Un poggio, una vista, trentaquattro anni di storia
Ci sono ristoranti che si limitano a servire da mangiare, e ce ne sono altri che riescono a raccontare, piatto dopo piatto, la storia di un territorio intero. Il Boccon DiVino di Montalcino appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Arroccato su un poggio a pochi passi dal centro del borgo, regala uno sguardo che spazia dalle Crete Senesi fino agli Appennini Tosco-Emiliani, e dalla Val d’Orcia fino agli Appennini Umbro-Marchigiani. Ma sarebbe riduttivo definirlo semplicemente “un ristorante con una bella vista”: dietro quella terrazza sospesa sulle colline toscane ci sono trentaquattro anni di lavoro, due sorelle che non hanno mai smesso di crederci, e una famiglia che continua, generazione dopo generazione, a scommettere sullo stesso sogno.
A raccontarci questa storia sono Marina e Alessandra Fiorani, che nel 1992 hanno aperto quello che allora era poco più di un’osteria con cucina, in un paese molto diverso da quello che conosciamo oggi. “Montalcino nel ’92 era solo un piccolo paese dove si produceva un ottimo vino, ma conosciuto ai più soltanto dagli intenditori,” ricordano, senza nostalgia ma con la lucidità di chi ha vissuto quel cambiamento in prima persona, “e adesso moltissimi turisti la visitano per venire alla nostra tavola.” Trentaquattro anni sono tanti, per qualsiasi attività, e ancora di più nella ristorazione, un mestiere che logora, che chiede sacrifici quotidiani e che raramente perdona chi si ferma. Eppure il Boccon DiVino è ancora lì, e sta meglio di quanto sia mai stato.
Da semplice pizzeria a punto di riferimento della cucina toscana
Chi oggi si siede a un tavolo del Boccon DiVino, magari attirato dalla fama internazionale del Brunello o semplicemente di passaggio per una gita in Val d’Orcia, difficilmente immagina che tutto sia partito da una pizzeria con cucina, pensata per rispondere alle esigenze semplici di un paese che viveva ancora di ritmi lenti. Non c’era, all’epoca, nessun turismo enogastronomico paragonabile a quello attuale, nessuna fila di visitatori pronti a prenotare settimane in anticipo per assaggiare un piatto di pici o un bicchiere di Rosso di Montalcino guardando il tramonto.
Il cambiamento è arrivato piano, come spesso accade alle cose destinate a durare. “In questi trentaquattro anni il nostro locale si è evoluto e trasformato, e noi con esso,” spiegano Marina e Alessandra. Non parlano di una svolta improvvisa, di un salto di qualità arrivato dall’oggi al domani, ma di un adattamento continuo, fatto di piccole correzioni di rotta, di scelte spesso scomode prese senza mai perdere di vista quello che il locale era e voleva restare. “Il mondo della ristorazione cambia velocemente e noi abbiamo trovato il coraggio di accettare questa sfida con grande passione e sacrificio,” aggiungono, e in quella parola, sacrificio, c’è probabilmente la chiave per capire tutto il resto.
Da pizzeria di paese, il Boccon DiVino è diventato un ristorante capace di attirare clientela italiana e internazionale, con una cucina che ha saputo alzare progressivamente l’asticella senza mai tradire le proprie origini. Il 2021 segna una tappa importante di questo percorso, con una ristrutturazione completa degli ambienti interni: più curati, più eleganti, ma senza perdere quel carattere informale che da sempre contraddistingue il locale. Basta entrare nella sala d’ingresso, calda e accogliente, con la cantinetta climatizzata in bella vista, per capire quanta attenzione ci sia dietro ogni dettaglio.
La Terrazza e la Veranda, due modi di guardare la stessa collina
Chi prenota un tavolo al Boccon DiVino ha davanti due possibilità, entrambe pensate per non far perdere agli ospiti nemmeno un centimetro del paesaggio. C’è la Veranda Interna, più intima, più raccolta, perfetta per una cena romantica: climatizzata, si apre con l’arrivo della bella stagione e dalle sue vetrate lo sguardo scivola dolcemente sulla Val d’Orcia. E poi c’è la Terrazza, completamente vetrata e riscaldata, così da poter essere vissuta anche nelle sere più fresche di primavera e autunno. D’estate diventa qualcosa di diverso, quasi sospeso: un balcone, dicono le proprietarie, “da cui sembra di poter spiccare il volo”.
Non è un dettaglio da poco, in un ristorante che ha costruito parte della sua identità proprio sul rapporto tra cibo e paesaggio. Al Boccon DiVino la vista non è un contorno decorativo, ma parte integrante dell’esperienza, tanto quanto quello che arriva nel piatto.
Alessandra e una cucina nata senza maestri
Se dovessimo indicare un solo momento simbolico nella storia del Boccon DiVino, sarebbe probabilmente il 1997, l’anno in cui Alessandra Fiorani, poco più che ventenne, si ritrova a prendere in mano la cucina del ristorante di famiglia. Non aveva un diploma alberghiero, non aveva fatto la gavetta in cucine blasonate, non aveva un maestro a cui appoggiarsi nei momenti difficili. Aveva, semmai, il contrario: la responsabilità improvvisa di un ruolo troppo grande per la sua età, e la necessità di inventarsi un mestiere partendo praticamente da zero.
“È solo grazie alla sua determinazione, completamente autodidatta, che inizia a sperimentare,” raccontano al Boccon DiVino, “riuscendo piano piano a trovare il suo personalissimo stile, arrivando a creare piatti che stupiscono sempre gli ospiti.” È una storia che merita di essere raccontata per intero, perché smonta un pregiudizio piuttosto diffuso nel mondo della ristorazione, quello secondo cui l’eccellenza in cucina debba passare necessariamente da percorsi di formazione tradizionali. Alessandra ha dimostrato il contrario, imparando sul campo, sbagliando, correggendo, assaggiando, fino a costruire uno stile che oggi è riconoscibile e apprezzato.
Oggi non è più sola: al suo fianco lavorano Giovanni, Pietro e Martina, insieme a una brigata di cucina che condivide la stessa filosofia, quella di usare solo materie prime italiane, quando possibile toscane, seguendo la stagionalità dei prodotti. Tra i piatti che meglio raccontano questa impostazione c’è “Ricordi”, i lunghetti all’aglione della Val di Chiana, un titolo che dice già tutto sul legame profondo tra la cucina di Alessandra e la memoria del territorio in cui è cresciuta. Ma la carta non si accontenta della tradizione più rassicurante: propone anche gli spaghettoni trafilati al bronzo Senatore Cappelli di Castello Banfi, accompagnati dal caprino dell’Amiata, dall’aglione IGP e dall’aglio nero di Voghiera DOP, o i bottoni al cacao ripieni di peperoni rossi arrostiti e ricotta di mandorle, con burrata soffiata, aglio nero e cipolla marinata. Piatti che raccontano una cucina capace di guardare avanti senza dimenticare da dove viene.
Dietro ogni portata, del resto, c’è una selezione delle materie prime che non lascia nulla al caso. L’olio EVO utilizzato in cucina arriva esclusivamente dal Frantoio Franci di Montenero, il formaggio di capra impiegato per gli spaghetti al caprino è prodotto a latte crudo dal Caseificio Mezzavia di Abbadia San Salvatore, mentre le uova per la pasta fresca e per i dolci provengono dall’allevamento di Elia Nicoletti a San Casciano dei Bagni. Sono dettagli che i clienti spesso non notano subito, ma che sommati fanno la differenza tra un ristorante qualunque e un ristorante che ha davvero qualcosa da raccontare.
Marina, il volto dell’accoglienza
C’è chi sostiene che un ristorante si giudichi dal piatto, e chi invece pensa che si giudichi da come ci si sente seduti a tavola. Al Boccon DiVino, la risposta a questo dilemma ha un nome preciso: Marina Fiorani, che fin dagli inizi si è occupata dell’accoglienza degli ospiti con una professionalità e una gentilezza che negli anni sono diventate un tratto distintivo del locale, forse quanto la cucina della sorella. Al suo fianco, il cognato Antonio Pierangioli, presenza costante e preziosa, e uno staff di sala cresciuto insieme al ristorante: Rosaria e Gentjan, oggi parte integrante di un servizio che punta a essere premuroso senza mai risultare invadente, una linea sottile che non tutti riescono a rispettare.
In un paese come Montalcino, meta ormai internazionale, saper accogliere un ospite straniero conta quanto saper cucinare un buon piatto di pasta fresca. Il personale del Boccon DiVino parla correntemente inglese, francese e spagnolo, una scelta precisa che permette di accogliere al meglio i visitatori di tutto il mondo, senza però perdere quel calore tipicamente toscano che fa la differenza tra un servizio efficiente e un ricordo che resta.
E poi c’è un dettaglio che, più di ogni altro, racconta cosa significhi davvero questo posto per la famiglia Fiorani: d’estate, quando sono liberi dagli impegni universitari, tra i tavoli si vedono spesso anche i figli di Marina e Alessandra, che affiancano con entusiasmo la famiglia in questa avventura. Non è ancora un passaggio di testimone formale, ma è già qualcosa che somiglia molto a una promessa.
Due donne, il doppio della fatica
Marina e Alessandra non nascondono le difficoltà di un percorso lungo trentaquattro anni. Ci sono state crisi economiche da attraversare, cambiamenti profondi nei gusti dei clienti, nuove aperture con cui confrontarsi, le complicazioni logistiche di un paese che vive in gran parte di turismo stagionale. Ma c’è un elemento in più, che le due sorelle raccontano senza filtri e senza vittimismo: “Essere poi due donne non ci ha aiutato, la fatica è doppia, e unire famiglia a un lavoro così impegnativo comporta grandi sacrifici.”
È una frase che pesa, detta con la semplicità di chi non cerca compassione ma restituisce semplicemente i fatti. In un settore che ancora oggi, e non solo in Italia, vede le posizioni di vertice occupate in gran parte da uomini, Marina e Alessandra hanno costruito la propria autorevolezza sul campo, dividendosi ruoli complementari — la cucina da una parte, la sala dall’altra — che richiedono competenze molto diverse e che, nel loro caso, si sono intrecciati in un equilibrio che dura da decenni.
“I risultati arrivano lenti,” dicono, “e non bisogna mai dimenticare che solo restando fedeli a sé stessi e credendoci sempre si può arrivare a ottenere il successo. Ma per sostenere questo successo bisogna continuare ad aggiornarsi e a crederci.” Non è un modo di dire, per loro: è quasi un manuale di sopravvivenza imprenditoriale, condensato in poche righe.
Cosa insegna una storia come questa
Non serve andare a cercare troppo lontano per trovare, in questa vicenda, degli insegnamenti utili a chi guida un’impresa, qualunque essa sia. Il primo, forse il più immediato, riguarda la resilienza: pochissime attività sopravvivono per trentaquattro anni attraversando crisi economiche, cambi generazionali, trasformazioni radicali del mercato di riferimento, e ci riescono senza rinnegare la propria identità, anzi affinandola col tempo.
C’è poi la questione della complementarità, che al Boccon DiVino ha trovato un equilibrio raro. La divisione dei ruoli tra le due sorelle non è soltanto un’organizzazione pratica del lavoro quotidiano: è un modello di leadership condivisa, in cui ciascuna porta competenze specifiche al servizio di un obiettivo comune. Nelle imprese familiari, spesso, è proprio questo il punto debole, perché affetti e responsabilità finiscono per mescolarsi in modo tossico. Qui, invece, sembra aver funzionato, probabilmente perché costruito su una chiara divisione di competenze e su una fiducia reciproca coltivata negli anni, senza scorciatoie.
E poi c’è l’autenticità, intesa non come slogan ma come strategia concreta e di lungo termine. In un momento in cui molte cucine rincorrono tendenze, contaminazioni e mode passeggere, il Boccon DiVino ha scelto di restare fedele al proprio territorio: materie prime italiane e toscane, filiera corta, piatti che raccontano la Val d’Orcia e le Crete Senesi. È una scelta che, unita alla capacità di innovare nella tecnica e nella creatività, ha permesso al ristorante di crescere senza perdere se stesso, il che, va detto, è più raro di quanto sembri.
Ma se c’è una lezione che vale più delle altre, è quella della determinazione silenziosa, quella che raramente finisce sui titoli dei giornali ma che con il tempo costruisce qualcosa di solido. Alessandra che, a poco più di vent’anni, si ritrova a gestire una cucina senza formazione specifica e costruisce da sola il proprio stile. Marina che, giorno dopo giorno, cura l’accoglienza degli ospiti con una costanza che diventa reputazione. Sono storie che non fanno rumore quando accadono, ma che a distanza di decenni si rivelano decisive.
Montalcino cambia, la tavola resta un punto fermo
Non si può raccontare il Boccon DiVino senza tenere conto del contesto in cui è cresciuto. Montalcino, negli ultimi decenni, è diventata una delle mete enogastronomiche più ambite d’Italia, complice la fama internazionale del Brunello. Questo cambiamento ha trasformato il tessuto economico del paese, portando nuove opportunità ma anche nuove sfide, prima fra tutte quella di offrire una proposta gastronomica all’altezza di una clientela sempre più esigente e internazionale.
Il Boccon DiVino ha saputo attraversare questa trasformazione senza rincorrerla in modo affannoso, costruendo una lista dei vini molto ricca, capace di valorizzare le eccellenze del territorio senza escludere altre proposte italiane e internazionali, e un menù che segue le stagioni, adattandosi alla disponibilità dei prodotti locali. Ne esce un’esperienza coerente in ogni suo aspetto: la vista sulla Val d’Orcia, i piatti che raccontano la Toscana più autentica, un servizio curato ma mai formale, i vini che accompagnano ogni portata come un racconto parallelo a quello della cucina.
Perché vale la pena andarci
Chi visita Montalcino per il Brunello, per il centro storico, per le colline che si perdono a vista d’occhio, difficilmente può dire di aver vissuto l’esperienza fino in fondo senza una sosta al Boccon DiVino. È un ristorante che porta con sé trentaquattro anni di storia, di sacrifici, di scelte non sempre facili, ma soprattutto una passione che si riconosce in ogni dettaglio: nella cura della sala, nella creatività dei piatti di Alessandra, nella vista che si apre dalla Terrazza e dalla Veranda su uno dei paesaggi più belli della Toscana.
Chi desidera vivere questa esperienza, prenotare un tavolo o semplicemente scoprire di più sulla storia e sul menù del ristorante, può visitare il sito ufficiale del Boccon DiVino Montalcino oppure contattare direttamente il locale via email. Una tavola che guarda lontano, verso le Crete Senesi e gli Appennini, ma che resta saldamente ancorata alle proprie radici: questo, in fondo, è il segreto di Marina e Alessandra Fiorani, e del loro Boccon DiVino.

