Proviamo a partire da una domanda scomoda. Quante delle cose che vendi stanno davvero guadagnando? Non generando fatturato — quello lo vedi sul registratore di cassa. Guadagnando. Al netto dei costi reali, del tempo che ci metti, della complessità che portano in magazzino, nei rapporti coi fornitori, nella testa di chi lavora ogni giorno. Quasi nessuno lo sa con precisione. E quasi nessuno vuole saperlo, perché la risposta è quasi sempre la stessa: meno di quanto si pensi. Molto meno. I dati che arrivano dalle analisi sulle aziende manifatturiere e distributive dicono che più del 60% della gamma di prodotti contribuisce a meno del 10% del margine totale. Sessanta per cento del catalogo. Dieci per cento dei guadagni. Tutto il resto — lo spazio, i fornitori, le ore, il capitale immobilizzato — produce quasi niente. Questo non è un problema di Nestlé o Coca-Cola. È il problema della gelateria con trenta gusti di cui dodici non vende quasi mai, del ristorante col menu di sei pagine in cui il cameriere consiglia sempre le stesse quattro cose, del negozio che ogni stagione aggiunge qualcosa senza mai togliere nulla. La complessità si accumula in silenzio, un pezzo alla volta, e raramente qualcuno si ferma a fare i conti su quanto costa tenerla in piedi.
Il catalogo cresce per inerzia, non per strategia
Aggiungere è semplice. Togliere è difficile anche quando sarebbe la cosa più sensata del mondo. Dietro ogni prodotto c’è qualcosa: un accordo già firmato con un fornitore, un cliente che lo chiede da anni, un’intuizione di tre stagioni fa, un investimento che nessuno vuole ammettere di aver fatto male. Il catalogo non cresce perché qualcuno ha deciso che debba crescere. Cresce perché è più facile aggiungere che ragionare. Il risultato lo conosce chiunque abbia gestito un’attività per qualche anno. Spazio occupato da prodotti che ruotano una volta al mese. Capitale bloccato in scorte che impiegano un semestre a smaltirsi. Personale che passa il tempo a gestire referenze marginali invece di dedicarsi a quelle che contano. In un ristorante significa materie prime comprate in piccoli lotti a condizioni peggiori, sprechi in cucina, difficoltà a formare lo staff su una proposta che cambia continuamente. In un negozio significa scaffali affollati dove niente emerge davvero, e clienti che escono senza aver comprato perché non riuscivano a orientarsi. La razionalizzazione del catalogo è il nome tecnico del processo che mette ordine in tutto questo. Non è un modo per diventare più piccoli. È un modo per diventare più redditizi — e spesso più riconoscibili, più chiari, più capaci di fare bene quello che si fa davvero bene.
Perché funziona: i meccanismi che non si vedono subito
Prima di capire come si fa, vale la pena capire perché funziona. I meccanismi sono più concreti di quanto sembri, e si applicano tanto a una multinazionale quanto a un negozio di alimentari nel centro storico di una città di provincia. Il primo effetto è sul magazzino, e si vede in fretta. Quando si concentrano le vendite su meno referenze, si compra di più sulle stesse cose. Si ottengono condizioni migliori dai fornitori. Si riduce il rischio di invenduto. Chi gestisce un’attività alimentare sa esattamente di cosa si parla: prodotti comprati e non venduti che finiscono in perdita, scadenze che si avvicinano e costringono a svendere o buttare. Razionalizzare il catalogo è uno dei modi più diretti per tagliare questo costo senza toccare altro. Il secondo effetto è sul tempo — e questo è forse il meno misurabile ma il più importante per chi lavora in una piccola attività. Ogni prodotto in più porta con sé una quota di attenzione: trattative, aggiornamenti, formazione, spazio mentale. Quando si gestiscono trenta referenze invece di quindici, il costo non è solo economico. È energia, concentrazione, capacità decisionale che si disperde su cose marginali invece di andare su quelle che costruiscono il valore dell’attività. Il terzo effetto riguarda i prezzi di acquisto. Con volumi più concentrati su meno prodotti, si diventa un cliente più importante per i fornitori che contano. Un bar che acquista una sola miscela di caffè in quantità regolari e significative ottiene condizioni diverse da uno che prende cinque miscele diverse in piccole quantità. Un negozio che punta su tre o quattro produttori selezionati invece di venti diventa un interlocutore rilevante per quei produttori, con tutto ciò che ne segue in termini di priorità, margini, supporto. I numeri che circolano nelle analisi di settore danno un’idea della portata del fenomeno. Secondo i calcoli di L.E.K. Consulting, la razionalizzazione del catalogo può aggiungere tra 65 e 90 punti base di miglioramento ai margini lordi. Per un’attività con mezzo milione di euro di fatturato, si parla di migliaia di euro in più all’anno senza vendere di più — solo vendendo meglio, su meno cose. E tagliare il 10% del catalogo, secondo i benchmark del largo consumo, permette di ridurre fino al 18% l’inventario totale. L’effetto sul cassa e sul capitale circolante è immediato.
Quello che Barry Schwartz ha dimostrato trent’anni fa e che ancora si ignora
C’è un altro motivo per cui meno prodotti funzionano meglio, e viene dalla psicologia. Nel 2004 lo psicologo americano Barry Schwartz pubblicò The Paradox of Choice, un libro che avrebbe dovuto cambiare il modo in cui le attività commerciali pensano alla propria offerta. Non è andata così, almeno non per tutti. La tesi era questa: più opzioni offriamo alle persone, meno sono soddisfatte della scelta che fanno. E spesso non scelgono affatto. L’esperimento più citato a riguardo fu condotto dalla professoressa Sheena Iyengar della Columbia University in un centro commerciale, con un banchetto di marmellate. Quando erano esposte 24 varietà, molte persone si fermavano a guardare. Quando erano esposte solo 6 varietà, le persone che si fermavano erano meno — ma compravano quasi dieci volte tanto. L’abbondanza di scelta non facilita l’acquisto. Lo paralizza. Genera ansia da decisione, porta il cliente a esitare, a rimandare, ad andarsene senza aver preso nulla. Chiunque abbia gestito un’attività con un’offerta molto ampia lo riconosce: il cliente davanti al menu di sei pagine che alla fine ordina sempre le stesse due cose, la persona che in negozio chiede aiuto perché non sa da dove cominciare, il visitatore del sito che abbandona il carrello dopo aver aggiunto e tolto prodotti per un quarto d’ora. Non è indecisione del cliente. È un problema strutturale dell’offerta. La selezione — il fatto che qualcuno abbia già scelto per te, con criterio — è un servizio. Un’osteria che propone dieci piatti, tutti preparati con ingredienti locali di stagione, comunica competenza e cura. Un negozio di vini con cento etichette selezionate con attenzione dice al cliente che quelle cento bottiglie sono state scelte da qualcuno che sa quello che fa. La ristrettezza diventa autorevolezza. E l’autorevolezza fidelizza molto più di un catalogo infinito.
I grandi lo hanno imparato a caro prezzo
I casi più documentati di razionalizzazione appartengono alle grandi aziende, ma i meccanismi che li spiegano non cambiano con la scala. Apple nel 1997 è l’esempio che si cita sempre, e si cita sempre per un motivo: è difficile trovarne uno più netto. Quando Steve Jobs tornò in azienda, Apple era a novanta giorni dal fallimento. Produceva dozzine di varianti degli stessi prodotti — fino a dodici versioni del Macintosh — cercando di accontentare ogni richiesta dei rivenditori. Jobs tagliò il 70% del catalogo e semplificò tutto in quattro categorie. L’anno prima del suo ritorno Apple aveva perso oltre un miliardo di dollari. L’anno dopo registrò un profitto di 309 milioni. La frase con cui sintetizzò la propria filosofia è rimasta: “Sono fiero di quello che non facciamo tanto quanto di quello che facciamo.” Nei beni di largo consumo la stessa logica si è imposta negli anni della pandemia e dell’inflazione, quando le supply chain sotto pressione hanno costretto molte aziende a fare quello che avrebbero dovuto fare da tempo. Nestlé ha dichiarato pubblicamente di puntare a riduzioni superiori al 20% nelle referenze, spiegando agli analisti che le voci eliminate erano “essenzialmente a crescita zero, redditività zero”. Coca-Cola ha consolidato 17 divisioni in 9 e ha smesso di produrre numerosi SKU, compreso un bel numero di gusti di Fanta. Il CEO James Quincey ha usato un’espressione che vale la pena ricordare: l’azienda stava dando “priorità in modo spietato alle referenze core”. Spietato. Non moderato, non graduale. Spietato. Il modello più utile per chi gestisce un’attività locale è però quello di Aldi, perché Aldi non ha razionalizzato in risposta a una crisi. Ha costruito la propria competitività su un catalogo deliberatamente ristretto fin dall’inizio. Mentre un supermercato tradizionale gestisce oltre 10.000 referenze, Aldi ne mantiene 1.400-2.000, tutte a rapida rotazione, più del 90% a marchio proprio. Il risultato sono prezzi fino al 50% inferiori ai concorrenti e margini che molte catene tradizionali si sognano. Non perché venda prodotti migliori o abbia tecnologie superiori. Perché ha scelto di non fare troppe cose.
Come si fa davvero, senza consulenti e senza formule magiche
La razionalizzazione del catalogo non richiede software sofisticati né studi di consulenza. Richiede onestà e la volontà di guardare i numeri veri invece di quelli comodi. Il punto di partenza è misurare quello che non si misura mai abbastanza: il margine effettivo di ogni prodotto o servizio, non il fatturato che genera. Margine che deve tenere conto del costo del prodotto, ma anche del tempo di gestione, del rischio di invenduto, dello spazio occupato, della complessità logistica. Spesso emerge che il prodotto più venduto in assoluto non è il più redditizio, e che alcune referenze con numeri modesti hanno una salute economica molto migliore di quanto sembrasse. Qui entra in gioco la regola 80/20, che nelle attività commerciali si conferma quasi sempre: il 20% delle referenze genera l’80% del fatturato, e una percentuale ancora più alta del margine. Identificare quel 20% è il lavoro centrale. Non per eliminare immediatamente tutto il resto, ma per capire dove concentrare le energie, la comunicazione, gli investimenti, la cura. La fase più difficile è decidere cosa togliere senza farsi guidare dall’emozione. Un prodotto è candidato all’uscita quando genera margini negativi o irrisori, quando vende così poco da non giustificare la complessità di tenerlo, quando richiede fornitori o competenze specifiche per pochi ordini all’anno, quando occupa spazio fisico o mentale che potrebbe essere usato meglio. Il problema è che ognuna di queste referenze ha una storia, un motivo per cui è entrata in catalogo, qualcuno che la difende. La difficoltà non è tecnica. È psicologica. L’ultimo passo, spesso dimenticato, è comunicare la scelta. Un’attività che riduce la propria offerta e lo spiega — “abbiamo scelto di concentrarci su quello che sappiamo fare meglio” — si posiziona in modo completamente diverso da una che scompare silenziosamente. La selezione consapevole, raccontata con chiarezza, diventa parte dell’identità. I clienti capiscono. E spesso apprezzano più di quanto ci si aspetti.
L’obiezione che si sente sempre, e perché quasi sempre è sbagliata
“Se elimino quel prodotto, perdo quel cliente.” È la frase che blocca la maggior parte delle decisioni di questo tipo. Comprensibile. Ma raramente vera. Le analisi sui casi di razionalizzazione nelle aziende di consumo mostrano un dato che sorprende quasi tutti: quando un prodotto viene eliminato, la maggior parte dei clienti che lo acquistava non va da un concorrente. Sceglie un’altra referenza dello stesso produttore, dello stesso negozio, dello stesso locale. La perdita di fatturato è in larga parte apparente. E viene compensata, quasi sempre, dall’aumento dei margini su quello che resta. In un contesto locale questo meccanismo è ancora più evidente, perché il legame con l’attività è più forte del legame con il singolo prodotto. Se una pizzeria toglie dal menu una pizza che vende tre volte al mese, i clienti che la ordinano prendono un’altra pizza. Non cambiano pizzeria. Se un negozio di alimentari smette di tenere un formato di un prodotto che ruota lentamente, quasi nessuno cambia negozio per questo. La fedeltà all’attività sopravvive quasi sempre all’eliminazione di una referenza. Quello che invece cambia, con un catalogo più piccolo, è la qualità media di tutto il resto. Il personale conosce meglio i prodotti che restano, li sa raccontare, li sa consigliare. Il magazzino è più ordinato, l’approvvigionamento più preciso, la proposta più coerente. L’esperienza del cliente migliora — non nonostante la riduzione dell’offerta, ma proprio grazie a essa.
Una scelta strutturale, non una risposta alla crisi
Per molto tempo la razionalizzazione del catalogo è stata pensata come una misura difensiva: si taglia quando le cose vanno male, quando i margini crollano, quando non c’è altra via. I casi degli ultimi anni — nelle grandi aziende come in molte piccole realtà — hanno dimostrato che non è così. È una scelta che conviene fare in qualsiasi momento del ciclo, e che chi ha fatto in anticipo si è trovato in vantaggio quando le crisi sono arrivate. Le attività italiane che gestiscono cataloghi troppo ampi, spesso per inerzia o per il timore di deludere qualcuno, portano un peso che non è necessario portare. Non si tratta di fare meno. Si tratta di fare meglio, su meno cose, con più attenzione. Il catalogo corto non è una rinuncia: è una posizione. E le attività che la assumono consapevolmente — invece di continuare ad aggiungere senza mai togliere — si trovano quasi sempre in una forma migliore. Più chiare su quello che sono, più solide economicamente, più facili da capire per i clienti che valgono davvero la pena di tenere. Vale la pena ricordare la frase di Jobs, non perché Apple sia un modello replicabile per una trattoria o un negozio di ottica, ma perché sintetizza qualcosa di universalmente vero: essere fieri di quello che non si fa è già metà del lavoro.

