16.7 C
Milano
lunedì, Ottobre 12, 2026

N.1 Leadership Magazine

© AM, LTD. All rights reserved. Saliremo® is a registered company.

«Se le dai l’amore giusto, ti ripaga»: la famiglia Bencini e l’Azienda Agraria Casanuova di Ama

Più Letti

Paolo Vellani
Paolo Vellani
Coach e formatore specializzato in strategie di leadership e crescita aziendale

A Gaiole in Chianti, a 550 metri di quota, tre generazioni hanno lavorato la stessa terra: prima per conto d’altri, dal 1967 per sé. Yuri Bencini, enologo e titolare insieme al padre Luciano, racconta un’azienda che ha aspettato diciassette anni prima di vendere la sua prima bottiglia.

Cinquecentocinquanta metri sopra il livello del mare

La strada che porta ad Ama, nel comune di Gaiole in Chianti, sale. Sale parecchio. Man mano che si guadagna quota i vigneti si fanno più rari, i boschi si infittiscono, e quando finalmente si arriva a Casanuova di Ama ci si accorge che l’altimetro segna 550 metri: una quota che nel Chianti Classico non è la norma, e che cambia tutto.

Intorno ci sono vigneti e uliveti. Sotto, le colline che scendono verso il fondovalle. In alto, un cielo che d’estate resta chiaro fino a tardi e che d’inverno porta gelate di cui qui si tiene il conto.

Ama è una frazione minuscola, di quelle che sulle carte compaiono in corpo piccolo, dentro un comune dove gli ettari coltivati a vite superano abbondantemente il numero degli abitanti. Siamo nel cuore della denominazione Chianti Classico, in una delle sue porzioni più alte e ventilate, dove il Sangiovese matura con i suoi tempi e non con quelli che vorrebbe il calendario commerciale.

L’azienda è dei Bencini, e a raccontarla è Yuri, che ne è titolare insieme al padre Luciano e che segue la parte enologica. Non è un imprenditore arrivato al vino da un altro mestiere, come ne sono arrivati tanti in questa zona negli ultimi trent’anni. È figlio, nipote e pronipote di gente che questa terra la lavorava già.

Una terra che non regala niente, ma sa ricompensare

Quando gli si chiede di descrivere il rapporto con questi terreni, Bencini usa una parola che le brochure aziendali di solito evitano con cura.

«Da sempre la mia famiglia ha coltivato questa magnifica terra, difficile, ma se gli dai l’amore giusto, ti ripaga con eccellenze uniche.»

Difficile. In alta collina la maturazione arriva più tardi, l’escursione termica tra il giorno e la notte è marcata, le pendenze complicano ogni lavorazione. Sono le stesse condizioni che, nelle annate giuste, regalano ai rossi acidità viva e profumi netti — ma bisogna arrivarci, a quelle annate, e nel frattempo si lavora comunque.

Sui momenti difficili Bencini non gira intorno alla questione. «Nel corso degli anni sono stati tantissimi i momenti belli e anche quelli difficili, ma svegliarsi la mattina e ammirare l’unicità della natura che ti circonda ti dà la forza per affrontare i momenti più duri.»

Chi ha lavorato in agricoltura sa quanto sia poco retorica questa frase. Le grandinate arrivano a giugno, la peronospora dopo una settimana di piogge, il prezzo dell’olio lo decide qualcun altro. Quello che tiene in piedi le persone, nei mesi complicati, raramente è un piano industriale.

Fino al ’67 la terra era di altri

Per capire cosa significhi oggi Casanuova di Ama bisogna tornare indietro di quasi sessant’anni.

La famiglia Bencini è chiantigiana da molte generazioni e il mestiere è sempre stato lo stesso: coltivare. Ma fino alla fine degli anni Sessanta i Bencini erano mezzadri. Coltivavano per altri. La proprietà era di qualcun altro, il raccolto si divideva, e le decisioni su cosa piantare e dove non le prendeva chi zappava.

Nel 1967 la famiglia acquistò l’azienda.

Vale la pena fermarsi un attimo su quella data. Erano gli anni in cui la mezzadria toscana si stava sgretolando e migliaia di famiglie contadine lasciavano le campagne per le città e le fabbriche del Nord. L’esodo rurale svuotò interi poderi del Chianti, e molte case coloniche che oggi valgono cifre importanti allora rimasero chiuse per decenni. I Bencini fecero la scelta opposta: restarono, comprarono, ricominciarono da capo su una terra che conoscevano metro per metro e che per la prima volta era loro.

Nella pagina “Chi siamo” del sito aziendale la cosa è detta in una riga sola, senza enfasi: prima per altri, oggi la coltiviamo per noi.

I primi fiaschi arrivarono nel 1984

Comprata l’azienda, cominciò il lavoro vero. Ristrutturazione dei fabbricati, impianto di nuovi vigneti, e poi l’attesa che le viti entrassero in produzione.

Le prime bottiglie uscirono nel 1984. Anzi: i primi fiaschi, perché in quegli anni il Chianti si vendeva ancora così, con la paglia intorno al vetro, e l’azienda non ha mai avuto la tentazione di correggere il dettaglio per farlo sembrare più elegante.

Diciassette anni tra l’acquisto e la prima etichetta.

È un numero che merita di essere letto due volte, soprattutto da chi oggi ragiona su orizzonti trimestrali. Nessuno, nel 1967, poteva garantire ai Bencini che ne sarebbe valsa la pena. Hanno piantato lo stesso.

Nove prodotti, arrivati uno alla volta

Da quel 1984 la crescita è stata graduale. L’azienda la descrive con un avverbio che dice molto: pian piano, con la pazienza e la passione che l’agricoltura richiede.

Si è partiti dal vino. Poi sono arrivati il vinsanto, lo spumante metodo classico, l’olio extravergine d’oliva e la grappa. Ogni aggiunta ha richiesto competenze che prima in azienda non c’erano: chi sa vinificare un Sangiovese non necessariamente sa gestire l’appassimento delle uve per il vinsanto, e chi conosce il vinsanto non è detto sappia condurre una rifermentazione in bottiglia. In un’azienda condotta esclusivamente dalla famiglia, ogni prodotto nuovo significa qualcuno che si è messo a imparare qualcosa da zero.

Oggi la gamma conta nove voci. Ci sono il Chianti Classico e il Chianti Classico Riserva, il Super-Tuscan “La Fonte”, il rosso IGT Toscana “Vespero” e il bianco IGT Toscana “Mattutino”, lo Spumante Metodo Classico Brut, il Vinsanto del Chianti Classico “Il Rosignolo”, l’olio extravergine pressato a freddo e la Grappa di Chianti Classico.

Il vinsanto merita una parentesi. Richiede uve messe ad appassire, anni di attesa nei caratelli e rese talmente basse che, guardando solo i numeri, converrebbe non farlo. Si continua a produrlo perché fa parte del patrimonio di questa zona e perché una famiglia chiantigiana da generazioni non si immagina senza. Il nome scelto, “Il Rosignolo”, suona come qualcosa che si diceva in casa prima di finire su un’etichetta.

Discorso simile per l’olio extravergine, che qui viene pressato a freddo. È una lavorazione che mantiene profumi e sostanze del frutto ma che impone di lavorare in fretta dopo la raccolta e di rinunciare a una quota di resa. Nelle annate in cui la mosca olearia si mette di mezzo, o quando le gelate tardive tagliano la produzione, il conto economico dell’oliveto può chiudere in pareggio o peggio. Si continua lo stesso, perché gli ulivi fanno parte del paesaggio dell’azienda tanto quanto i filari.

Su questo patrimonio di sapere pratico si è innestata poi la formazione enologica di Yuri: generazioni di contadini, vignaioli e cantinieri, e adesso un enologo che porta in cantina competenze tecniche formali.

Quello che succede tra la vendemmia e il rovere

In cantina, l’azienda dice di puntare a un incontro tra tradizione e innovazione. Tradotto nel lavoro di tutti i giorni, significa due scelte precise.

La prima riguarda la raccolta. Le uve vengono vendemmiate in maniera differenziata, secondo i piani di coltivazione e la qualità. Non si raccoglie tutto insieme, insomma: si separano le partite, si rispettano i tempi di maturazione delle singole parcelle, si accetta di complicarsi la vita in vigna per portare in cantina materia prima più omogenea. Costa manodopera e organizzazione. In un’azienda familiare, costa soprattutto ore di chi ci lavora.

La seconda riguarda il controllo. «Osserviamo i vini in ogni loro singola fase, dalla coltivazione delle uve alla maturazione», si legge nella presentazione della cantina. Dietro quel verbo ci sono assaggi ripetuti, analisi, decisioni prese guardando un bicchiere controluce, e la disponibilità a cambiare idea quando l’annata si comporta diversamente da come ci si aspettava.

L’affinamento dei grandi rossi avviene in legno di rovere francese, fino alla massima maturazione. L’obiettivo dichiarato è l’equilibrio tra aroma fruttato e struttura: sulla carta sembra ovvio, in pratica è il punto dove si vede la mano di chi decide. Il legno può sostenere un vino o soffocarlo, e la differenza sta quasi sempre nel sapere quando fermarsi.

Sulla terrazza, con il panorama davanti

C’è una parte del lavoro che Yuri Bencini tiene particolarmente a raccontare, ed è quella che riguarda chi arriva in azienda.

«I clienti che vengono in azienda hanno la possibilità di degustare tutti i nostri prodotti, con spiegazione, e abbinarci i prodotti tipici della cucina toscana», spiega. «Tutto ciò nella terrazza all’aria aperta dove c’è un bellissimo panorama, o se troppo caldo o brutto tempo, all’interno.»

Tutti i prodotti. Con la spiegazione. Sono due dettagli che nel Chianti fanno la differenza, perché il turismo del vino da queste parti ha prodotto negli anni una certa industrializzazione della degustazione: tre calici standard, personale stagionale, quarantacinque minuti e via il gruppo successivo. Qui il tasting resta una conversazione con la famiglia che quelle bottiglie le ha riempite.

C’è poi l’abbinamento con i prodotti tipici della cucina toscana, che nella degustazione non fa da contorno. Un Chianti Classico giovane assaggiato da solo racconta metà della storia; lo stesso vino accanto a un salume o a un pecorino ne racconta un’altra, e chi versa ha modo di spiegare il perché. È il tipo di passaggio che trasforma una sosta in azienda in qualcosa che ci si ricorda tornati a casa.

Il giardino accoglie volentieri le famiglie, anche quelle che viaggiano con animali piccoli. I pranzi con degustazione si organizzano per gruppi ristretti e soltanto su prenotazione, con una caparra da concordare direttamente con l’azienda — una formula che tiene i numeri bassi e permette di dedicare tempo a chi c’è. Le degustazioni si svolgono dal lunedì al sabato, dalle 13 alle 20 con orario continuato; per acquistare i prodotti si apre già alle 9 del mattino. Chi ha intolleranze o allergie è pregato di segnalarlo prima.

Su Tripadvisor l’azienda raccoglie 93 recensioni. Ma la misura che i Bencini usano per capire se stanno lavorando bene è un’altra, e la scrivono sul loro sito: sono orgogliosi quando gli ospiti tornano a trovarli non più come clienti, ma come amici.

Radici ferme e occhi avanti

Sul futuro, Yuri Bencini ha una posizione netta, e la esprime con una frase che vale la pena riportare così com’è, punteggiatura compresa.

«È fondamentale avere le radici nella tradizione, ma dare sempre uno sguardo al futuro, perché è fondamentale stare al passo con i tempi. Questo però non vuol dire stravolgere!!»

Quei due punti esclamativi finali sono suoi. Tradiscono un fastidio verso una certa retorica del cambiamento a ogni costo, che nel mondo del vino ha lasciato parecchie tracce: etichette storiche ridisegnate fino a non essere più riconoscibili, stili modificati per inseguire mode passate poi in fretta, aziende che dopo dieci anni hanno faticato a tornare indietro.

Bencini chiede qualcosa di più impegnativo. Chiede di distinguere, ogni volta, tra quello che va aggiornato e quello che va difeso. Le tecniche di cantina si evolvono, le attrezzature si sostituiscono, i canali di vendita cambiano, il modo di comunicare pure. Il legame con la parcella, il carattere dei vigneti, il rapporto diretto con chi sale fin quassù: quello resta dov’è.

Sapere dove passa quel confine è la parte più delicata del guidare un’impresa di famiglia, e non si può appaltare a nessuno, perché richiede di conoscere la propria storia abbastanza bene da capire quali pezzi non sono negoziabili.

Il resto del metodo Bencini sta in un vocabolario molto asciutto. La famiglia descrive la propria vita come semplice, legata alla serietà e alla voglia di lavorare, e dice di essere fiera del proprio operato grazie al contatto diretto con la natura. Sono parole che non fanno titolo su nessun giornale. Reggono da tre generazioni.

Come arrivarci

Casanuova di Ama non è un posto in cui si capita per caso: bisogna decidere di salire.

Ma se siete in Toscana, o se state cercando dove passare un fine settimana lungo, vale la pena mettere in programma la strada per Gaiole in Chianti. Sedetevi sulla terrazza, fatevi versare un calice di Chianti Classico Riserva e chiedete a Yuri com’è andata l’ultima vendemmia: avrà una risposta lunga, e ne varrà la pena. Assaggiate l’olio pressato a freddo, portatevi via una bottiglia del “Rosignolo”, fermatevi il tempo che serve per guardare le colline da lassù.

Le degustazioni si tengono dal lunedì al sabato, dalle 13 alle 20, e la prenotazione è consigliata; per i pranzi con degustazione riservati ai piccoli gruppi è invece necessaria. Le proposte di wine tasting, le informazioni pratiche e i contatti sono tutti sul sito dell’azienda, www.agrariacasanuovadiama.it, oppure si può scrivere direttamente a info@agrariacasanuovadiama.it.

Andateci con calma. Da queste parti è l’unico modo sensato di fare le cose, e sono passati quasi sessant’anni a dimostrarlo.

Più Articoli

Iscriviti alla nostra newsletter

Per rimanere aggiornato con tutte le ultime notizie sulla Leadership e annunci speciali. Scopri aziende di successo, interviste e molto altro.

- newsletter -spot_img

Ultimi Articoli