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Birra di montagna, birra di carattere: la storia del Birrificio Beer In

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Lorenzo Dalmasso
Lorenzo Dalmasso
Educatore e consulente in leadership, con un focus sullo sviluppo personale e professionale.

Uno scantinato, una passione e un posto che non trovi per caso

Per arrivarci bisogna volerci andare. La Val Sessera non è una di quelle valli che ti capita tra i piedi mentre cerchi qualcos’altro: non passa da lì nessuna strada principale, non ci sono uscite autostradali comode, non ci sono cartelli che ti invitano a fermarti. È una delle quattro vallate principali del biellese, incuneata tra le prealpi, silenziosa, appartata, con un passato industriale tessile che ha lasciato le sue tracce nei capannoni, nelle ciminiere spente, nelle pietre dei vecchi opifici che ancora resistono lungo le sponde del fiume. È in questo contesto — bello e un po’ difficile, generoso con chi lo cerca e indifferente a chi non lo fa — che è nata una delle storie più genuine del panorama brassicolo italiano degli ultimi anni.

Il Birrificio Beer In non è stato fondato da qualcuno che aveva visto un’opportunità di mercato. Non c’era un white paper, non c’era un pitch deck, non c’era qualcuno che aveva studiato le tendenze del consumo di birra artigianale e aveva deciso di intercettarle. C’era Gianni Mazza, collezionista birrario da trentacinque anni, homebrewer da quasi altrettanti, con quella competenza silenziosa che si accumula birra dopo birra, anno dopo anno, senza fretta e senza bisogno di dimostrare niente a nessuno. E c’era la voglia di fare sul serio, finalmente, quello che fino a quel momento aveva fatto per piacere. Nel 2011, insieme all’amico Paolo, mette in pista un piccolo impianto nello scantinato di una casa a Portula. Siamo ben al di là dei concetti di startup o di progetto imprenditoriale. Siamo nel territorio della passione che prende forma, che diventa oggetto, che inizia a produrre qualcosa di tangibile e bevibile.

Portula è un comune di poche centinaia di abitanti, una di quelle realtà minuscole del biellese dove tutti si conoscono e dove l’idea di aprire un birrificio in cantina non stupisce più di tanto, perché in questi posti la manualità, l’artigianato e il fare con le proprie mani sono cose di casa da generazioni. È un dettaglio che conta, perché dice qualcosa sull’ambiente culturale in cui Beer In ha preso vita: non una città, non un incubatore, non un coworking. Uno scantinato, due amici, tanta birra e la voglia ostinata di capire se si poteva fare sul serio.

Quando entra chi sa fare impresa, le cose cambiano davvero

I birrifici artigianali italiani che nascono dall’entusiasmo sono tanti. Quelli che riescono a trasformare quell’entusiasmo in qualcosa di strutturato e duraturo sono molti di meno. Il momento della svolta per Beer In arriva qualche anno dopo la fondazione, quando entra in società Delfo: imprenditore tessile, seconda o terza generazione, uno che di aziende ne ha viste girare e ne ha viste affondare, che sa cosa significa tenere i conti, gestire le persone, pensare a tre anni di distanza invece che alla prossima cotta. Il suo ingresso non cancella niente di quello che c’era prima — la passione, la competenza tecnica di Gianni, lo spirito fondativo del progetto — ma ci mette sopra una struttura, una direzione, una visione.

È il 2015 quando si decide di fare quello che in gergo sportivo si chiamerebbe il salto di categoria. Il piccolo impianto dello scantinato viene abbandonato, si acquista un sistema da dieci ettolitri nuovo di zecca, e il birrificio si trasferisce nell’ala restaurata di un’ex filatura. Non è una scelta casuale: quegli spazi parlano lo stesso linguaggio del territorio, raccontano la stessa storia di lavoro manuale, di mestiere tramandato, di produzione artigiana che prende sul serio il proprio compito. C’è una continuità quasi poetica tra i telai che una volta occupavano quegli ambienti e i fermentatori che li hanno sostituiti. La filatura e il birrificio, in fondo, parlano la stessa lingua: quella di chi trasforma una materia prima in qualcosa di utile e bello attraverso la competenza delle mani e la precisione del processo.

Ma un progetto che cresce ha bisogno di energia nuova, e Gianni si avvicina all’età della pensione. È qui che entrano in scena i due protagonisti del Beer In di oggi: Luca Fila Robattino, che prende in mano la produzione con la competenza di chi conosce il processo dall’interno, e Davide Canazza, che si occupa della parte gestionale e commerciale. Due profili complementari, due approcci diversi alla stessa missione, lo stesso rispetto per quello che il birrificio era già diventato. In pochi anni, la produzione supera i mille ettolitri annui. Non sono numeri industriali, per essere chiari, ma nel mondo della birra artigianale italiana significano qualcosa: significano che la qualità è riconoscibile, che il mercato risponde, che il progetto tiene.

Birra da bere: una filosofia che sembra semplice e non lo è affatto

Nel mondo della birra artigianale, soprattutto quella italiana degli ultimi anni, c’è stata una certa tendenza a complicarsi la vita — e a complicarla a chi beve. Birre costruite sull’amaro estremo, sull’acidità spinta, sull’originalità come obiettivo principale, sul “fuori stile” come bandiera identitaria. Non che queste cose siano necessariamente sbagliate, ma a volte si ha la sensazione che la complessità sia diventata un fine e non un mezzo, che si voglia stupire più che soddisfare, impressionare più che far bere.

Beer In ha scelto una strada diversa, e lo ha fatto in modo esplicito. “Birra da bere” e “birra per tutti”: due concetti che possono sembrare quasi ovvi — ogni birra, in fondo, è fatta per essere bevuta — ma che nascondono una scelta precisa e, a ben guardare, piuttosto coraggiosa. Perché fare una birra che sia equilibrata, piacevole, accessibile senza essere banale è tecnicamente più difficile che spingere su un’unica caratteristica fino all’eccesso. Richiede controllo, richiede misura, richiede una competenza che non ha bisogno di esibirsi.

I ragazzi di Beer In bevono tanta birra — lo dicono senza imbarazzo — e bevono insieme al loro pubblico. C’è in questo qualcosa di fondamentale: non si produce per un’élite di appassionati con un vocabolario sensoriale specializzato, si produce per chi vuole bere qualcosa di buono, di onesto, di riconoscibile. Gli stili di riferimento sono quelli della grande tradizione brassicola europea — le nazioni che producono birra dalla notte dei tempi, dicono, e che hanno ancora tanto da insegnare alla giovane Italia birraia. Ma non si tratta di imitazione: si tratta di imparare da chi sa, e poi fare qualcosa di proprio.

L’equilibrio è il punto fermo attorno a cui ruota tutta la filosofia produttiva. Anche nelle birre più sperimentali, anche quando ci si avventura nel “fuori stile” o si accettano voli pindarici che portano lontano dalla zona di conforto, la ricerca è sempre orientata verso il bilanciamento. Le materie prime devono dialogare, non sovrastarsi. Le scelte produttive devono sostenere il risultato, non diventare il risultato. Niente che pesti i piedi alle altre componenti, niente che urli più forte del necessario, niente che arrivi a quegli eccessi che il mondo americano ha reso celebri ma che a Beer In non appartengono. È una posizione chiara, quasi controcorrente, e proprio per questo merita rispetto.

Tradizione sì, ma con gli occhi aperti su quello che viene dopo

Rispettare la tradizione non vuole dire restare fermi. Beer In lo dimostra con due scelte produttive che parlano di un’attenzione genuina al presente e al futuro: la produzione di birre con luppolo 100% autoctono italiano, e le Italian Grape Ale. Quest’ultimo è il primo stile di paternità italiana a tutti gli effetti nel mondo della birra, una categoria nata dalla contaminazione tra la cultura brassicola e quella vitivinicola, due tradizioni che in Italia hanno radici profondissime e che qui trovano un punto di incontro inaspettato ma coerente.

È la stessa logica che guida tutto il lavoro del birrificio: si guarda indietro per capire da dove si viene, si guarda intorno per capire dove si è, si guarda avanti per capire dove si può andare. Lo sguardo al domani non significa rinnegare il ieri, significa portarselo dietro in modo intelligente. La tradizione, in questa visione, non è un museo da preservare ma una cassetta degli attrezzi da cui prendere quello che serve e lasciare quello che non serve più.

Le birre sono non pastorizzate — vive, in continua evoluzione, esattamente come dovrebbe essere un prodotto artigianale fatto sul serio. Niente additivi, niente conservanti, niente che non sia strettamente necessario al processo. È una scelta che impone rigore e attenzione in ogni fase della produzione, che complica la logistica e richiede una gestione più attenta della catena distributiva, ma che garantisce qualcosa che il mercato industriale non può offrire: autenticità vera, non dichiarata in etichetta ma percepibile nel bicchiere.

Il territorio non è lo sfondo: è il personaggio principale

Se si dovesse trovare il filo che unisce tutto — la storia di Gianni, il salto del 2015, la filosofia produttiva, i nomi delle birre — quel filo sarebbe il territorio. La Val Sessera non è un brand, non è un’etichetta turistica che Beer In ha deciso di sfruttare per distinguersi. È il luogo fisico, concreto, specifico in cui tutto questo è accaduto e continua ad accadere, e quel luogo ha lasciato la sua impronta ovunque.

Il biellese è una provincia di circa centottantamila abitanti distribuiti su un territorio vasto, dominato in larga parte dalle prealpi. Non è una zona che si vende facilmente: non ha la notorietà delle Dolomiti, non ha il richiamo del lago di Como, non ha l’infrastruttura turistica che trasforma un posto in una destinazione di massa. Ma ha qualcosa di più raro, che chi la conosce fatica a spiegare e fatica ancor di più a lasciare: una bellezza silenziosa, una qualità della vita che si respira nell’aria, spazi naturali di una generosità straordinaria. L’Oasi Zegna, la strada panoramica che collega la Val Sessera alla Valle Cervo passando per Bielmonte, è uno di quegli itinerari che chi c’è stato ricorda a lungo. Ma è solo il più conosciuto di una serie di angoli che attendono di essere scoperti da chi ha la pazienza e la curiosità di cercarli.

I nomi delle birre di Beer In sono quasi tutti nomi di animali in dialetto locale. Non è un vezzo decorativo, non è un tentativo di sembrare autentici: è il modo più diretto per dichiarare da dove si viene e a cosa si appartiene. Ogni bottiglia è una piccola mappa sonora del territorio, un invito a chiedersi cosa significhi quel nome, dove porti, cosa ci sia oltre la stradina che sale verso le prealpi. È un dettaglio che racconta più di molte dichiarazioni di intenti: il territorio non è un’ispirazione, è un’identità.

C’è anche, in tutto questo, una missione che va oltre la produzione di birra: portare le persone a conoscere questo angolo di Piemonte, far aprire la bocca di sorpresa a chi ci arriva per la prima volta e si trova davanti paesaggi che non si aspettava. Organizzare eventi, gite, spedizioni a tema che facciano da guida in una zona che non si offre da sola ma che sa ripagare con generosità chi la cerca. È un’ambizione bella e concreta, coerente con tutto il resto. Perché una birra buona bevuta in un posto bellissimo è un’esperienza che si racconta, e il passaparola — quello vero, quello che nasce da un pomeriggio passato bene — è ancora la forma di comunicazione più efficace che esista.

Da Portula a Trivero: una crescita che non ha perso la rotta

La sede operativa del birrificio si trova oggi in Frazione Zoccolo 3/B a Trivero, nell’ala di quella ex filatura che è diventata la casa di Beer In nella sua versione adulta e strutturata. L’impianto da dieci ettolitri lavora, le birre escono, il mercato risponde. Gianni supervisiona e consulta, lasciando spazio a Luca e Davide senza scomparire del tutto — il tipo di passaggio generazionale che nel mondo artigianale è sempre delicato e che qui sembra essere riuscito nel modo migliore possibile. Non è scontato: molti progetti nati dalla passione di una singola persona faticano a sopravvivere al cambio di guardia, si perdono nell’interpretazione, si diluiscono nel compromesso. Beer In no. Ha trovato il modo di continuare a essere se stesso cambiando le persone che lo tengono in piedi, e questo dice qualcosa di importante sulla solidità dell’identità che è stata costruita nel tempo.

Superare i mille ettolitri annui in un territorio così periferico, con una rete distributiva che deve costruirsi da zero la propria visibilità, senza il vantaggio di essere in una grande città o in una zona ad alta densità di pubblico interessato, è un risultato che dice qualcosa di preciso: che la qualità si fa strada, anche dove la strada è lunga e in salita.

Beer In ha guadagnato il rispetto del circuito della birra artigianale italiana non cercando di assomigliare a qualcos’altro, ma restando fedele a quello che è fin dall’inizio — un birrificio nato dalla passione vera di persone vere, in un posto vero, con una filosofia che non cambia a seconda di quello che tira. In un settore dove le mode si susseguono veloci e molti corrono ad adeguarsi, questa coerenza vale più di qualsiasi riconoscimento. È la coerenza di chi sa cosa vuole fare e perché lo fa, e non ha bisogno di guardare cosa fanno gli altri per trovare la propria direzione.


Se non conoscete ancora le birre del Birrificio Beer In, è il momento di rimediare. Andate sul sito www.birrificiobeerin.it per scoprire tutta la produzione, scrivete a info@birrificiobeerin.it per qualsiasi informazione. E se avete voglia di un’esperienza diversa — di quelle che si ricordano e si raccontano — salite fino a Trivero, in Frazione Zoccolo 3/B, e andate a vedere di persona da dove viene questa birra. Il territorio vi aspetta con tutta la sua bellezza discreta e generosa. E una birra buona, bevuta in un posto così, sa di qualcosa in più.

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