Sessant’anni dopo quella stanza con due tavoli aperta da Irma e Pino, la Trattoria Cubana di Marina di Ravenna è arrivata alla terza generazione. Antonino Di Flavia racconta il passaggio di testimone, gli investimenti fatti, e le sedici camere che stanno per nascere accanto al ristorante
Sessant’anni fa era una stanza con due tavoli
Nel 1965 Irma e Pino aprirono a Marina di Ravenna un’attività che si chiamava “delle 7 Sorelle”. Poco più di una stanza, un paio di tavoli, e una clientela precisa: pescatori e militari, che entravano, consumavano rapidamente il risotto e tornavano al lavoro. Il nome cambiò poco dopo, prendendo in prestito quello di una marca di caffè molto in voga in quegli anni. Cubana.
Chi passa oggi da Via Molo Dalmazia trova un’altra cosa. Il locale è stato completamente rinnovato negli ultimi anni: sale luminose, un salottino, una carta dei vini curata, un team giovane in sala. I clienti storici se ne sono accorti subito, e nelle recensioni la parola che torna più spesso è proprio quella — rinnovato. Uno scrive che la Cubana è riuscita a rinnovarsi mantenendo la tradizione. Un’altra, cliente da molto tempo, racconta di essere rimasta sorpresa dalla nuova distribuzione degli spazi, in particolare della zona cartoccio, che d’estate frequenta perché più informale.
Dietro quella trasformazione c’è una famiglia numerosa, una successione avvenuta in un anno complicatissimo, e un uomo che quando è arrivato qui per la prima volta aveva vent’anni e nessuna intenzione di restare.
Dodici figli e un’azienda che li ha attraversati tutti
Irma e Pino ebbero dodici figli. In un’impresa familiare, un dato del genere smette di essere anagrafico e diventa organizzativo: in modi e momenti diversi, quei dodici hanno tutti partecipato alla vita e alla crescita della Cubana. Alcuni per una stagione, altri per l’intera carriera.
Con il tempo la guida passò ad Alfonso Barberini, insieme ai fratelli. Alfonso fu per anni l’amministratore delegato e il punto di riferimento dell’azienda, e ne accompagnò la crescita fino alla scomparsa, nel 2020.
“Da quel momento è toccato a me raccogliere il testimone e continuare un percorso iniziato molti anni prima dai miei nonni e costruito, generazione dopo generazione, da tutta la famiglia,” racconta Antonino Di Flavia.
Sulla carta era una successione ordinaria. Nella pratica no: cadeva in mezzo alla pandemia, in un settore fermo, in un’azienda che aveva appena perso la persona che la rappresentava da decenni. Antonino, però, dentro la Cubana c’era già da quindici anni. E ci era arrivato per una strada che nessuno, in famiglia, aveva previsto.
Il nipote che arrivava da Milazzo
È nato e cresciuto a Milazzo, in Sicilia, un posto al quale resta legato in modo dichiarato. La Cubana faceva parte della storia della sua famiglia — sua madre è una dei dodici figli di Irma e Pino — ma lui, fisicamente, dentro l’attività non c’è cresciuto.
Il mestiere se l’è cercato da solo, e presto. Prima esperienza a quattordici anni, in una gelateria. Dai sedici, i bar. Poi un periodo in Veneto, nell’attività gestita dalla sorella. “Sono stati anni importanti perché mi hanno permesso di conoscere realtà e modi di lavorare differenti e, soprattutto, di capire che quello dell’accoglienza sarebbe stato il mondo nel quale avrei voluto costruire il mio percorso professionale.”
Nel 2000 arriva a Marina di Ravenna per la sua prima stagione estiva. Ha circa vent’anni e viene messo a lavorare al Cartoccio, che è poi il nucleo originario di tutto: il posto dove il cartoccio si serviva ai marinai e ai pescatori del porto. “È stato allora che ho iniziato realmente a conoscere la Cubana e, soprattutto, a comprenderne la storia, il valore e le potenzialità.”
Accanto a lui, in quella stagione, ci sono nonna Irma e lo zio Alfonso. E qui la storia si fa interessante, perché non fila liscia.
“Io, però, arrivavo con vent’anni, tante idee e tanta voglia di fare. Inevitabilmente ci sono stati anche diversi confronti e scontri generazionali. Io vedevo alcune cose in maniera differente, loro avevano alle spalle decenni di esperienza e una storia da difendere.”
Il dettaglio che conta è come finivano quelle discussioni. “Anche quando inizialmente non condividevano alcune mie idee, alla fine ho sempre trovato il loro appoggio.” Antonino colloca lì l’inizio del percorso vero dell’azienda: nel momento in cui la famiglia riesce a distinguere ciò che non andava toccato da ciò che invece doveva necessariamente evolvere.
Un anno in Sicilia per sbagliare da solo
Finita quella prima stagione, nel 2001 torna in Sicilia e apre la sua prima attività. Voleva costruire qualcosa nella sua terra e, soprattutto, mettersi alla prova senza rete.
Non la racconta come un successo. La racconta come una scuola. “Ho commesso anche tanti errori, ma probabilmente sono stati proprio quegli errori a insegnarmi di più. Quando hai una tua attività inizi a comprendere realmente cosa significhi prendere decisioni, assumerti responsabilità e convivere anche con le conseguenze delle scelte sbagliate. È stata una vera scuola imprenditoriale.”
Nel 2005 rientra definitivamente a Marina di Ravenna. Da quel momento il percorso dentro la Cubana diventa stabile, e si svolge per intero accanto allo zio Alfonso. Quindici anni di affiancamento prima di prendere in mano l’azienda: un apprendistato lungo, che spiega molte cose di come è stato gestito il 2020.
C’è una persona, in particolare, che gli ha insegnato a leggere l’azienda da un’altra angolazione. Si chiama Gabriele Miserocchi e aveva iniziato a collaborare con la Cubana ai tempi di nonna Irma; poi con Alfonso; poi con lui. “Il confronto con una persona capace di attraversare tre generazioni della stessa azienda mi ha permesso di comprendere molti aspetti del nostro settore e, soprattutto, di leggere l’evoluzione della Cubana anche attraverso occhi diversi dai miei.”
Cosa ha lasciato il Covid, oltre ai danni
Sulla pandemia Antonino ha una lettura che si stacca dal racconto abituale della ristorazione. Non minimizza — dice apertamente che è stato un periodo difficile per tutto il settore — ma insiste su un altro punto.
“Personalmente preferisco considerarlo anche per quello che ci ha insegnato. Eravamo già predisposti verso una nuova organizzazione dell’azienda e quel periodo, più che stravolgere completamente i nostri programmi, ci ha portato ad anticipare alcuni cambiamenti che stavamo già immaginando.”
Il lockdown ha funzionato, in sostanza, come un acceleratore di decisioni già in cantiere. “Ci ha costretto a osservare l’impresa da un punto di vista diverso, a mettere in discussione alcune abitudini e a ragionare ancora di più in termini di organizzazione, efficienza e futuro. Da quel momento sono nati molti degli spunti che hanno guidato le nostre scelte negli anni successivi.”
Da lì gli investimenti: strutture, cucina, organizzazione, servizio. Il ragionamento di fondo è quello di chi ha visto da vicino cosa succede alle aziende che rimandano. “Siamo convinti che un’azienda che rimane ferma troppo a lungo rischi inevitabilmente di diventare superata. E quando questo accade, recuperare il tempo perduto diventa molto più difficile e richiede investimenti e cambiamenti ancora più importanti.”
Investire e rinnovarsi, tiene a precisare, non è un’invenzione della sua gestione: ogni generazione della Cubana lo ha fatto, con gli strumenti che aveva a disposizione.
Una cucina sola per tre insegne
Sul molo convivono tre realtà distinte, appartenenti alla stessa azienda e unite da un’unica cucina centrale.
La Trattoria Cubana è oggi un ristorante di pesce contemporaneo che continua a custodire le proprie radici romagnole. Gli spiedini, il fritto e le grandi grigliate di pesce e crostacei restano punti fermi, ma accanto alla tradizione trova spazio una cucina moderna e in continua evoluzione, con proposte che cambiano anche seguendo la stagionalità. Pasta fresca, pane e dessert sono interamente prodotti nelle cucine della Cubana.
A guidare questo percorso è la chef Tijuana Sberlati, cresciuta professionalmente all’interno dell’attività accanto alle diverse generazioni della famiglia che l’hanno preceduta in cucina. Oggi ne raccoglie l’esperienza e la memoria, reinterpretandole con una sensibilità personale e contemporanea.
Il Cartoccio rappresenta il punto di partenza storico e strategico, il luogo dal quale tutto è cresciuto. Conserva la sua formula più immediata e informale: il pesce può essere acquistato da asporto oppure consumato sul posto, sulla terrazza affacciata sul mare o negli spazi interni.
Molo 37 è invece la terrazza sul canale e il volto più recente ed estivo del progetto. È uno spazio nel quale l’aperitivo al tramonto può trasformarsi naturalmente in una cena, accompagnato dalle creazioni della chef Tijuana Sberlati — e da un’interessante carta dei vini. L’esperienza può proseguire con una selezione di distillati, in particolare whisky e rum, disponibile anche per percorsi di degustazione.
Tre pubblici, tre momenti della giornata e tre atmosfere diverse, ma un’unica identità: «Abbiamo una cucina centrale che lavora al servizio di tutte le nostre realtà. Le formule cambiano, ma dietro c’è sempre la stessa Cubana».
Il Cartoccio guarda al futuro
Dall’esperienza del Cartoccio è nata anche l’idea di sviluppare un format dedicato al fast fish di qualità, con l’obiettivo di rendere esportabile il modello della Cubana. Il progetto franchising è ancora in fase di studio e sviluppo: l’azienda sta lavorando per costruire una formula solida e realmente replicabile, capace di trasferire non soltanto il prodotto, ma anche il metodo di lavoro e la cultura dell’accoglienza.
C’è anche un’app della Trattoria Cubana, con cui i clienti possono consultare il menù e seguire il numero della propria prenotazione al Cartoccio anche senza essere sul posto. Un dettaglio minore, ma indicativo: chi conosce le code estive sul molo sa esattamente quale problema risolve.
Sedici camere e un master prima di firmare
Il capitolo che si apre ora è il più impegnativo dell’ultimo mezzo secolo. Con la nuova concessione demaniale nascerà il Cubana Art Hotel: un boutique hotel di sedici camere legato all’arte ravennate, dove gli artisti locali potranno esporre e vendere le proprie opere. Il progetto comprenderà anche un’enoteca aperta al pubblico, con terrazzo affacciato sui pescherecci, e un nuovo parcheggio a servizio dell’intera area.
“L’obiettivo non è semplicemente realizzare delle camere dove pernottare. Vogliamo aprire un nuovo ramo dedicato all’accoglienza, integrandolo con la ristorazione e con tutto ciò che già esiste intorno alla Cubana, cercando di creare un’esperienza più completa legata anche al territorio.”
Prima di muoversi, Antonino ha fatto una cosa che dice parecchio del suo metodo: ha completato un master nel settore dell’hotellerie e dell’hospitality, ottenendo buoni risultati. Non per andare a dirigere l’albergo.
“Stiamo entrando in un mondo che, pur facendo parte dell’accoglienza, ha dinamiche e competenze molto diverse dalla ristorazione. Prima di investire e prima ancora di pretendere di guidare un progetto del genere, sentivo la necessità di conoscere quel mondo dall’interno, comprenderne il linguaggio, le problematiche e le professionalità con cui dovrò confrontarmi.”
È lo stesso approccio che applica a qualsiasi progetto nuovo. “Non mi interessa conoscere soltanto i numeri o avere qualcuno che mi spieghi dall’esterno come funziona: sento la necessità di capire il mestiere, per poi poter portare la mia visione e dare qualcosa di personale al progetto.”
La parte più difficile è stata fidarsi
Chi ha questa impostazione — stare sul campo, essere presente, conoscere ogni passaggio — incontra prima o poi lo stesso ostacolo. Antonino lo nomina senza giri di parole.
“Quando sei abituato a stare sul campo, a essere presente e a voler conoscere ogni aspetto dell’attività, rischi di pensare che avere tutto sotto controllo significhi dover fare tutto personalmente.”
Imparare a delegare è stata, dice, una delle sfide più importanti del suo percorso. “Con il tempo ho capito che, se vuoi far crescere un’azienda, devi imparare a fidarti, dare responsabilità e permettere alle persone valide che hai accanto di esprimere le proprie capacità.”
Da lì discende la sua idea di leadership, che tiene insieme la decisione e l’ascolto. “Non considero un leader quello che pensa di avere sempre ragione o quello che parla più forte. Per me significa dare una direzione, assumersi la responsabilità delle decisioni e, nello stesso tempo, avere l’umiltà di ascoltare.”
C’è poi una regola che si è imposto e che, in un settore dove gli investimenti sono pesanti e i margini stretti, vale più di molte strategie. “Ho imparato anche a non innamorarmi troppo delle mie idee. Puoi credere moltissimo in un progetto, ma devi mantenere la lucidità necessaria per modificarlo, migliorarlo o anche fermarti se i numeri, le persone o la realtà ti dimostrano che qualcosa non funziona. Cambiare idea, quando serve, non significa essere deboli: significa essere responsabili.”
E una postura mentale che riassume in un’immagine: un piede nel presente e uno nel futuro, per cercare di capire in anticipo dove sta andando il settore. “Non sempre ci si riesce, naturalmente, ma credo che un imprenditore debba almeno provarci.”
Marina di Ravenna come scelta, non come indirizzo
Con il marchio che ha, e con un franchising già avviato, la Cubana avrebbe potuto spostare altrove il baricentro dei propri investimenti. Ha deciso di continuare a metterli dove è nata.
“Siamo profondamente legati a Marina di Ravenna. Siamo convinti che questo territorio abbia ancora grandi potenzialità e che abbia bisogno di nuove strutture, servizi e investimenti capaci di migliorarne l’offerta. La Cubana è nata qui, è cresciuta qui e continua a investire qui. Come azienda del territorio sentiamo anche la responsabilità di dare il nostro contributo alla sua crescita.”
Ed è qui che il discorso torna alla stanza del 1965. “In fondo, ciò che stiamo facendo oggi non è molto diverso da quello che fecero tanti anni fa nonna Irma e nonno Pino: partire da ciò che abbiamo, guardare quello che manca e provare a costruire qualcosa di nuovo.”
“Sii coraggioso al momento giusto”
Gli si chiede cosa direbbe a chi gestisce un’attività, e la risposta non parte dalle strategie. “Direi di non sentirsi mai arrivato. Continuare a imparare, circondarsi di persone valide – possibilmente anche più brave di noi in quello che fanno – ascoltarle, essere disposti a cambiare idea e cercare sempre di guardare qualche passo più avanti.”
Poi cita una frase che gli ripeteva suo padre, e che si porta dietro da tutta la vita: “Sii coraggioso al momento giusto.”
“Essere coraggiosi non significa essere incoscienti o rischiare a tutti i costi. Significa prepararsi, studiare, ascoltare, aspettare quando è necessario e poi, quando arriva il momento, avere il coraggio di prendere una decisione e assumersene fino in fondo la responsabilità. Perché le opportunità non sempre arrivano quando le programmiamo. La differenza, spesso, sta nell’essere abbastanza preparati da riconoscerle e abbastanza coraggiosi da coglierle.”
Quindici anni di affiancamento prima di prendere in mano l’azienda. Un master completato prima di firmare una concessione. Detta da lui, quella frase è la descrizione abbastanza fedele di un metodo di lavoro.
Dove trovarli
La Trattoria Cubana da Irma e Pino è in Via Molo Dalmazia 37, a Marina di Ravenna, davanti al porto canale. Ci si può sedere in trattoria per una grigliata imperiale di crostacei o una zuppa di pesce, fermarsi al Cartoccio per qualcosa di più veloce sulla terrazza, oppure salire su Molo 37 verso il tramonto, scegliere un vino dalla carta e lasciare che siano loro a proporre l’abbinamento, con la musica dal vivo che accompagna la sera sul canale.
Menù, orari, serate in programma e aggiornamenti sul Cubana Art Hotel si trovano su trattoriacubana.it. Vale la pena andarci di persona: sessant’anni di storia si capiscono meglio seduti a un tavolo che leggendoli su una pagina.

