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La birra artigianale sbanca nell’estremo ponente: la storia della famiglia Masala e del Birrificio della Contea

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Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

Come una famiglia di costruttori di strade ha trovato, lungo una statale panoramica tra il Cuneese e il mare, la propria strada verso la birra vera

Una sosta che vale il viaggio

La statale che da Limone Piemonte scende verso Ventimiglia è una di quelle strade che si percorrono per arrivare da qualche altra parte. Curve, boschi, un paio di gallerie, e all’improvviso il mare che si apre in fondo alla valle. Chi la conosce bene, però, sa che da qualche tempo lungo quel tragitto c’è un buon motivo per fermarsi prima del previsto. È un edificio basso, mattoncini a vista e grandi vetrate, che di sera si accende come una lanterna tra gli alberi. Dentro, birra. Fuori, un dehors che guarda la natura. È il Birrificio della Contea, e la sua storia parte da un posto che con il luppolo non c’entra nulla: un’impresa di costruzioni stradali.

Gianluigi Masala me lo racconta senza cercare le parole giuste, semplicemente perché non gli servono. “Speciale è un parolone,” dice, quasi a scansare subito ogni retorica. “Io direi che facciamo le cose fatte al meglio delle nostre possibilità.” Detto da un uomo che di mestiere ha sempre costruito strade, e non birre, questa frase pesa più di tante dichiarazioni d’intenti che si leggono in giro.

Dalle strade alla birra: un salto nel vuoto, quasi

Il nucleo storico dell’azienda di famiglia è, appunto, la costruzione di strade. Cantieri, gare d’appalto, terra smossa e asfalto steso: tutto tranne fermentazioni e lieviti. Ed è proprio partendo da questa distanza che la storia del Birrificio della Contea diventa interessante, perché non racconta l’ennesimo passaggio generazionale da un settore affine a un altro, ma un vero e proprio cambio di rotta.

“Non siamo nel settore da molto tempo,” ammette Gianluigi, senza girarci intorno, “e le difficoltà, soprattutto a livello di autorizzazioni, ne abbiamo incontrate tante, e probabilmente ne incontreremo ancora.” Non lo dice per lamentarsi. Lo dice come chi ha imparato che ogni cosa fatta sul serio costa fatica, e che le scorciatoie, in questo mestiere, semplicemente non esistono. Poi aggiunge la frase che, più di ogni altra, riassume il suo modo di vedere le cose: “Tanta è la volontà di riuscire e la passione per il mondo della birra.” Punto. Niente elenchi di valori aziendali, niente slide di mission e vision: solo una constatazione secca, quasi disarmante nella sua semplicità.

Oggi l’azienda è una faccenda di famiglia, nel senso più letterale del termine. “La nostra azienda è formata da mia figlia Giorgia, che è l’amministratrice della società,” racconta Gianluigi, “e io ovviamente faccio il papà: cerco di dare una mano nel lancio dei prodotti.” Non è la descrizione di un organigramma, è la fotografia di una cucina di famiglia trasferita in un’impresa: ognuno fa la sua parte, senza troppe formalità, ma con una direzione condivisa.

A completare il terzetto fondatore c’è una figura che, nel racconto di Gianluigi, torna spesso e sempre con un tono di rispetto particolare: Gabriele, il mastro birraio. “È vent’anni che lavora nel settore,” spiega, “e ha chiuso ultimamente il suo birrificio Nadir a Sanremo, portandoci una grande esperienza.” Non un semplice tecnico assunto per colmare una lacuna, ma un artigiano che ha portato dentro il progetto vent’anni di prove, errori, cotture riuscite e altre da rifare da capo. È lui, in fondo, il ponte che ha permesso a una famiglia di costruttori di strade di entrare nel mondo della birra senza dover imparare tutto da zero, con i tempi lunghissimi che questo avrebbe richiesto.

Sei birre, due storie che si incontrano nello stesso bicchiere

Chiedo a Gianluigi come si è arrivati alla gamma attuale, e la risposta racconta più di quanto sembri a prima vista. Tre birre nascono dal suo gusto personale, dal suo percorso, dalle emozioni che hanno accompagnato la sua scoperta di questo mondo. Le altre tre sono invece il frutto del bagaglio professionale di Gabriele: anni di esperienza, viaggi, incontri, sperimentazioni che si sono sedimentati nel suo modo di interpretare l’arte brassicola. Sei etichette, due biografie diverse, la stessa cantina.

Due di queste birre, in particolare, portano un peso che va oltre la ricetta. “Sia la Bock che la Ipa sono state dedicate con il nome ai miei figli,” mi dice Gianluigi, e per un attimo il tono da imprenditore lascia spazio a quello, più semplice, di padre. “Ipa Gio per Giorgia, e Bock Nisu per Dino.” Un’Ipa in stile americano, dal carattere deciso, per la figlia che oggi guida l’azienda. Una Bock rossa tedesca, intensa e profumata, per il figlio Dino. Accanto a loro, una Pils in stile tedesco, definita da Gianluigi “molto beverina”, pensata per l’aperitivo lungo di una sera d’estate, e altre etichette che spaziano tra la tradizione brassicola tedesca e quella americana.

Non è un dettaglio marginale, in un mercato spesso affollato di nomi anonimi scelti a tavolino da un ufficio marketing. Qui ogni birra porta un nome, e dietro ogni nome c’è una persona vera. È un modo, forse anche inconsapevole, di trasformare l’etichetta in un piccolo archivio di famiglia, qualcosa che un cliente occasionale magari non coglie al primo sorso, ma che chi frequenta il birrificio con regolarità finisce inevitabilmente per scoprire, magari chiacchierando al bancone con Gianluigi o con la stessa Giorgia durante una serata di degustazione.

Malto italiano, luppoli senza passaporto

Sul processo produttivo, Gianluigi entra volentieri nei dettagli tecnici, con la precisione di chi lo ha imparato osservando lavorare Gabriele giorno dopo giorno. La base, mi spiega, è sempre malto italiano. I luppoli invece cambiano a seconda dello stile che si vuole ottenere: tedeschi per certe ricette, americani per altre. È una scelta che racconta una filosofia precisa, senza bisogno di proclamarla: radici salde nel territorio per la materia prima principale, e uno sguardo aperto al mondo per tutto ciò che serve a costruire il carattere aromatico di ogni singola birra.

Ma se c’è un punto su cui Gianluigi insiste più di ogni altro, è quello che riguarda l’ultimo tratto della filiera, quello che arriva fino al bicchiere del cliente. “La cosa più importante per il cliente,” dice, “è poter bere una birra che non subisce, nella sua produzione, alcuno sbalzo di temperatura, perché viene messa nei fusti direttamente nella cella frigo.” Da lì la birra passa alla spina, senza interruzioni nella catena del freddo, in un tragitto cortissimo che dalla cella arriva dritto al dehors del birrificio.

È un dettaglio tecnico, sì, ma diventato di fatto il vero manifesto del marchio: bere una birra così com’è stata pensata da chi l’ha creata, senza compromessi lungo la strada. Passeggiando tra gli spazi del birrificio, con le ampie vetrate che mettono in comunicazione diretta la zona di produzione con il pubblico, questa attenzione quasi ossessiva alla continuità del freddo si percepisce con chiarezza, anche solo guardando.

Un edificio che sembra nato dal paesaggio

Il Birrificio della Contea non è soltanto un impianto di produzione: è un posto in cui vale la pena restare. Sorge lungo la statale che collega Ventimiglia al Piemonte, in un contesto naturale niente male, e l’edificio è stato pensato per dialogare con quel paesaggio invece di imporsi su di esso. Mattoncini a vista, superfici vetrate ampie, un’identità architettonica moderna che comunque non stona con il verde circostante.

“Si possono effettuare degustazioni sul posto,” racconta Gianluigi, ed è proprio nel dehors esterno, immerso nella natura, che prende forma concreta la promessa del chilometro zero: bere una birra artigianale esattamente dove nasce, in uno spazio pensato per la calma più che per la fretta. La struttura è servita da marciapiede e pista ciclabile, un dettaglio non da poco per chi vuole raggiungerla senza necessariamente prendere l’auto, oltre a un ampio parcheggio per chi invece arriva su quattro ruote.

All’interno, la tap room ha un’anima diversa, più intima e curata: legno, un bancone che invita alla condivisione, e quella sensazione di essere davvero vicini al cuore della produzione, con la cella frigo a un passo. È qui che i visitatori possono vivere l’esperienza della spillatura perfetta e farsi raccontare, birra dopo birra, le storie che si nascondono dietro ogni etichetta. Le vetrate ampie prolungano naturalmente questo spazio verso il dehors esterno, creando un equilibrio che funziona bene tra l’intimità del bancone e la libertà della natura fuori.

Per chi vuole vedere tutto il processo con i propri occhi, il birrificio organizza visite guidate con degustazione: si ripercorre l’intera filiera, dalle materie prime al prodotto finito, e si chiude in tap room con un assaggio delle birre. Le visite sono pensate anche per gruppi numerosi, ed è un dettaglio che dice qualcosa sulla mentalità della famiglia Masala: le porte del proprio lavoro tenute davvero aperte, senza segreti industriali da proteggere gelosamente.

Anche il lato commerciale del progetto segue la stessa logica di apertura. C’è la possibilità di regalare l’esperienza della degustazione attraverso una gift card, pensata per chi ama la birra artigianale ma non ha ancora avuto occasione di scoprire da vicino cosa c’è dietro ogni bottiglia. E c’è un canale dedicato a locali e distributori che vogliono portare le birre della Contea oltre i confini del birrificio stesso: un segnale che, pur restando un progetto profondamente artigianale, guarda anche a una crescita misurata e concreta.

Quello che si impara da chi parte senza sapere tutto

Chiedo a Gianluigi che consiglio darebbe a chi sogna di aprire un’attività partendo, come ha fatto lui, da un settore completamente diverso. La risposta arriva diretta, senza fronzoli: “Non so consigliare a nessuno su come fare azienda, se non garantire che con la passione di lavorare giorno e notte e la tenacia si arriva sempre, o quasi, a esaudire i propri sogni.”

Non è una frase costruita per un manuale di management, ed è proprio per questo che resta impressa. Dentro c’è una verità che vale per chiunque provi a costruire qualcosa da zero: le competenze tecniche si possono imparare, i finanziamenti si trovano, le autorizzazioni, per quanto complicate, prima o poi arrivano. Quello che nessuno può comprare o delegare è la voglia di continuare a lavorarci, giorno dopo giorno, anche quando i risultati tardano ad arrivare.

Nella storia della famiglia Masala ci sono, in fondo, alcuni ingredienti che qualsiasi imprenditore riconoscerebbe. C’è la capacità di ammettere i propri limiti e di colmarli affidandosi a chi ne sa più di te, come dimostra la scelta di affiancarsi a un mastro birraio con vent’anni di esperienza alle spalle. C’è la scelta di costruire un’impresa realmente familiare, con ruoli distribuiti secondo le attitudini di ciascuno più che secondo un organigramma rigido. E c’è, soprattutto, la capacità di trasformare un progetto personale, quasi una scommessa fatta in un settore mai frequentato prima, in qualcosa che porta il nome dei propri figli sull’etichetta.

Perché vale la pena fermarsi

Quella statale tra il Cuneese e il mare continuerà a essere percorsa da migliaia di persone dirette altrove, verso l’ombrellone o verso casa. Ma chi conosce già la storia del Birrificio della Contea sa che vale la pena spezzare il viaggio, fermarsi tra le vetrate e il verde di Ventimiglia, e scoprire di persona quella birra pura, cruda e sincera che Gianluigi, Giorgia e Gabriele producono ogni giorno con la stessa tenacia con cui, prima, si costruivano strade.

Che si tratti di una Pils beverina per il primo caldo, di un’Ipa dal carattere deciso o di una Bock rossa e profumata dedicata a un figlio, ogni birra della Contea porta con sé un frammento di questa storia di famiglia fatta di radicamento nel territorio, apertura al mondo e, non ultimo, un pizzico di incoscienza sana, quella che serve per cambiare mestiere a un certo punto della vita e ricominciare da un birrificio in mezzo al verde. Per scoprire tutte le etichette, prenotare una visita guidata con degustazione o semplicemente conoscere meglio questa giovane realtà brassicola dell’estremo ponente ligure, il consiglio è visitare il sito del birrificio, oppure, meglio ancora, fermarsi di persona lungo la strada che porta al mare: un luogo che, come racconta chi lo ha creato, aspetta solo di essere vissuto, un sorso alla volta, magari proprio quel giorno in cui si pensava soltanto di dover raggiungere la spiaggia il prima possibile.

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