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La stazione di Boboli per ristorarsi: Claudia e il B Station Wine & Food Lab

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Elisa Ravelli
Elisa Ravelli
Ricercatrice e autrice specializzata in psicologia della leadership e dinamiche di gruppo

Nell’Oltrarno fiorentino, un’enoteca con due ingressi, un giardino, una carta dei vini scelta bottiglia per bottiglia e una donna che da quasi tre anni la manda avanti da sola

Un isolato che si attraversa da parte a parte

La prima cosa che si nota del B Station Wine & Food Lab non è dentro il locale, ma nel modo in cui il locale sta dentro il quartiere. Ha due indirizzi: via Romana 126 rosso e via de’ Serragli 133 rosso. Due strade diverse dell’Oltrarno, due flussi di persone diversi, un unico posto che li mette in comunicazione attraversando l’isolato.

Da via Romana si entra dal lato che guarda verso Porta Romana e i Giardini di Boboli, la parte di Firenze che i visitatori percorrono a passo veloce per raggiungere Palazzo Pitti. Da via de’ Serragli si arriva invece dal cuore di San Frediano, il quartiere che negli ultimi anni è diventato il posto dove i fiorentini vanno a bere qualcosa la sera. In mezzo c’è il giardino, ed è lì che d’estate si sposta tutto.

“Ho due entrate, una in via Romana 126/R e una in via de’ Serragli 133/R, dove c’è il giardino, molto frequentato con la buona stagione,” spiega Claudia, che il locale l’ha fondato e oggi lo gestisce interamente.

I numeri raccontano bene la doppia natura del posto. All’interno B Station accoglie fino a venti persone: una sala raccolta, di quelle in cui si finisce inevitabilmente per parlare col tavolo accanto. Nella bella stagione il giardino arriva a trenta posti, e quindi la capienza del locale cambia di segno. Da ottobre a marzo è un’enoteca di quartiere dove ci si ferma per un calice al riparo; da aprile in poi diventa uno dei giardini in cui si cena all’aperto in una città che di spazi verdi privati, nel centro storico, ne ha pochissimi.

Il disegno di una fermata che a Firenze non esiste

Sull’insegna c’è un cerchio con una barra orizzontale attraversata da una scritta. Chiunque abbia preso la metropolitana a Londra lo riconosce al primo sguardo: è il roundel, il simbolo che a Baker Street o a Piccadilly Circus indica dove scendere. A Firenze, città che una metropolitana non l’ha mai avuta, quel simbolo su una porta di via Romana ha un effetto curioso.

Non è un prestito grafico casuale, e non l’ha disegnato un’agenzia.

“B Station nasce da una mia fantasia,” racconta Claudia. “Il logo, che ho disegnato personalmente, raffigura il simbolo della metropolitana inglese: se ci fosse la metropolitana, questa sarebbe la stazione di Boboli, in quanto i giardini sono davanti al locale, a pochi passi dall’entrata.”

L’idea, insomma, è venuta prima dell’insegna, prima del nome commerciale, prima del listino. Una fermata immaginaria in un punto della città dove una fermata avrebbe perfettamente senso: i giardini più visitati di Firenze si aprono a poche decine di metri, e chi esce da Boboli dopo un paio d’ore di camminata in salita ha esattamente il tipo di sete che un’enoteca sa soddisfare. Da qui anche il titolo che Claudia stessa suggerisce quando le si chiede come racconterebbe il suo locale: la stazione di Boboli per ristorarsi.

Il fatto che il disegno sia suo — matita in mano, senza deleghe — è coerente con tutto il resto di questa storia, e chi entra se ne accorge in fretta.

“Come diceva mia mamma, sono una persona coraggiosa”

Le si chiede di descriversi, e Claudia non tira fuori un aggettivo costruito per l’occasione. Cita sua madre.

“Come diceva mia mamma, sono una persona coraggiosa.”

Il coraggio, qui, ha una cronologia societaria molto precisa. “Eravamo partiti in due per questa avventura, poi successivamente si è aggiunto un altro socio. Poi, da quasi tre anni, sono l’unica persona di questa società. Organizzo tutto da sola.”

Tre passaggi, una manciata di parole, e dentro c’è un pezzo di storia imprenditoriale che chiunque abbia avuto una partita IVA riconosce senza bisogno di spiegazioni. Le compagini cambiano. Qualcuno entra convinto e poi cambia idea, qualcuno esce per ragioni che non c’entrano nulla con l’andamento del locale. E arriva il giorno in cui bisogna decidere se il progetto continua con una persona sola oppure si chiude e si vende l’arredamento.

Claudia ha deciso che continuava. E “organizzo tutto da sola” va preso alla lettera: la selezione delle etichette, i rapporti con le cantine e i rappresentanti, gli ordini, il menù, la sala, l’accoglienza, il calendario delle degustazioni, il giardino da rimettere in ordine ogni primavera. Sei giorni su sette, perché il riposo settimanale è il lunedì e negli altri giorni si comincia a mezzogiorno — alle 12:30 il martedì e la domenica — e si chiude a sera.

Alla domanda su cosa serva per fare questo mestiere, la risposta è secca: “Questo lavoro si intraprende solo se hai passione.”

E subito dopo arriva la frase che rende credibile tutto il resto, perché è quella che la maggior parte degli imprenditori evita di dire a un giornalista: “Certo, a volte ci possono essere momenti di scoraggiamento.”

Ci sono le serate in cui il tempo cambia e il giardino resta vuoto, le forniture che ritardano, la stanchezza di chi non ha nessuno a cui passare il turno. Claudia non lo nasconde, il che rende molto più interessante il modo in cui reagisce.

Il complimento di un cliente come unità di misura

Perché la risposta alla domanda “cosa ti dà la forza” non riguarda i numeri.

“Quello che mi dà forza sono i miei clienti, nuovi e abituali. Quando ricevo un complimento mi carica di energia ed entusiasmo: la cosa più bella per me.”

Vale la pena fermarsi un attimo su questo punto, perché è il cuore di come funziona la leadership dentro un locale da venti coperti. Non c’è una squadra da coordinare, non ci sono riunioni, non c’è un cruscotto di indicatori da guardare il lunedì mattina. C’è una persona che sceglie un vino, lo versa, e nel giro di dieci minuti sa se ha avuto ragione o torto — perché glielo dice la faccia di chi lo sta bevendo, o glielo dice a voce mentre paga il conto.

È un sistema di misurazione brutale e immediato, e chi ci lavora dentro sviluppa una sensibilità che nessun questionario di gradimento riesce a replicare. Claudia lo racconta come una fonte di energia più che come una pressione, ed è probabilmente questa la ragione per cui il locale ha superato indenne il passaggio da tre soci a uno. Un cliente abituale che torna è, per un’attività di questa scala, una forma di finanziamento e di conferma allo stesso tempo.

La nonna, la frase e il mestiere di assaggiare

C’è una scena, nel racconto di Claudia, che spiega il metodo con cui lavora ancora oggi.

“Fin da piccola seguivo mia nonna in cucina, mi diceva: guarda e impara.”

Quattro parole, nessun corso, nessuna dispensa. L’apprendimento per osservazione, quello che nelle famiglie italiane ha trasmesso più competenze di qualunque istituto tecnico, e che ha un vantaggio poco riconosciuto: insegna prima di tutto a stare zitti e a guardare le mani di chi sa fare una cosa.

Quel principio Claudia se l’è portato nel vino, dove si è formata come assaggiatore sommelier e dove continua a considerarsi una che ha ancora parecchio da imparare. “Certamente, tutti i giorni si impara qualcosa nel mondo del vino,” dice, e lo dice una che sceglie personalmente ogni bottiglia in carta.

Il consiglio che dà a chi vorrebbe intraprendere questa strada sta in una riga: “Mai abbassare la guardia. Studiare, ascoltare e assaggiare — nel mio caso fondamentale.”

L’ordine dei tre verbi non è casuale. Studiare viene prima: denominazioni, vitigni, annate, tecniche di cantina, geografia dei territori. Ascoltare viene subito dopo, ed è la parte che in molti saltano — ascoltare i produttori quando raccontano com’è andata la vendemmia, e ascoltare i clienti quando dicono cosa cercano davvero, che quasi mai coincide con quello che credono di dover chiedere. Assaggiare chiude il giro, perché è l’unico modo per verificare se le prime due cose hanno funzionato.

Nel settore capita spesso il contrario: si raggiunge un livello di competenza sufficiente a cavarsela e ci si ferma lì, amministrando la rendita. Qui la carta dei vini dimostra che l’assaggio è ancora un’attività quotidiana.

Bottiglie che dall’altra parte del ponte non si trovano

“Io offro vini che non trovi,” dice Claudia. “Faccio una ricerca molto attenta.”

In pratica significa una selezione ampia e in movimento continuo. In carta ci sono etichette italiane importanti insieme a una presenza mirata di francesi, con lo Champagne in evidenza; rossi, bianchi, rosé, bollicine; vini naturali, biologici ed ecologici; e poi bottiglie di peso e vecchie annate, quelle che si aprono per un’occasione o per pura curiosità.

La mescita al calice cambia spesso ed è sempre scelta da lei. È una decisione operativa che costa fatica, perché obbliga ad assaggiare e a decidere di continuo invece di lasciare in lista gli stessi sei vini per tutto l’anno, e per gruppi di quattro persone o più il consiglio della casa è passare direttamente alla bottiglia, che al tavolo funziona meglio.

Il criterio di selezione, poi, è dichiarato senza giri di parole: ogni scelta nasce dal gusto personale di Claudia e dall’incontro con cantine che hanno una storia vera dietro. Nessuna classifica, nessun punteggio di guida usato come alibi. Chi consiglia una bottiglia in questo modo si prende una responsabilità personale ogni volta che apre bocca.

Ultimo dettaglio, tutt’altro che secondario: tutti i vini dell’enoteca si possono acquistare direttamente in negozio. Non ci sono spedizioni né consegne a domicilio. Nel 2026, con le enoteche online che recapitano in ventiquattr’ore, è una scelta che va nella direzione opposta al mercato — e che ha una sua logica, perché il valore aggiunto qui è la conversazione con chi quella bottiglia l’ha scelta.

Che cosa si mangia in un posto che non ha i fornelli

Arriviamo al punto che dal lato gestionale è il più interessante di tutti, e Claudia lo mette sul tavolo con la naturalezza di chi ha risolto il problema da tempo.

“Non ho la cucina al B Station, ma riesco sempre ad avere un menù con svariati prodotti.”

Chi ha lavorato nella ristorazione sa quanto pesi quella frase: senza una cucina attrezzata cadono per intero interi capitoli di menù. La soluzione trovata qui è stata spostare il baricentro dalla preparazione alla selezione della materia prima e all’abbinamento.

Il risultato in carta: taglieri di salumi artigianali e formaggi, selezioni di formaggi con marmellate, schiacciate ripiene di vario genere, crostini toscani e vegetariani, spiedini di brie e albicocche, insalate molto varie. E poi i freddi diventati riconoscibili — burrata con acciughe del Cantabrico, prosciutto e melone, burrata con salmone selvaggio e pistacchi — che sono esattamente il tipo di piatto che regge il confronto con un calice importante senza bisogno di una brigata dietro. A seconda della stagione compaiono anche piatti caldi, dalle lasagne ai cannelloni. Ci sono opzioni vegetariane e, con preavviso, anche senza glutine.

Accanto ai calici, per chi preferisce cominciare diversamente, c’è una carta di cocktail classici e signature, oltre alle proposte analcoliche. E su richiesta l’abbinamento fra piatto e vino viene consigliato direttamente al tavolo.

Serate in cui a parlare è chi il vino lo fa

“Organizzo degustazioni con cibo in abbinamento,” dice Claudia, e la formula ha una struttura precisa che vale la pena descrivere.

Le serate sono guidate direttamente dai produttori o dai rappresentanti delle cantine, che spiegano i vini, la loro storia e il lavoro che sta dietro ogni bottiglia. Gli abbinamenti food vengono studiati dopo aver conosciuto e analizzato i vini in programma: prima si assaggia quello che arriverà nel bicchiere, poi si decide cosa metterci accanto. Sembra ovvio, ma è l’ordine inverso rispetto a quello che si vede in parecchi eventi di questo tipo.

Le degustazioni possono essere tematiche, dedicate a una singola cantina, a un vitigno o a un percorso di assaggio costruito su misura, e durano dalle due ore e mezza alle tre. Su richiesta si tengono anche in inglese, cosa che in un quartiere attraversato da viaggiatori curiosi conta parecchio. La prenotazione è sempre obbligatoria, e gli stessi spazi ospitano compleanni, lauree e piccoli eventi privati, sempre nel registro informale che è la cifra della casa.

Dove scendere, e a che ora

Il B Station Wine & Food Lab si trova in via Romana 126/R, con il secondo ingresso e il giardino in via de’ Serragli 133/R, nell’Oltrarno fiorentino, a pochi passi dai Giardini di Boboli. Chiuso il lunedì; martedì dalle 12:30 alle 22:00; da mercoledì a sabato dalle 12:00 alle 22:00; domenica dalle 12:30 alle 21:00. Nei fine settimana, e soprattutto d’estate quando il giardino si riempie, conviene prenotare; per le degustazioni la prenotazione è indispensabile.

Se capitate a Firenze, o se ci abitate e non ci siete ancora passati, vale la deviazione: si scende dalla parte alta di via Romana, si spinge la porta col roundel londinese e ci si fa consigliare un calice da chi quel vino l’ha assaggiato prima di voi. La carta aggiornata, il calendario delle degustazioni e tutti i contatti sono sul sito www.bstation.it, dove si trova anche il menù completo.

A servirvi troverete Claudia. È la stessa persona che ha scelto la bottiglia, che ha composto il tagliere e che, qualche anno fa, si è messa a tavolino a disegnare la fermata di una metropolitana che a Firenze non c’è.

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