitto ed Etiopia hanno dispute sul controllo del Nilo. Iran e Arabia Saudita, pur avendo normalizzato le relazioni diplomatiche nel 2023, restano competitor regionali. Il gruppo include democrazie come India e Brasile accanto a regimi autoritari come Russia e Cina.
Queste divisioni hanno impedito, al summit di Rio de Janeiro di luglio 2025, qualsiasi progresso concreto verso una moneta comune. La dichiarazione finale non menziona né valuta unica né strategia coordinata di dedollarizzazione. Funzionari brasiliani hanno confermato che l’iniziativa non è all’ordine del giorno. L’India ha ribadito più volte di non volere una moneta comune, mentre la Cina considera sufficiente l’internazionalizzazione graduale dello yuan.
Questo è un elemento rassicurante per le imprese occidentali: il rischio di trovarsi improvvisamente di fronte a una valuta BRICS che sostituisce il dollaro è praticamente nullo nel medio periodo. Tuttavia, la frammentazione valutaria è uno scenario molto più probabile: transazioni in yuan con la Cina, in rupie con l’India, in real con il Brasile, ciascuna con dinamiche di cambio proprie.
L’impatto concreto sul commercio italiano
L’Italia ha esportato verso i paesi BRICS merci per 47 miliardi di euro nel 2024, importandone per 62 miliardi. La Cina da sola rappresenta 16 miliardi di export italiano e 52 miliardi di import. Il saldo negativo di 15 miliardi è concentrato su elettronica, tessile e componentistica.
Con la progressiva dedollarizzazione, le imprese italiane dovranno gestire una maggiore complessità nelle transazioni. Le coperture valutarie diventano più costose quando si opera su valute meno liquide del dollaro. Una PMI che oggi copre il rischio di cambio dollaro/euro con strumenti standard si troverà a dover usare derivati più complessi e costosi per coprirsi su yuan/euro o rupia/euro.
Parallelamente, l’accesso al credito della New Development Bank rappresenta un’opportunità per le imprese italiane che operano in progetti infrastrutturali nei paesi BRICS. I 39 miliardi di dollari approvati nel 2024 finanziano opere a cui partecipano anche contractor europei. Tuttavia, la mancanza di condizionalità della NDB significa anche maggiore concorrenza da parte di imprese cinesi e russe che non devono rispettare standard ambientali o lavorativi occidentali.
Il nodo delle terre rare e la dipendenza tecnologica
Il controllo del 72% delle terre rare mondiali da parte dei BRICS pone un problema strategico per l’industria italiana. Neodimio, disprosio e terbio sono essenziali per motori elettrici, turbine eoliche e elettronica avanzata. La Cina raffina oltre l’85% delle terre rare globali, anche quelle estratte in altri paesi.
L’Unione Europea ha lanciato il Critical Raw Materials Act per ridurre questa dipendenza, ma i risultati concreti richiederanno anni. Nel frattempo, le imprese italiane della filiera automotive e dell’energia rinnovabile restano vulnerabili a eventuali restrizioni cinesi sulle esportazioni. Nel 2023, la Cina ha limitato l’export di gallio e germanio, fondamentali per semiconduttori e pannelli solari, causando aumenti di prezzo del 30-40%.
Per un’azienda italiana che produce componenti per l’automotive elettrico, questo significa dover pianificare forniture alternative o sviluppare tecnologie che utilizzino materiali diversi. Entrambe le opzioni richiedono investimenti significativi e tempi lunghi. La strategia di molte PMI italiane resta quella di mantenere buoni rapporti commerciali con i fornitori cinesi, accettando il rischio di dipendenza in cambio di costi competitivi.
Le mosse possibili per le imprese italiane
La prima azione concreta è dotarsi di strumenti per la gestione multivaluta. Molte banche italiane offrono già conti in yuan, rupie e real, ma l’utilizzo da parte delle PMI resta limitato. Aprire linee di credito in valute locali permette di ridurre l’esposizione al dollaro e di beneficiare di eventuali tassi di interesse più favorevoli in alcuni mercati BRICS.
La seconda mossa è diversificare le fonti di approvvigionamento. Un’azienda che dipende esclusivamente da fornitori cinesi per componenti critici dovrebbe sviluppare alternative in Vietnam, India o Messico, anche se inizialmente più costose. Il premio di costo va considerato come un’assicurazione contro interruzioni di fornitura.
La terza opportunità è esplorare partnership con la New Development Bank per progetti nei paesi BRICS. Le imprese italiane hanno competenze riconosciute in infrastrutture, energia rinnovabile e gestione idrica, settori prioritari per i finanziamenti NDB. Partecipare a progetti finanziati dalla banca significa accedere a mercati in forte crescita con un supporto finanziario strutturato.
La quarta azione è sviluppare competenze interne sulla normativa commerciale dei paesi BRICS. Le regole doganali, fiscali e contrattuali variano significativamente tra i membri del blocco. Un’impresa che vuole operare efficacemente in questi mercati deve investire in consulenza specializzata o formare personale interno con queste competenze.
Quello che i governi dovrebbero fare ma non fanno
L’Italia, come paese del G7, è coinvolta nelle decisioni di risposta occidentale all’ascesa dei BRICS. Tuttavia, le azioni concrete tardano ad arrivare. Il governo italiano potrebbe facilitare accordi bilaterali con singoli paesi BRICS per settori specifici, sfruttando la frammentazione del blocco anziché subirla.
Una politica industriale seria dovrebbe incentivare la ricerca su materiali alternativi alle terre rare, finanziando collaborazioni tra università e imprese. Il Critical Raw Materials Act europeo prevede fondi in questa direzione, ma l’accesso per le PMI italiane resta complicato dalla burocrazia.
Il sistema bancario italiano potrebbe essere stimolato a sviluppare prodotti finanziari specifici per le transazioni con i paesi BRICS, con garanzie pubbliche per ridurre il rischio percepito. Attualmente, molte PMI rinunciano a opportunità commerciali perché le banche applicano condizioni penalizzanti per le operazioni in valute diverse da dollaro ed euro.
Infine, servirebbe un coordinamento europeo più forte su accordi commerciali con i BRICS. L’Italia da sola ha peso limitato nelle negoziazioni, ma l’UE potrebbe offrire ai paesi BRICS alternative credibili alle infrastrutture cinesi, combinando tecnologia europea e finanziamenti della Banca Europea per gli Investimenti.
La realtà oltre la propaganda
Né i BRICS sostituiranno presto l’Occidente come centro dell’economia globale, né l’Occidente manterrà indefinitamente l’egemonia attuale. La realtà è una transizione graduale verso un sistema multipolare, con maggiore complessità e minore prevedibilità .
Il dollaro mantiene ancora il 60% delle riserve valutarie globali contro il 2,12% dello yuan. Le istituzioni finanziarie occidentali gestiscono la maggioranza dei capitali internazionali. Il sistema SWIFT processa 44 milioni di transazioni al giorno contro le poche migliaia dei sistemi alternativi. Questi dati indicano che il dominio occidentale, pur in declino relativo, resta robusto.
Tuttavia, le tendenze di lungo periodo favoriscono i BRICS. La crescita demografica è concentrata nei loro paesi, mentre l’Occidente invecchia. Le riserve di materie prime strategiche sono prevalentemente nei loro territori. La classe media in espansione in Cina, India e Brasile rappresenta il mercato di consumo del futuro.
Per le imprese italiane, questo significa operare in un contesto sempre più complesso dove i vantaggi competitivi tradizionali, come la qualità del prodotto e il brand, non sono più sufficienti. Servono flessibilità operativa, capacità di gestire la complessità valutaria, relazioni commerciali diversificate e comprensione profonda delle dinamiche geopolitiche.
Conclusioni operative
La guerra economica tra BRICS e Occidente non è uno scontro che si risolverà con un vincitore e un vinto. È una ristrutturazione del sistema economico globale che creerà vincitori e perdenti tra le imprese, indipendentemente dal paese di appartenenza. Vince chi si adatta rapidamente, investe in competenze nuove e diversifica rischi e opportunità .
Le PMI italiane hanno un vantaggio: l’abitudine a operare in contesti complessi e instabili. Il sistema economico italiano, con la sua frammentazione e le sue inefficienze, ha paradossalmente allenato le imprese a essere flessibili e creative. Queste qualità saranno decisive nel mondo multipolare che sta emergendo.
L’errore da evitare è l’immobilismo. Aspettare che la situazione si chiarisca significa arrivare in ritardo. Le imprese che stanno già aprendo conti multivaluta, sviluppando fornitori alternativi ed esplorando opportunità nei paesi BRICS saranno quelle meglio posizionate nei prossimi anni. Non si tratta di scommettere contro l’Occidente o a favore dei BRICS, ma di costruire la resilienza necessaria per prosperare in un mondo più complesso e meno prevedibile.

