Nella terra del Brunello, dove la storia si fa vino, Rosanna Zari guida una cantina-museo che custodisce mille anni di radici e intanto cerca mercati nuovi dall’altra parte dell’oceano.
Le radici come punto di partenza
Ci sono aziende che raccontano la propria storia perché fa curriculum, e aziende in cui la storia è invece la ragione stessa per cui il prodotto esiste. Abbadia Ardenga appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Basta parlare qualche minuto con Rosanna Zari, che dal 2023 dirige questa cantina nel comune di Montalcino, per accorgersi che qui il passato non è un elemento decorativo da mettere in etichetta. È il terreno, in senso letterale, su cui crescono le viti.
“Un popolo che non ricorda il proprio passato è come un albero senza radici,” dice. La frase, per chi conosce Abbadia Ardenga, non suona nuova: campeggia sul sito, la si ritrova nei materiali dell’azienda, è quasi un motto. Ma sentirla pronunciare da chi coordina ogni giorno la produzione, la cantina, l’imbottigliamento e le vigne le restituisce un peso diverso. Non è una citazione a effetto. È un metodo di lavoro.
Siamo in quell’angolo di Toscana dove la Val d’Orcia incontra la Via Francigena, a due passi da Pienza e Montepulciano. Un paesaggio che è patrimonio dell’umanità e che qui, però, non fa da semplice cartolina: si intreccia con la vigna, con la pietra, con una vicenda millenaria che parte da molto lontano.
Un nome che arriva dal secolo XI
La domanda più diretta è anche la più rivelatrice: perché definire il proprio Brunello un “vino d’Abbazia”? Rosanna Zari risponde senza esitazioni. “Perché è il nostro nome. Abbadia Ardenga ha le sue radici nel profondo Medio Evo, quando nel secolo XI fu fondato il Monastero dell’Ardenga a opera di un conte di stirpe francese, dei Ranieri.”
Da quel monastero medievale nasce la Chiesa romanica di Sant’Andrea, e qui la storia si fa quasi incredibile. Sotto la chiesa è stata riportata alla luce un’antica cripta a sette navate, due delle quali occupano l’intera larghezza dell’edificio. Nelle volte sopravvivono motivi pittorici floreali che, stando alle ricerche, sarebbero forse gli unici del genere in tutta la regione senese. C’è poi un dettaglio che incuriosisce chiunque varchi il portone: le colonne piegate verso l’esterno, un particolare architettonico che sembra sfidare le regole dell’occhio.
Intorno a questa cripta, a questo silenzio stratificato di secoli, crescono i vigneti da cui nasce il Brunello. Ed è per questo che Rosanna torna così spesso sul concetto di radici. Ad Abbadia Ardenga le radici non sono una metafora: sono la cripta romanica, sono le mura della Torre Nera, sono i documenti d’archivio. E sono, appunto, le viti. “È qui che sono le nostre radici. È attorno a questo luogo che ci sono i nostri vigneti.”
Dove passavano gli imperatori
Un errore comune, visitando questi luoghi, è immaginarli come una campagna appartata, fuori dal mondo. La realtà è l’opposto. Fin dal periodo etrusco-romano i locali che oggi ospitano la cantina si trovavano al centro di strade di grande comunicazione: da qui transitavano gli scambi di merci tra le città etrusche di Chiusi, Roselle, Arezzo e Volterra. Proprio in questo punto strategico venne eretta la Torre Nera, chiamata così per il colore scuro della pietra, che sorvegliava un lungo tratto di via verso Roma e verso Siena.
Le cronache che si sono accumulate qui hanno il respiro dei grandi eventi. Nel 990 vi si fermò l’arcivescovo di Canterbury, Sigerico, mentre tornava da Roma verso Londra. Più tardi vi sostò Arrigo VII di Lussemburgo, re di Germania e imperatore del Sacro Romano Impero, che nella zona morì all’improvviso. Una morte che i suoi soldati italo-tedeschi interpretarono come un avvelenamento: tornarono per vendetta, assaltarono e distrussero il castello, bruciarono le case dei dintorni. Il luogo fu poi ricostruito, attraversò altre battaglie ed epidemie, cambiò nome e mani più volte, fino a diventare la Stazione di Posta del Poggio di Torrenieri, dove i viaggiatori diretti a Roma si fermavano a comprare vino e olio.
È una storia travagliata, e Rosanna Zari non la nasconde. Anzi, ne fa il carattere stesso del vino. “Il nostro Brunello affonda le radici nella storia del nostro territorio: una storia al centro delle vie di comunicazione, una storia travagliata. E per questo è un vino che guarda all’oggi. Fresco, verticale, elegante, ricco di profumi che sorprendono il viaggiatore.” C’è una coerenza precisa tra quello che il luogo è stato e quello che il vino vuole essere: un punto di incontro, un passaggio, qualcosa che si offre a chi arriva da fuori.
Il lavoro nella vigna e la scelta dei solfiti
Dietro la poesia delle radici c’è, naturalmente, un lavoro tecnico rigoroso. La cantina si concentra soprattutto sul Sangiovese, da cui nascono circa 42.000 bottiglie all’anno: Brunello di Montalcino Docg, Brunello di Montalcino Vigna Piaggia Docg, Brunello di Montalcino Riserva Docg, Rosso di Montalcino Doc e Capo Borgo Rosso Igt. Una parte più piccola è riservata alle uve bianche, trebbiano e malvasia, da cui si ottiene il Vinsanto. Su circa 900 ettari di tenuta, appena 12 sono destinati ai vigneti: una proporzione che dice molto sulla scelta di privilegiare la qualità rispetto ai numeri.
Rosanna Zari spiega il legame tra terra e prodotto con il linguaggio di chi ha studiato la materia. “Grazie a una buona composizione del terreno e a un microclima molto favorevole, le uve raggiungono la completa maturazione e acquisiscono un complesso di aromi preziosi e gradevoli, che poi trasmettono al vino.” È la frase di un’agronoma, e non a caso: dietro c’è una laurea in Agraria e trent’anni di mestiere.
Vale la pena soffermarsi su una decisione tecnica che racconta un’impostazione precisa: quella sui solfiti. Nei vini bianchi sono del tutto assenti. Nel rosso, dal 2010, sono stati eliminati in fase di fermentazione e vengono reintrodotti in quantità minima soltanto durante l’affinamento del Brunello in botte, per arrivare in bottiglia con valori nettamente inferiori alla media del mercato. È una scelta che costa lavoro e attenzione, e che non sempre il consumatore nota. Ma è proprio il tipo di cura invisibile che distingue chi fa le cose per convinzione da chi le fa per abitudine.
Accanto al vino c’è l’olio extravergine d’oliva, prodotto negli 8 ettari di oliveto che da oltre quarant’anni accompagnano l’azienda. Un prodotto tutt’altro che secondario, la cui qualità è riconosciuta in venticinque Paesi nel mondo.
Una cantina che è anche un museo
C’è un aspetto di Abbadia Ardenga che la rende diversa da quasi tutte le altre realtà del Brunello: la cantina, qui, è letteralmente un museo. La Cantina Museo di Montalcino, con marchio registrato, conserva un numero notevole di reperti originali, in gran parte dei secoli XIX e XX, sopravvissuti quasi per miracolo a una fine oscura.
Questa raccolta porta il nome di chi l’ha costruita con pazienza da artigiano: Mario Ciacci, che ha diretto la cantina e guidato l’azienda per oltre trent’anni. Durante il suo mandato ha catalogato più di mille attrezzi dell’epoca contadina e ha registrato la vecchia stazione di posta come Cantina Museo. Mille pezzi non si catalogano per caso: è il risultato di una scelta ostinata, quella di non lasciar sparire la memoria materiale di un mondo, quello contadino, che altrove è stato buttato via senza troppi rimpianti.
Per questo la visita ad Abbadia Ardenga non assomiglia a una normale degustazione. Il percorso comincia nel parco dell’azienda, entra nel vivo della fermentazione e dell’affinamento in cantina, e solo alla fine arriva al calice. È un itinerario che si ripete da oltre venticinque anni e che ha attirato viaggiatori da mezzo mondo, colpiti tanto dal vino quanto dalla storia che lo circonda. Chi arriva, come dice Rosanna, resta “ammaliato dalla cantina-museo e dalla nostra storia”.
Chi guida Abbadia Ardenga
A coordinare tutto questo c’è una figura che questo magazine, dedicato alla leadership, non poteva non raccontare. Rosanna Zari dirige Abbadia Ardenga dal 2023, e il suo ruolo è di quelli che non ammettono deleghe comode: produzione, lavori in cantina, imbottigliamento, vigne, sviluppo commerciale. Un incarico a trecentosessanta gradi, che richiede insieme competenza tecnica, capacità organizzativa e visione.
Il suo percorso professionale spiega bene perché sia arrivata a ricoprirlo. Laurea in Agraria, iscritta all’Albo dei Dottori Agronomi e Forestali dal 1992, per anni vicepresidente del Consiglio Nazionale degli Agronomi. Libera professionista, membro del Comitato Nazionale vini Dop e Igp, relatrice in numerose università e docente a contratto all’Università di Siena. È stata responsabile della rivista Af e collabora con Il Sole 24 Ore sui temi legati ai finanziamenti in agricoltura. Un profilo che unisce il campo e la cattedra, la pratica e la divulgazione.
Eppure, parlando con lei, non è l’elenco dei titoli a colpire di più. È il modo in cui descrive il proprio rapporto con il lavoro: come un territorio ancora tutto da esplorare, mai come una posizione raggiunta e messa al sicuro.
Non fermarsi mai
“Le sfide sono tantissime,” racconta. “Dal farsi conoscere al far crescere la propria attività, e poi al mantenerne le basi, guardando sempre oltre.” In quella sequenza — farsi conoscere, crescere, mantenere, guardare oltre — c’è una sintesi onesta di che cosa significhi davvero dirigere un’impresa. Il traguardo non esiste come punto fermo. Esiste solo la manutenzione quotidiana di un equilibrio, con un occhio già puntato sulla mossa successiva.
“Sono una persona che non si ferma mai, che ha sempre la mente attiva e curiosa, a cercare di capire, conoscere, scoprire.” Detto da chi guida un’azienda con secoli di storia alle spalle, è quasi un piccolo paradosso: la custode di un patrimonio antichissimo è anche la più insofferente all’idea di stare ferma. Ma forse è proprio questo il segreto per cui certi luoghi carichi di passato non diventano musei polverosi. Serve qualcuno che li spinga in avanti.
Questa curiosità, per Rosanna, non è un tratto caratteriale astratto: si traduce in valigie e biglietti aerei. “Grazie al mio lavoro di agronoma e direttrice aziendale ho potuto confrontarmi con tante realtà diverse. Ho viaggiato e viaggio.” E qui arriva l’esempio più concreto, quello che dice tutto del suo modo di intendere il mestiere: il Brasile.
“Di recente sono stata in Brasile per scoprire nuovi mercati per il vino. Sono voluta andare di persona, perché così si conoscono meglio le persone e si ha la possibilità di intuire meglio dove andare.” È una scelta che vale la pena sottolineare, perché va controcorrente. Nell’epoca in cui quasi tutto si gestisce da uno schermo, con una mail o una call, Rosanna Zari prende l’aereo e attraversa l’Atlantico per stringere delle mani. Non lo fa per gusto dell’avventura, ma per una convinzione di metodo: certe cose — la fiducia, la conoscenza reale delle persone, l’intuizione su quale direzione prendere — non passano attraverso uno schermo. Si costruiscono guardandosi in faccia.
Per un magazine che si occupa di leadership, è forse la lezione più preziosa dell’intera conversazione. La leadership, qui, non è un titolo sul biglietto da visita. È la disponibilità a mettersi in viaggio, a rimanere curiosi, a non delegare quello che conta davvero.
Radici antiche, mercati nuovi
C’è una tensione, in Abbadia Ardenga, che invece di creare contraddizioni genera energia: quella tra un passato profondissimo e uno sguardo decisamente rivolto in avanti. I vini dell’azienda sono già sulle tavole di ottimi ristoranti ed enoteche, come “Il Campo” in Piazza del Campo a Siena. Ma hanno anche varcato l’oceano: si trovano a New York e in California, e la qualità dei prodotti dell’azienda è riconosciuta in venticinque Paesi.
Persino le etichette raccontano questo doppio movimento. La storica abbazia vi compare sia in una veste classica sia in versioni dalla grafica marcatamente futurista. E la bottiglia in vetro personalizzata dei Brunello porta lo stemma inimitabile della Società di Esecutori di Pie Disposizioni, l’ente di antichissima origine, risalente al XIII secolo, che oggi possiede l’azienda e ne destina i proventi ad attività sociali e culturali, tra cui l’assistenza agli anziani e la cura di importanti siti museali. Un dettaglio che aggiunge senso a ogni bottiglia: acquistare un vino di Abbadia Ardenga significa, indirettamente, sostenere anche questo.
Ed è qui che il motto iniziale trova la sua chiusura naturale. Le radici, ad Abbadia Ardenga, non tengono l’albero inchiodato al suolo. Gli danno la stabilità per allungarsi, per resistere ai venti, per spingere i propri rami verso mercati e continenti lontani senza perdere se stesso. Ricordare il proprio passato, insomma, non è nostalgia. È la condizione per crescere.
Un invito a mettersi in viaggio
A un certo punto, però, le parole non bastano più. Perché Abbadia Ardenga è un posto che si capisce solo attraversandolo: passeggiando tra le vigne che circondano la cripta romanica, respirando l’aria della Val d’Orcia, immaginando gli imperatori e i pellegrini che hanno percorso questa strada verso Roma. E poi sedendosi in cantina, con un calice di Brunello davanti, a lasciarsi sorprendere da quei profumi che, per usare le parole di Rosanna, ammaliano il viaggiatore.
L’azienda si trova a Torrenieri, nel comune di Montalcino, in Via Romana 139: a due passi da Pienza e Montepulciano, al centro della Via Francigena, vicina a San Giovanni d’Asso e alle terme di Rapolano, Bagno Vignoni e Bagni San Filippo. Qui è possibile degustare i vini previo assaggio in cantina, visitare la Cantina Museo con le sue mille testimonianze del mondo contadino e portare a casa una bottiglia che è, davvero, molto più di un vino.
Per conoscere da vicino questa realtà, prenotare una degustazione o scoprire l’intera gamma dei prodotti, il posto giusto da cui iniziare è il sito abbadiardengapoggio.it. E se un giorno vi troverete a percorrere le colline senesi, concedetevi una sosta a Torrenieri: certe storie non si leggono soltanto, si visitano. E qualche volta, come le migliori radici, restano.

