Quella parola in dialetto che contiene già tutto
Cominciamo dal nome, perché il nome conta. Rabarè. In piemontese vuol dire radunare, raccogliere. Ma se ci si ferma un secondo a guardarlo, dentro ci sono anche Bar e Rè — abbreviazione di Restaurant. Non è un gioco di parole. È una dichiarazione d’intenti, compressa in cinque lettere, che anticipa con precisione quasi chirurgica quello che troverete entrando in Via Maria Vittoria, a Torino, a due passi da Piazza Vittorio Veneto.
Andrea Martin, cofondatore e direttore di Rabarè, non è il tipo che sceglie i nomi per caso. Non è il tipo che fa molto per caso, a dire il vero. Ha trentasei anni, una carriera costruita nella ristorazione di altissimo livello, e una testa che ragiona in modo raro per il settore: non da cuoco, non da sommelier, non da maître. Da imprenditore. Quello che ha aperto a Torino nel 2024 non è semplicemente un locale nuovo. È il primo capitolo di un progetto più grande, il tentativo dichiarato di costruire qualcosa che tenga — non una stagione, ma nel tempo.
Piazza Duomo, Del Cambio, poi il salto
Per capire Rabarè bisogna capire da dove viene Andrea. E la risposta, detto in breve, è: da posti dove si impara a fare le cose per bene o non si fa niente.
Il Piazza Duomo di Alba — tre stelle Michelin, uno dei cinque o sei ristoranti italiani che contano davvero nel panorama europeo — è stato una delle sue scuole. Non la cucina: la sala, il servizio, quella dimensione invisibile dell’ospitalità che si percepisce quando funziona e si avverte come un’assenza quando manca. Poi il Ristorante Del Cambio di Torino, uno di quei luoghi dove la storia della città è così presente da pesare sulle spalle di chi ci lavora. Esperienze diverse, ma con un filo comune: l’eccellenza come standard, non come aspirazione.
A un certo punto, però, qualcosa ha cominciato a non bastare più. “Nel tempo ho capito che il mio interesse non era limitato agli aspetti tecnici della ristorazione,” racconta. “Mi affascinava sempre di più la costruzione di un’impresa: la capacità di creare un’organizzazione, sviluppare un’identità di marca, guidare persone e trasformare una visione in un progetto concreto.”
È una transizione che molti nel settore non riescono a fare. Non per mancanza di talento, ma perché richiede di mettere da parte ciò che si è imparato a fare benissimo, e ricominciare con un alfabeto diverso. Il lavoro dentro una grande realtà insegna l’esecuzione perfetta — come stare, come rispondere, come tenere il ritmo anche nelle serate più difficili. Costruire un’impresa è un’altra cosa. Richiede di decidere senza avere tutti i dati. Di assumersi responsabilità su persone, numeri, processi, tutto in contemporanea, spesso senza una risposta giusta scritta da qualche parte. Andrea Martin ha scelto di imparare anche quel mestiere. E Rabarè è la dimostrazione che ci è riuscito.
Tre persone, tre competenze, un’unica scommessa
Rabarè nasce come primo progetto di Generazione Gastronomica Srl — nome già programmatico — fondata insieme a due soci che portano al tavolo esattamente quello che Andrea non aveva da solo. Andrea Carle, chef, con una solidità operativa costruita in anni di cucina professionale. Alessio Follini, con il suo background in sviluppo aziendale, innovazione e marketing. Tre profili che non si sovrappongono, che coprono i punti ciechi l’uno dell’altro.
Non è un dettaglio. In un settore dove spesso si apre da soli, sulla scorta di un’idea e dell’entusiasmo del momento, la scelta di costruire una società con competenze complementari dice qualcosa sulla serietà del progetto. Non si stava aprendo un ristorante. Si stava costruendo un modello.
E il modello partiva da una domanda che sembra banale ma non lo è: cosa cercano le persone oggi, quando escono? Non nel senso del piatto del momento o del cocktail di tendenza. Nel senso più profondo: come sono cambiate le abitudini, dove si sono spostate le aspettative, cosa manca nell’offerta esistente. “Insieme ai miei soci abbiamo cercato di progettare un modello capace di adattarsi ai nuovi comportamenti dei consumatori,” spiega Andrea, “superando le tradizionali categorie di ristorante, wine bar o cocktail bar.”
Il confine tra aperitivo e cena, in effetti, non esiste più come una volta. Le persone non vogliono scegliere: vogliono entrare in un posto, capire com’è fatto, e costruirsi la serata. Non seguire un copione. Rabarè risponde esattamente a questo.
Come funziona davvero, dentro
La formula è più semplice da vivere che da spiegare. Tutto alla carta, in mezza porzione. Piatti caldi e freddi. Vini, cocktail, alternative analcoliche. I Morsi — gli assaggi condivisibili — sono più di trenta proposte, tutte ordinabili singolarmente, pensate per essere combinate senza un ordine prestabilito. Puoi cominciare con un assaggio di cucina, passare a un bicchiere di vino, aggiungere un altro piatto, rallentare con un cocktail. L’esperienza non è preconfezionata e non c’è nessuno che ti spiega come deve andare la serata.
Questo tipo di libertà, nella ristorazione, è più raro di quanto sembri. Molti posti fingono di offrirla, poi ti portano il pane prima che tu abbia aperto la bocca e il conto non appena finisci il dessert. Da Rabarè il ritmo lo decide chi è seduto al tavolo, non chi è in sala. È una scelta che richiede fiducia nel cliente e un servizio sufficientemente calibrato da accompagnare senza invadere. Non facile da costruire. Facile da riconoscere quando c’è.
Il vino, non come lista ma come identità
Andrea Martin viene dal mondo del vino. Non da tecnico, ma da persona che nel vino ha trovato un linguaggio, una forma di raccontare l’ospitalità. E si vede, da come Rabarè ha costruito la sua proposta enologica.
La carta vini è in continua evoluzione — non è una frase di circostanza, è una posizione: significa che nessuno si accontenta di quello che c’è, che si cerca sempre, che l’offerta cambia perché chi la costruisce continua a imparare. Disponibile in bottiglia e al bicchiere. Il bicchiere, in particolare, è una scelta filosofica oltre che commerciale: abbassa la soglia, permette di esplorare produttori che non si conoscono, di abbinare il vino al piatto senza l’impegno di una bottiglia intera. È un atto di democrazia enologica, detto senza troppa retorica.
Accanto al vino, una selezione NoLo — No/Low Alcohol — che non è il ripiego per chi non beve. È una proposta costruita con la stessa attenzione riservata ai cocktail e ai vini, pensata per chi vuole un’esperienza completa senza alcol. Poi i cocktail, ricercati ma non ostentati. E il caffè, che in certi posti è un’aggiunta dell’ultimo minuto e in altri è parte dell’identità. Da Rabarè è la seconda cosa.
Lo spazio che non mente
Entri e il posto ti dice subito qualcosa. Il design richiama il concetto di piazza — non come metafora decorativa, ma come scelta funzionale. Spazi diversi, tutti modulabili: una saletta semi-privata per gruppi da otto a dieci persone, adatta a degustazioni o piccole feste; divani e poltrone per chi vuole rallentare dopo cena; tavoli curvi che si prestano a configurazioni diverse; un dehors per le serate fuori. Tutti gli ambienti sono climatizzati, tutti pensati per accogliere momenti diversi senza che il locale sembri spezzato in compartimenti stagni.
Gli orari raccontano la stessa filosofia. Martedì-giovedì dalle 19 a mezzanotte, venerdì e sabato dalle 18.30 all’una. Chiuso domenica e lunedì. Una scelta che non cerca di coprire tutto, ma di fare bene quello che ha senso fare. Rabarè non vuole essere aperto sempre. Vuole essere un posto dove vale la pena andare quando è aperto.
La lezione che non si impara a scuola
C’è un concetto che Andrea Martin tira fuori quando si parla di cosa abbia imparato, in questi anni. Non riguarda il cibo, né il vino, né la gestione del personale. Riguarda qualcosa di strutturalmente più profondo.
“La lezione più importante che ho imparato è che il successo di un’attività non dipende soltanto dalla qualità del prodotto. Dipende soprattutto dalla qualità del sistema che si costruisce intorno a quel prodotto: cultura aziendale, squadra, capacità di innovare e attenzione costante all’esperienza del cliente.”
È una frase che suona familiare — la si sente in molti contesti, spesso come luogo comune. Ma detta da chi è venuto dalla sala di un tre stelle Michelin, e ha poi dovuto costruire tutto da zero in un contesto completamente diverso, acquista un peso diverso. Il sistema non è l’insieme delle regole scritte in un manuale operativo. È la cultura che fa sì che quelle regole vengano applicate anche quando il titolare non è presente. È la squadra che sa leggere la situazione. È la capacità di cambiare rotta senza perdere l’identità.
Generazione Gastronomica Srl — la società che gestisce Rabarè — non è stata fondata per aprire un locale. È stata fondata per costruire modelli replicabili. Rabarè è il primo. Ma l’ambizione dichiarata è di andare oltre, di contribuire all’evoluzione di un settore spesso ancora ancorato a logiche vecchie di vent’anni.
Innovazione silenziosa
C’è una parte del progetto che non si vede guardando la sala o leggendo il menu. Andrea parla di tecnologia — non come parola d’ordine, ma come componente concreta di un format pensato per crescere. “Il futuro dell’ospitalità appartiene ai luoghi che riescono a creare connessioni autentiche tra le persone e valore duraturo per il territorio in cui operano, introducendo nei processi nuove soluzioni tecnologiche finora inesistenti.”
Un format replicabile, per funzionare davvero, deve appoggiarsi su sistemi che reggano la scala. La tecnologia serve a questo: non a sostituire le persone, ma a liberarle dall’operatività meccanica perché possano concentrarsi su quello che una macchina non farà mai al loro posto — accogliere, leggere il cliente, far sentire qualcuno nel posto giusto al momento giusto.
È una visione coerente con tutto il resto. Ogni scelta a Rabarè risponde a una logica. Il nome, il format, il menu, gli spazi, gli orari, la tecnologia. Niente è lì per caso, niente è lì per inerzia.
Quello che Torino sa riconoscere
Torino è una città esigente, a modo suo. Ha una cultura dell’aperitivo che è quasi una disciplina, un rapporto con il vino che non è snobismo ma familiarità, una tradizione gastronomica che non ha bisogno di essere difesa perché regge da sola. È anche una città che negli ultimi anni ha visto nascere molti locali — alcuni bravissimi, altri dimenticati nel giro di due stagioni.
Rabarè si è inserita in questo contesto senza cercare di imitare quello che c’era. Ha proposto qualcosa che non esisteva ancora in quella forma: non un ristorante, non un wine bar, non un cocktail bar. Un luogo dove convivono cose che di solito si escludono a vicenda — la qualità e la spontaneità, la ricerca e l’accessibilità, il rigore e la libertà. Un ibrido, sì. Ma un ibrido costruito, non assemblato.
“Uno spazio pensato per generare aggregazione, scambio, cambiamento.” È scritto così nella presentazione del locale. Non è marketing. È la descrizione di quello che succede concretamente, sera dopo sera. Le persone entrano, ordinano quello che vogliono nell’ordine che preferiscono, parlano, restano. Il locale funziona come dovrebbe funzionare una piazza — e non a caso il design richiama esattamente quel concetto.
La comunità non si costruisce con le campagne sui social. Si costruisce una serata alla volta, con la qualità di quello che si porta in tavola e con quella sensazione, difficile da definire ma immediata da percepire, di essere in un posto dove qualcuno ha pensato davvero a come farci stare bene.
Rabarè si trova in Via Maria Vittoria 58/H, a Torino, nel quartiere dietro Piazza Vittorio Veneto. Aperto dal martedì al giovedì dalle 19 a mezzanotte, venerdì e sabato dalle 18.30 all’una di notte. Per chi vuole saperne di più prima di andare, o prenotare un tavolo, il sito ufficiale del locale raccoglie il menu, la carta vini, la possibilità di acquistare buoni regalo e tutte le informazioni per riservare gli spazi per eventi privati. Vale la pena andarci senza un’idea troppo precisa di come deve andare la serata. Funziona meglio così.
Chi ha la curiosità di capire meglio cosa stia costruendo Andrea Martin con Generazione Gastronomica, può trovare su rabare.it anche qualcosa del progetto più ampio che sta dietro al locale — quella visione di ospitalità contemporanea e sostenibile che Rabarè incarna per primo, ma che non intende restare sola a lungo. Un posto, per ora. Con l’intenzione dichiarata di diventare qualcosa di più grande.

