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Birrificio Lariano: la sfida di una famiglia che ha scommesso sulla qualità

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Lorenzo Dalmasso
Lorenzo Dalmasso
Educatore e consulente in leadership, con un focus sullo sviluppo personale e professionale.

Tra le colline lecchesi, dove il territorio si fa più dolce e la Brianza incontra le prime propaggini alpine, c’è una storia imprenditoriale che merita di essere raccontata. È quella del Birrificio Lariano, un’azienda familiare che da quasi diciotto anni produce birra artigianale a Sirone, in provincia di Lecco. Ma soprattutto è la storia di Federico Nessi, un ragazzo del ’94 che ha preso in mano le redini dell’azienda di famiglia e ha deciso di scommettere sul futuro in un momento in cui molti nel settore stanno tirando i remi in barca.

Quando la birra è “viva”

“La birra artigianale è un prodotto senza conservanti, non pastorizzato e non filtrato. A differenza dei prodotti industriali ha bisogno di più attenzione perché è un prodotto vivo.” Federico lo dice con quella naturalezza di chi conosce il mestiere dall’interno, di chi ha passato anni a sporcarsi le mani tra impianti, fermentatori e linee di imbottigliamento. Non è un discorso da marketing, è la realtà quotidiana di chi lavora con un prodotto che richiede controllo costante, temperatura perfetta, tempistiche precise.

Il Birrificio Lariano è nato il 19 maggio 2008, quando la prima cotta di birra – La Grigna, una Pils – uscì dagli impianti. Allora la produzione era modesta, come succede per tutti i piccoli birrifici artigianali all’inizio. Oggi parliamo di oltre 4000 ettolitri all’anno. Un salto notevole, che non è stato frutto del caso ma di scelte ponderate, investimenti mirati e, soprattutto, di una ricerca ossessiva della qualità.

“Abbiamo un laboratorio interno dove verifichiamo ogni singolo passaggio del processo produttivo,” racconta Federico. Non è una cosa scontata per un birrificio di queste dimensioni. Molti si affidano a laboratori esterni, spesso per una questione di costi. Ma qui hanno fatto una scelta precisa: controllare tutto internamente significa poter intervenire subito se qualcosa non va, significa conoscere la propria birra in ogni sua fase, significa garantire standard qualitativi sempre allineati.

I premi arrivati negli anni testimoniano che la strada è quella giusta. L’ultimo, l’oro al concorso di Unionbirrai – l’associazione di categoria – sulle birre di Natale, ha confermato che il Birrificio Lariano può competere ai massimi livelli nazionali.

Il passaggio di testimone

Ogni impresa familiare prima o poi affronta il momento del cambio generazionale. È sempre un passaggio delicato, a volte traumatico. Per il Birrificio Lariano è arrivato di recente, e Federico si è trovato davanti a una responsabilità importante: diventare il punto di riferimento dell’azienda, quella persona che alla fine prende le decisioni che contano.

“Con il cambio generazionale ora mi occupo principalmente della gestione aziendale: rapporti con clienti e fornitori, pianificazione degli investimenti, e naturalmente la produzione e lo sviluppo di nuove ricette.” Suo padre e suo zio rimangono soci attivi, presenti, ma è chiaro che la guida operativa è passata sulle spalle del più giovane della famiglia.

Non solo. L’acquisizione delle quote di un socio che è uscito dalla compagine societaria ha permesso di riportare tutta la proprietà in ambito familiare. Una scelta che dice molto sulla filosofia dell’azienda: restare piccoli, restare familiari, restare controllabili. In un’epoca in cui molti birrifici artigianali cedono quote a fondi di investimento o a gruppi industriali, il Birrificio Lariano ha scelto la strada opposta.

E qui arriva il primo segnale forte di quello che pensano a Sirone: hanno continuato a investire. Una nuova infustatrice a cinque teste è stata installata da poco, un macchinario che costa e che serve per aumentare efficienza e velocità nell’imbottigliamento. Ma non è finita: “Usciremo con un rebranding a inizio prossimo anno,” anticipa Federico. Significa ripensare il marchio, la comunicazione, il posizionamento sul mercato. Significa metterci soldi, tempo, energie. Significa credere che ci sia futuro.

Ascoltare tutto, decidere da soli

Federico ha 31 anni e una filosofia imprenditoriale già ben definita. “Cerco sempre di raccogliere informazioni ovunque: fornitori, clienti, colleghi, chiunque. Ascolto tutto perché una buona idea può venire anche da una conversazione su tutt’altro. Poi prendo tutto quello che ho sentito, lo rielaboro e sviluppo idee e progetti.”

È un approccio pragmatico, lontano dalle teorie manageriali astratte. Federico non ha fatto l’università di economia, ha fatto quello che serve davvero: ha lavorato nel birrificio per anni, ha fatto di tutto, ha imparato sul campo. E ha capito che in un settore tecnico come quello della birra artigianale le informazioni utili arrivano dai posti più impensati.

“Alla fine però voglio andare avanti con idee su cui sono convinto io, non solo perché mi è stato detto di fare così.” Ecco, questa frase vale più di tanti discorsi. Federico ascolta, raccoglie, studia. Poi decide con la sua testa. Ha quella combinazione rara di umiltà nell’apprendere e fermezza nel decidere.

E quando le cose non funzionano? “È fondamentale l’umiltà di mettersi in discussione. Se qualcosa non va, cercare di capire il perché e chiedersi se abbiamo sbagliato anche noi, senza scaricare tutto su fattori esterni.” Non è facile per un imprenditore ammettere gli errori, soprattutto quando è giovane e deve dimostrare di essere all’altezza. Federico invece ha capito che ammettere uno sbaglio è il primo passo per correggerlo.

Il mantra paterno

C’è una frase del padre di Federico che ricorre spesso nelle nostre conversazioni. “Mio padre dice sempre: mai fermi, sempre darsi da fare, bisogna provare. Se non fai niente e aspetti, sicuramente non succede niente.”

Sembra banale, ma non lo è affatto. Nel settore della birra artigianale italiana c’è stato un periodo d’oro, tra il 2010 e il 2015, quando sembrava che bastasse aprire un birrificio per avere successo. Poi il mercato si è saturo, la concorrenza è esplosa, i margini si sono ristretti. Molti hanno chiuso, altri resistono a fatica.

“In un settore come il nostro, con molti produttori, stare fermi significa andare indietro perché gli altri non stanno fermi,” dice Federico. E allora cosa fai? Ti provi, fai cose, crei idee, investi. Oppure ti fermi e guardi gli altri che ti superano. Il Birrificio Lariano ha scelto la prima strada.

Questo approccio si vede concretamente nella ricerca continua di nuove ricette. Federico lavora partendo da nuove idee ma anche dai feedback del mercato. Non è il birraio che si chiude nel suo laboratorio e crea la birra perfetta secondo il suo gusto personale. È il birraio che ascolta cosa piace, cosa cercano i clienti, quali sono i trend, e poi elabora ricette che rispondano a queste esigenze mantenendo però gli standard qualitativi altissimi che il Birrificio Lariano si è imposto.

Cinque o sei, ma tutti fanno tutto

“Siamo in cinque o sei a lavorare per il birrificio, e quando c’è necessità si fa quello che si deve.” Non ci sono ruoli rigidi, non ci sono mansionari blindati. Se serve, Federico carica fusti. Se serve, il padre risponde al telefono. Se serve, tutti danno una mano dove serve.

È tipico delle piccole imprese italiane questo approccio, e spesso viene visto come un limite, come mancanza di professionalità. In realtà è una forza enorme: la flessibilità, la capacità di adattarsi velocemente, il fatto che ognuno conosca tutto il processo produttivo. Quando sei in sei non puoi permetterti di avere il dipendente che dice “questo non è il mio lavoro”. E infatti non succede.

Accanto a Federico c’è Gabriele, l’altro birraio, “con noi da quasi dieci anni ormai.” Una decade è un’eternità in un settore dove il turnover è altissimo e dove trovare personale qualificato è sempre più difficile. Il fatto che Gabriele sia rimasto così a lungo dice molto sul clima che si respira al Birrificio Lariano. Dice che è un posto dove si lavora bene, dove si viene valorizzati, dove si può crescere professionalmente.

Persone semplici con idee chiare

“Siamo persone semplici, non abbiamo chissà quali grilli per la testa. Ci piace lavorare bene e portare un prodotto di qualità nei bicchieri dei nostri clienti.” Federico lo dice con una sincerità che colpisce. Non ci sono visioni megalomani, non ci sono piani di espansione aggressiva, non c’è la retorica dell’unicorno da un miliardo di dollari che ammorbava anche il settore della birra artigianale qualche anno fa.

C’è invece un’idea chiara di quello che si vuole essere: un birrificio artigianale di qualità, con una produzione gestibile, con uno stampo familiare ben visibile, con la possibilità di controllare ogni aspetto della filiera. È un modello di business sostenibile, replicabile, onesto.

Questo non significa mancanza di ambizione. L’ambizione c’è eccome, ma è un’ambizione sana: fare sempre meglio, migliorare i processi, affinare le ricette, investire in tecnologie che permettano maggiore controllo qualitativo. Non è l’ambizione di diventare il più grande, ma di essere tra i migliori. E c’è una differenza enorme.

Il rebranding che verrà

A inizio 2026 arriverà il rebranding. Significa ripensare il marchio, la comunicazione, probabilmente anche il packaging. È un investimento importante, non solo economico ma anche emotivo. Cambiare il marchio di un’azienda che ha quasi diciotto anni significa toccare qualcosa di profondo, significa rischiare di perdere riconoscibilità.

Ma evidentemente a Sirone hanno deciso che è il momento giusto. Il cambio generazionale è completato, la proprietà è tornata tutta in famiglia, la produzione è solida, la qualità è certificata dai premi. È il momento di presentarsi al mercato con una veste nuova, più contemporanea, più efficace nel comunicare i valori dell’azienda.

Non conosciamo ancora i dettagli del rebranding, ma possiamo immaginare che punterà a valorizzare proprio quegli elementi che rendono unico il Birrificio Lariano: la qualità artigianale, lo stampo familiare, il radicamento territoriale, la ricerca continua dell’eccellenza. In un mercato sempre più affollato, differenziarsi attraverso una comunicazione efficace diventa fondamentale.

Investire nel difficile

Il settore della birra artigianale italiana sta attraversando anni complicati. Dopo il boom dei primi anni Duemila, il mercato si è saturato. Ci sono troppi produttori, molti sottocapitalizzati, molti non professionalizzati, molti che hanno aperto un birrificio più per passione che per costruire un’impresa solida. Il risultato è che molti chiudono, altri sopravvivono a fatica, pochi prosperano.

In questo contesto, la scelta del Birrificio Lariano di continuare a investire è una dichiarazione di fiducia nel futuro. “Nonostante un periodo complicato per il nostro settore, continuiamo a investire e non ci vogliamo fermare,” dice Federico. La nuova infustatrice, il rebranding, gli investimenti in comunicazione sono tutti segnali in questa direzione.

È una scommessa? Certo. Ma è una scommessa ragionata, basata su numeri solidi, su una produzione che ha dimostrato di reggere, su un mercato che premia chi fa qualità. E soprattutto è una scommessa fatta da chi conosce il settore dall’interno, da chi ha passato anni a imparare il mestiere, da chi sa esattamente dove vuole arrivare.

Il territorio come radice

Il Birrificio Lariano si trova a Sirone, piccolo comune della provincia di Lecco. Non è una location casuale. Il territorio lariano ha una tradizione produttiva importante, una rete di piccole e medie imprese che rappresentano la spina dorsale dell’economia lombarda. Il Birrificio Lariano si inserisce perfettamente in questo tessuto.

Il nome stesso – Lariano – richiama esplicitamente il territorio. Non è una scelta di marketing, è un’affermazione di identità. Siamo di qui, produciamo qui, le nostre radici sono qui. In un’epoca di globalizzazione dove tutto sembra uguale ovunque, rivendicare il legame con il territorio è un atto di coraggio e di identità.

La prima birra prodotta nel 2008 si chiamava La Grigna, come la montagna simbolo del lecchese. Anche qui, non è casuale. È il segno di un’azienda che vuole essere riconoscibile come parte di un territorio specifico, con una storia specifica, con caratteristiche specifiche.

Diciotto anni e non sentirli

L’anno prossimo il Birrificio Lariano compirà diciotto anni. È un traguardo importante, che merita di essere festeggiato. Diciotto anni sono un’eternità nel mondo delle startup, sono parecchio anche nel mondo della birra artigianale dove molti non superano i primi cinque anni di vita.

Ma il punto non è festeggiare il passato, è costruire il futuro. E a Sirone hanno le idee chiare: continuare a investire nella qualità, continuare a sperimentare nuove ricette, continuare a migliorare i processi produttivi, continuare a raccontare la propria storia attraverso una comunicazione più efficace.

Federico ha trent’anni ed è al comando di un’azienda solida, con una produzione importante, con un team affiatato, con una reputazione consolidata. Ha davanti a sé decenni di lavoro, tempo per costruire, per crescere, per lasciare un segno. E dalle parole che usa, dal modo in cui parla dell’azienda, si capisce che ne è consapevole.

“Sono in birrificio da molti anni ormai e negli anni ho fatto di tutto. Tutt’ora si fa di tutto.” Non c’è nostalgia in questa frase, c’è orgoglio. L’orgoglio di chi sa che la sua competenza è stata costruita mattone dopo mattone, birra dopo birra, errore dopo errore. È la migliore garanzia di solidità che un’impresa possa avere.

Cosa ci insegna questa storia

La storia del Birrificio Lariano e di Federico Nessi non è eccezionale nel senso hollywoodiano del termine. Non c’è il genio visionario che inventa il prodotto rivoluzionario, non c’è la crescita esponenziale da startup miliardaria, non ci sono exit milionarie.

C’è invece qualcosa di più solido e, a suo modo, più importante: c’è un’impresa familiare che produce bene, che investe con criterio, che mantiene i piedi per terra, che conosce i propri limiti ma lavora ogni giorno per superarli. È il modello di piccola e media impresa italiana che ha retto economicamente e socialmente il paese per decenni.

Federico ci insegna che si può essere ambiziosi senza essere megalomani, che si può puntare alla qualità senza diventare snob, che si può crescere mantenendo lo stampo familiare, che si può investire anche quando il mercato è difficile se si hanno le idee chiare e i numeri solidi.

Ci insegna anche che ascoltare è importante ma decidere con la propria testa lo è ancora di più, che ammettere gli errori è segno di forza non di debolezza, che stare fermi non è mai una buona idea, che il territorio è una radice da cui attingere non un peso da cui liberarsi.

E ci insegna, soprattutto, che si può essere “persone semplici” e comunque costruire qualcosa di importante, che non servono grilli per la testa per fare bene il proprio lavoro, che portare un prodotto di qualità nei bicchieri dei clienti è già di per sé un obiettivo nobile e sufficiente.

Dove trovarli

Il Birrificio Lariano si trova in via delle Pavigie 6 a Sirone, in provincia di Lecco. Il punto vendita presso la sede del birrificio è aperto nei giorni feriali dalle 8.30 alle 16.00. Qui è possibile acquistare direttamente tutte le birre prodotte, parlare con chi le produce, capire la differenza che c’è tra una birra industriale e una birra artigianale fatta con questa cura.

Per chi fosse interessato a seguire le novità del birrificio, compreso il rebranding in arrivo, il sito di riferimento è www.birrificiolariano.com. Per informazioni e prenotazioni si può chiamare il numero 031 853663 o scrivere a info@birrificiolariano.com.

Vale la pena di fare una deviazione se si passa da quelle parti. Non solo per la birra, che pure merita, ma per incontrare persone che hanno scelto di fare impresa in un modo diverso, più lento forse, ma sicuramente più solido. In un’epoca in cui tutto corre veloce e spesso senza una direzione precisa, fermarsi a parlare con Federico e il suo team è un’esperienza che fa riflettere su cosa significhi davvero costruire qualcosa che duri nel tempo.

Il Birrificio Lariano non è una storia di successo clamoroso, è qualcosa di meglio: è una storia di successo sostenibile, replicabile, onesto. Ed è esattamente il tipo di storia di cui abbiamo bisogno di sentir parlare di più.

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