Quando i piani diventano realtà
Davos, gennaio 2025. Mentre tremila leader globali si riunivano nella cittadina svizzera per discutere di “Collaborazione per l’era intelligente”, fuori dalle sale conferenze Greenpeace bloccava l’eliporto sul Lago di Davos. La protesta aveva un obiettivo preciso: denunciare quello che gli attivisti definiscono “l’irresponsabilità delle élite inquinanti”. Ma dietro gli slogan c’è qualcosa di molto più complesso di una semplice questione ambientale.
Negli ultimi anni, termini come “Great Reset”, “Agenda 2030” e “Quarta Rivoluzione Industriale” sono usciti dai documenti ufficiali delle Nazioni Unite e del World Economic Forum per diventare argomento di discussione quotidiana. Per alcuni rappresentano la strada verso un futuro sostenibile. Per altri sono la prova di un piano orchestrato dalle élite globali per ridisegnare la società. La verità, come spesso accade, sta in mezzo – ma è molto più inquietante di quanto entrambe le parti siano disposte ad ammettere.
L’orizzonte temporale non è casuale. Il 2030 rappresenta la prima tappa di un percorso molto più lungo che punta dritto al 2050. L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, sottoscritta da 193 Paesi nel 2015, stabilisce 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. Fin qui, nulla di particolarmente controverso. Il problema emerge quando si scava nei dettagli di come questi obiettivi dovrebbero essere raggiunti e soprattutto da chi.
L’Europa ha già stabilito che diventerà il primo continente climaticamente neutro entro il 2050. L’Italia ha un Piano per la Transizione Ecologica che prevede il completamento degli obiettivi proprio in quell’anno. Otto macro-tematiche che spaziano dalla decarbonizzazione alla biodiversità, passando per la mobilità sostenibile e l’economia circolare. Piani concreti, finanziamenti stanziati attraverso il Next Generation EU. Non sono voci di corridoio o teorie. Sono documenti ufficiali, votati da parlamenti democraticamente eletti.
Klaus Schwab e la rivoluzione che non si può fermare
Giugno 2020. Nel pieno della pandemia COVID-19, Klaus Schwab lancia il “Great Reset” dal palco virtuale del World Economic Forum. Il fondatore dell’organizzazione che riunisce annualmente i potenti del mondo presenta l’iniziativa come un’opportunità per “resettare e rimodellare” il sistema globale. Le parole sono quelle della diplomazia internazionale, ma il messaggio è chiaro: il vecchio mondo non tornerà più.
Schwab articola la sua visione su tre pilastri. Primo: creare un’economia degli stakeholder, dove le decisioni non vengono prese solo pensando agli azionisti ma a tutti i portatori di interesse. Secondo: utilizzare i massicci programmi di spesa pubblica post-pandemia per costruire infrastrutture verdi e sostenibili. Terzo: sfruttare le tecnologie emergenti della Quarta Rivoluzione Industriale per il bene comune.
Quest’ultimo punto merita particolare attenzione. Nel suo libro “Shaping the Future of The Fourth Industrial Revolution”, Schwab descrive senza mezzi termini quello che ci aspetta: “Stiamo sviluppando nuove modalità per utilizzare e impiantare dispositivi interni che monitorano i nostri livelli di attività e i valori ematochimici”. Non parla di fantascienza, ma di tecnologie già in fase avanzata di sviluppo.
E non si ferma qui. In un’intervista del 2016 alla Radio Télévision Suisse, Schwab aveva dichiarato: “In 10 anni potremmo avere chip impiantabili nel cervello”. Siamo nel 2025, e quella previsione sta diventando realtà. Neuralink di Elon Musk ha già effettuato il primo impianto cerebrale su un essere umano nel gennaio 2024. Il primo prodotto si chiama “Telepathy” e promette di permettere il controllo di computer e dispositivi mobili direttamente con il pensiero.
Il WEF 2025 appena concluso ha confermato la direzione. Oltre 60 capi di Stato, 350 leader politici di alto livello, più di 900 CEO. L’intelligenza artificiale, l’informatica quantistica e le biotecnologie hanno dominato le discussioni. Non come possibilità future, ma come realtà presente da governare. O da cui farsi governare.
Il transumanesimo non è più fantascienza
Qui la questione diventa scomoda. Nel suo libro, Schwab scrive testualmente che le nuove tecnologie permetteranno alle autorità di “intromettersi nello spazio finora privato delle nostre menti, leggendo i nostri pensieri e influenzando il nostro comportamento”. Aggiunge che “man mano che le capacità in questo settore migliorano, aumenterà la tentazione per le forze dell’ordine e i tribunali di utilizzare tecniche per determinare la probabilità di attività criminali, valutare la colpa o addirittura recuperare i ricordi direttamente dal cervello delle persone”.
Non siamo nel mondo distopico di Minority Report. Schwab sta descrivendo applicazioni concrete che governi e corporazioni stanno già valutando. Prosegue: “Anche attraversare un confine nazionale potrebbe un giorno richiedere una scansione cerebrale dettagliata per valutare il rischio per la sicurezza di un individuo”.
Il World Economic Forum è andato oltre. Sul suo sito è apparso un articolo di Kathleen Philips, vicepresidente della ricerca e sviluppo di imec, società belga leader nella nanoelettronica. Il titolo non lascia spazio a interpretazioni: esistono ragioni “solide”, “razionali” ed “etiche” per impiantare microchip nei bambini. Philips paragona questi dispositivi ad apparecchi acustici o pacemaker, sostenendo che potrebbero migliorare la sicurezza e fornire “superpoteri” in ambito educativo.
Le reazioni sono state prevedibilmente forti. Il WEF ha affermato che l’articolo è stato “intenzionalmente travisato su siti che diffondono informazioni false”. Ma il testo originale è disponibile, e le parole sono quelle. La difesa del Forum è stata: “Il travisamento dei contenuti riduce le conversazioni aperte”. Una risposta che non risponde alla domanda di fondo: è davvero accettabile discutere di impiantare chip nei bambini come se fosse una normale evoluzione tecnologica?
Intanto, le biotecnologie avanzano. Nel 2025, diverse aziende del settore delle scienze della vita hanno ottenuto finanziamenti superiori al miliardo di dollari per applicazioni di intelligenza artificiale nella scoperta di farmaci. Le piattaforme AI stanno riducendo le tempistiche di ricerca e sviluppo da anni a mesi. Alcuni scienziati parlano apertamente di terapie di inversione dell’età entro la fine di questo decennio. Non prolungare la vita, ma invertire il processo di invecchiamento.
Chi decide per tutti
Il modello di governance che emerge da questi piani è radicalmente diverso da quello a cui siamo abituati. Il concetto chiave è “stakeholder capitalism”. Tradotto: le decisioni non vengono più prese solo dai governi eletti democraticamente, ma attraverso partenariati pubblico-privati che includono corporazioni multinazionali, ONG e istituzioni internazionali.
Nel 2019, il WEF ha firmato un Memorandum d’Intesa con le Nazioni Unite per “avanzare l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile”. Nel documento, il Forum si impegna a finanziare l’agenda climatica dell’ONU e a supportare i bisogni della Quarta Rivoluzione Industriale. Due anni prima, nel 2017, il WEF aveva pubblicato un rapporto esplicito: “We Need to Reset the Global Operating System to Achieve the UN Sustainable Development Goals”.
Non è un linguaggio metaforico. Parlano di “resettare il sistema operativo globale” con la stessa naturalezza con cui si discuterebbe di aggiornare un software. In un rapporto del 2010 sulla governance globale, il WEF aveva già scritto nero su bianco che “la voce del governo sarebbe una tra molte, senza essere sempre l’arbitro finale”. Harris Gleckman, dell’Università del Massachusetts, non ha usato mezzi termini: “La proposta più comprensiva per ridisegnare la governance globale dalla formulazione delle Nazioni Unite durante la Seconda Guerra Mondiale”.
COVAX, la piattaforma per la distribuzione dei vaccini COVID-19, offre un esempio concreto di come funziona questo modello. Istituita da GAVI e CEPI, entrambe con forti legami con il WEF e la Bill and Melinda Gates Foundation, è stata supervisionata da coalizioni centrate sulle corporazioni. Nonostante fosse finanziata principalmente dai governi, le decisioni chiave sono state prese da partnership opache dove il peso di Big Pharma era tutt’altro che secondario.
Quando Sud Africa e India hanno proposto di sospendere temporaneamente i brevetti sui vaccini per renderli più accessibili ai Paesi poveri, la proposta è stata bloccata. Le coalizioni multi-stakeholder che controllavano la distribuzione avevano interessi molto chiari da proteggere. openDemocracy ha documentato come questo approccio permetta alle corporazioni di “proteggere i propri interessi e nascondersi dietro queste piattaforme perché non è chiaro chi ci sia dentro”.
I numeri che nessuno vuole vedere
Oxfam ha scelto strategicamente di pubblicare il suo rapporto proprio durante il WEF 2025. I dati sono implacabili. La ricchezza dei miliardari è cresciuta tre volte più velocemente nel 2024 rispetto all’anno precedente. Le proiezioni indicano che almeno cinque “trilionari” – persone con patrimoni superiori ai mille miliardi di dollari – emergeranno nel prossimo decennio. Nel frattempo, il numero di persone in povertà è rimasto praticamente invariato dal 1990.
Il rapporto si intitola “Prenditori, non creatori”. Un titolo provocatorio che riflette una realtà difficile da contestare: la concentrazione di ricchezza non sta rallentando, sta accelerando. Joe Biden, nei suoi ultimi giorni alla Casa Bianca, ha parlato di “pericolosa concentrazione di potere nelle mani di pochissime persone ultra-ricche”. Parole forti da un presidente americano.
Paolo Perulli, nel suo libro “Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo”, identifica con precisione il problema: “Le classi dirigenti attuali, che comprendono la classe politica e le élite economiche intrecciate in modo nuovo e indistinguibile, sono le dirette responsabili di questo enorme aggravamento dello stato del pianeta”. Sottolinea come si sia creata “una nuova costituzione non scritta che ha sottratto molte decisioni ai circuiti democratico-rappresentativi, creando una sorta di permanente stato di eccezione”.
La tesi è chiara: oggi sono i mercati, non gli Stati, a detenere la vera sovranità. Le élite nazionali e internazionali hanno accordato diretto predominio ai mercati finanziari globali, alle banche internazionali e alle imprese multinazionali. Gli Stati sono in condizioni di subordinazione.
Eppure emergono anche segnali diversi. Werner Vogels, CTO di Amazon, ha evidenziato come Millennials e Generazione Z – che oggi rappresentano una porzione rilevante della forza lavoro globale – attribuiscano valore fondamentale al significato del proprio lavoro. Secondo la Harvard Business School, i neolaureati sono disposti a rinunciare a parte della retribuzione per ruoli con impatto sociale positivo. Una rivoluzione silenziosa dal basso che potrebbe cambiare più di molte politiche dall’alto.
Teorie del complotto o preoccupazioni legittime?
Inevitabilmente, tutto questo ha generato una valanga di teorie del complotto. L’affermazione più citata è “Non possiederai nulla e sarai felice”. Proviene da un articolo del 2016 di Ida Auken, politica danese, che immaginava uno scenario futuro dove i progressi tecnologici avrebbero reso tutto accessibile gratuitamente attraverso modelli di condivisione.
Auken ha successivamente chiarito con una nota che l’articolo rappresentava solo uno scenario potenziale per avviare una discussione, non una sua utopia personale. Entrambe le versioni dell’articolo descrivevano la perdita di privacy come indesiderabile. Ma la frase, decontestualizzata, è diventata virale.
L’Institute for Strategic Dialogue ha documentato la diffusione di queste narrative. Il primo video che descriveva il Great Reset come un “power grab del Nuovo Ordine Mondiale” è apparso quattro giorni dopo il lancio ufficiale nel giugno 2020. Ha raggiunto oltre 100.000 visualizzazioni. A novembre 2020, quando figure dei media di destra canadesi e americani hanno iniziato a parlarne, le teorie hanno raggiunto il mainstream.
In Olanda, Thierry Baudet, leader del partito Forum per la Democrazia, ha usato Facebook per alimentare i sospetti. I suoi post hanno ottenuto migliaia di interazioni, diventando i contenuti con le migliori performance sulla teoria del Great Reset nel Paese. Le menzioni su Facebook in lingua olandese sono passate da 1,5 post al giorno in giugno 2020 a 28 post al giorno in gennaio 2021.
In Spagna, Vox ha incorporato l’Agenda 2030 nella sua propaganda. La deputata Magdalena Nevada del Campo ha dichiarato al Congresso che rappresenterebbe un piano per “distruggere la sovranità delle nazioni” attraverso “presunte minacce come l’apocalisse climatica, il sovrappopolamento e la scarsità di risorse”. Nessuno di questi obiettivi è nei documenti ufficiali dell’Agenda 2030, ma la narrativa ha presa.
Le teorie hanno persino assunto sfumature antisemite. L’Anti-Defamation League ha documentato affermazioni secondo cui il WEF sarebbe “controllato” da ebrei che userebbero il Great Reset per instaurare un “Governo Mondiale Unico”. Dinamiche vecchie come il mondo, applicate a timori nuovi.
Ma separare il grano dalla pula è fondamentale. Oltre alle teorie infondate, esistono preoccupazioni legittime documentate da analisti seri. La questione della trasparenza nel modello multi-stakeholder è reale. Quando decisioni che impattano miliardi di persone vengono prese in partnership opache tra governi, corporazioni e ONG, chi è realmente responsabile? Come possono i cittadini far valere le proprie ragioni?
Patrick Wood, autore di “Technocracy Rising”, evidenzia la connessione tra tecnocrazia e transumanesimo: “La tecnocrazia è per la società ciò che il transumanesimo è per gli individui che vivono in quella società”. Entrambi basati sulla “religione dello scientismo”. L’istituzione della tecnocrazia richiederebbe la distruzione del capitalismo, sostituito da un sistema di allocazione delle risorse basato su metriche scientifiche piuttosto che su meccanismi di mercato o scelte democratiche.
GIS Reports solleva un punto cruciale: “La democrazia è tipicamente un processo lento, graduale e consensuale. Mentre i sostenitori del Great Reset sostengono che non dovrebbe essere un’impresa elitaria, è difficile vedere come un progetto di tale portata potrebbe essere realizzato in modo democratico”. La complessità lo renderebbe inaccessibile ai cittadini comuni, rischiando di trasformarsi in capitalismo clientelare o “communo-capitalismo” sul modello cinese. Non a caso, molti esempi di successo citati dal WEF vengono dalla Cina, e nel 2018 Schwab ha ricevuto una “medaglia dell’amicizia” da Xi Jinping.
La battaglia per il controllo tecnologico
“Chi padroneggia queste tecnologie, in qualche modo, sarà il padrone del mondo”. Le parole di Schwab non sono drammatizzazione. Il controllo delle infrastrutture digitali, dei dati biometrici e dell’intelligenza artificiale sta diventando il fattore determinante del potere geopolitico del XXI secolo.
La Cina ha già implementato sistemi di credito sociale che utilizzano riconoscimento facciale e AI per monitorare e valutare i comportamenti dei cittadini. Nelle scuole cinesi, telecamere dotate di intelligenza artificiale analizzavano le espressioni facciali degli studenti per valutare attenzione e comportamento. Sebbene le autorità abbiano “frenato” alcuni utilizzi nel 2019, il sistema continua a operare a vari livelli.
Gli Emirati Arabi Uniti, strettamente legati al WEF e all’ONU, aspirano a diventare leader globali nelle tecnologie finanziarie e i primi a colonizzare lo spazio. Abbracciano apertamente l’idea transumana di “sfuggire alla morte”. La fusione tra ambizioni tecnologiche e progetti di potere geopolitico è totale.
L’Europa tenta di posizionarsi come garante dei diritti digitali attraverso il GDPR e altre regolamentazioni. Ma in un mondo dove poche corporazioni americane e cinesi controllano le infrastrutture fondamentali, quanto margine hanno davvero i governi nazionali?
Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, a Davos ha sottolineato la necessità per l’Europa di “pensare in modo strategico, investire in modo intelligente e agire con decisione”. Parole giuste, ma insufficienti di fronte alla realtà. Allison Schrager del Manhattan Institute è stata più brutale: “L’Europa deve affrontare sfide ben più profonde dei dazi americani: crisi demografica, regolamentazione eccessiva e mancanza di crescita”. Problemi strutturali che richiedono soluzioni sistemiche.
Durante il WEF 2025, Donald Trump ha partecipato virtualmente criticando il Green New Deal e l’Accordo di Parigi, promuovendo invece l’espansione dei combustibili fossili. Brian Armstrong, CEO di Coinbase, ha previsto che la nuova amministrazione porterà “una nuova regolamentazione e una quantità di nuovi investimenti” nei crypto asset. Le politiche nazionali, specialmente quelle americane, continuano a contare enormemente.
Le lezioni che la storia ci offre
Il concetto di “reset” non è nuovo. Richard Florida lo utilizzò nel 2010 per descrivere la crisi finanziaria del 2008. Definiva i “Great Resets” come periodi di innovazione sistemica: la Lunga Depressione degli anni 1870, la Grande Depressione del 1930, la crisi del 2008. Momenti in cui il sistema viene forzatamente ripensato.
Le Nazioni Unite stesse nacquero da un reset dopo la Seconda Guerra Mondiale. Bretton Woods, FMI, Banca Mondiale, OMC – tutte architetture create per evitare il ritorno ai nazionalismi che avevano alimentato i conflitti mondiali. Con risultati contrastanti, va detto.
La storia insegna che i grandi progetti di ingegneria sociale top-down raramente si realizzano come previsto. Karl Popper evidenziava come la tendenza a cercare spiegazioni semplici e intenzionali per fenomeni complessi fosse una fallacia. I cambiamenti emergono da interazioni complesse tra molteplici attori, non da piani lineari.
L’Agenda 21, predecessore dell’Agenda 2030 lanciata a Rio nel 1992, offre un caso istruttivo. Dopo tre decenni di implementazione volontaria, non ha trasformato radicalmente le società occidentali come temuto dai critici. Diversi Stati americani hanno approvato leggi contro l’Agenda 21, ma la maggior parte è stata respinta o bloccata. La capacità delle istituzioni internazionali di imporre cambiamenti è più limitata di quanto si pensi.
Questo non significa che nulla cambierà. Significa che il cambiamento seguirà percorsi più caotici e imprevedibili di quanto i pianificatori immaginino. E che ci saranno resistenze, adattamenti, deviazioni.
Quattro scenari per il 2050
Proiettandosi verso il 2050, emergono scenari multipli. Il primo, quello del WEF e dell’ONU, prevede una transizione coordinata verso economie decarbonizzate, sistemi sociali equi e governance globale rafforzata. Assume che la cooperazione internazionale possa essere mantenuta nonostante le tensioni crescenti. Scenario ottimista, forse ingenuo.
Il secondo vede una frammentazione in blocchi tecnologici ed economici competitivi: Occidente guidato da USA ed Europa, blocco sino-centrico in Asia, blocchi regionali altrove. Le tecnologie diventano strumenti di competizione geopolitica. AI, quantum computing, biotecnologie seguono logiche nazionali con standard divergenti. Uno scenario di Guerra Fredda 2.0, ma tecnologica.
Il terzo comporta de-globalizzazione accelerata e ritorno a sovranità nazionale tradizionale. Rifiuto dei modelli multi-stakeholder. Potrebbe essere innescato da crisi economiche, conflitti o reazioni democratiche contro l’eccessiva concentrazione di potere. Olaf Scholz a Davos ha parlato di frammentazioni che pendono come “spada di Damocle”. Non è fantasia.
Il quarto scenario, meno discusso ma plausibile: accelerazione tecnologica così rapida da rendere obsoleti gli attuali modelli prima che possano essere implementati. Emergere di intelligenze artificiali superintelligenti, breakthrough nelle biotecnologie, discontinuità che ridefiniscono le questioni fondamentali più velocemente di quanto società e istituzioni possano adattarsi.
Quale si realizzerà? Probabilmente una combinazione caotica di tutti e quattro, con diverse regioni del mondo che seguono traiettorie diverse.
Cosa fare oggi
Per imprese, istituzioni e cittadini, servono capacità di navigare incertezza strategica. Le aziende tecnologiche stanno investendo miliardi in AI, biotecnologie e quantum computing indipendentemente dai piani globali. Il mercato si muove più veloce della politica.
Le istituzioni pubbliche devono bilanciare regolamentazione e innovazione. La Commissione Europea sta valutando sussidi per veicoli elettrici cercando di non perdere competitività industriale. Non è semplice quando Stati Uniti e Cina giocano con regole diverse.
I cittadini devono sviluppare pensiero critico e competenze adattive. La tendenza di Millennials e Gen Z a cercare lavori con impatto sociale rappresenta una forma di “voto con i piedi” che influenza le strategie aziendali. Più efficace di molte regolamentazioni.
La chiave è non cadere né nell’entusiasmo acritico né nel complottismo paranoico. I piani esistono, sono documentati, hanno finanziamenti e strutture organizzative reali. Ma non sono onnipotenti, né infallibili. La realtà è sempre più complessa dei piani.
La domanda fondamentale
In ultima analisi, si riduce a questo: il cambiamento tecnologico e sociale seguirà traiettorie determinate da élite tecnocratiche e corporazioni globali, oppure le società democratiche manterranno capacità di autodeterminazione significativa?
La risposta sta probabilmente nel mezzo. Le tecnologie creeranno inevitabilmente nuove possibilità e vincoli che nessun piano può prevedere completamente. Ma le scelte politiche, le regolamentazioni, i movimenti sociali e le preferenze culturali continueranno a plasmare come queste tecnologie vengono sviluppate e governate.
Mark Rutte, segretario generale della NATO, al WEF 2025 ha detto riguardo all’Ucraina: “È importante cambiare la traiettoria quando ci si muove nella direzione sbagliata”. Vale per la geopolitica come per le traiettorie tecnologiche e sociali.
Cyril Ramaphosa, presidente sudafricano, ha sintetizzato la sfida: “Di fronte a isolazionismo, nazionalismi e protezionismi crescenti, è fondamentale attivare forme di collaborazione per agire con urgenza e arginare la distruzione del pianeta. Per costruire un mondo più inclusivo, sostenibile e giusto”.
La domanda è: questa collaborazione può avvenire attraverso meccanismi democraticamente legittimi e trasparenti? O richiede necessariamente accentramento di potere in strutture opache?
Il periodo 2025-2050 sarà caratterizzato da questa tensione: efficienza tecnocratica contro legittimità democratica. Coordinamento globale contro sovranità nazionale. Progresso tecnologico accelerato contro adattamento sociale sostenibile.
Le società che riusciranno a navigare questa tensione – senza risolverla a favore di un polo o dell’altro – saranno meglio posizionate. Il futuro non sarà né l’utopia tecnologica promessa dalle élite di Davos, né la distopia totalitaria temuta dai critici. Sarà qualcosa di più complesso, contraddittorio e imprevedibile.
E in questa complessità risiede sia il pericolo che l’opportunità. Il pericolo di perdere controllo democratico su decisioni fondamentali. L’opportunità di costruire alternative dal basso, sfruttando le stesse tecnologie che dovrebbero controllarci per creare spazi di autonomia e autodeterminazione.
Il piano esiste. È documentato, finanziato, sostenuto dalle istituzioni più potenti del mondo. Ma i piani, per quanto ben congegnati, devono ancora confrontarsi con la realtà. E la realtà ha l’abitudine di essere testarda.

